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Promemoria italiano

Non mi ero mai occupato di mostre, né mai avevo pensato che un giorno mi sarei occupato di mostre. Perciò, quando fui chiamato a Torino dal Comitato di Italia ’61 per fare la Mostra delle Regioni, pensai che dovevo, prima di tutto, imparare a farla.

Questo, a ben guardare, accade sempre: anzi, il grande pittore, il grande poeta, il grande artista è proprio chi, ogni volta, di fronte alla sua ispirazione, si sente zero. Per lui, l’ispirazione è un fatto così importante che egli deve, ogni volta, rimettere tutto in discussione: dimenticare ciò che sa, e rifare ogni cosa da capo.

Ma, evidentemente, queste sono le ignoranze sublimi, gli impeti che distruggono e ricreano, dei grandi: i quali dimenticano e poi riimparano, ogni volta, tutto ciò che sapevano: in modo che l’opera è sempre fresca, genuina, come priva di cultura e di memoria, mentre invece ne è satura.

Non si trattava di questo. Molto più semplicemente, c’era tutta una tecnica, e c’era un complesso di fenomeni non artistici, ma organizzativi, ma finanziari, ma sociali, che dovevano essere analizzati e sfruttati e ordinati per arrivare a questa Mostra. E della tecnica vera e propria della Mostra, e di tutti questi fenomeni che possiamo chiamare collettivi, organizzativi, ero assolutamente digiuno.

Quindi, mentre facevo la Mostra, dovevo imparare a farla.

Purtroppo, però, una mostra non è come un romanzo: che un autore può scrivere e riscrivere quante volte gli pare. Una mostra non è un’opera d’arte. È un’opera di divulgazione, alla quale concorrono tante arti, forse tutte le arti.

E qui, se dobbiamo essere sinceri, la mostra, l’esposizione, come la si intendeva una volta, è cosa morta: finita.

Altri mezzi, dalla televisione al cinema, alla enorme diffusione dei quotidiani e dei rotocalchi, rendono assurde mostre ed esposizioni, come le si intendevano una volta.

Due sono i tipi di mostre od esposizioni, che ancora funzionano:

 

  • mostre particolari e limitate: da quelle delle opere di un grande pittore, o di un secolo di pittura in una data nazione, a quelle del salone dell’automobile o della tecnica;
  • immani complessi espositivi e celebrativi: che comprendono delle mostre, sì: ma il loro vero senso e carattere non è dato dalle mostre, del resto così numerose che nessun visitatore può vederle tutte sistematicamente, a meno di non dedicarvi un mese della propria vita: il loro vero senso e carattere è proprio in questa varietà, in questa quantità, in questo complesso, in questo coacervo di mostre, manifestazioni, spettacoli, divertimenti, concerti, sfilate, trovate di ogni genere: con il risultato finale di un immenso e nobilitato luna-park: un luna-park che si componga, non di giostre e divertimenti, ma di spettacoli in gran parte immobili, e, almeno nelle intenzioni, non soltanto piacevoli – ma soprattutto utili, seri, istruttivi.

 

L’Esposizione di Torino apparteneva a questo secondo genere di mostre: colossali, turistiche, e istruttive.

La prima cosa che ho imparato è stata questa: che, a differenza di un film o di una trasmissione televisiva, una mostra di questo tipo non può essere fatta da un uomo solo.

Intendiamoci: anche in un film, anche in una trasmissione televisiva, c’è bisogno di collaboratori. Ma, prima di tutto, sono in numero infinitamente minore: cinquanta, al massimo, quelli di un film normale; quindici, o venti, quelli di una trasmissione.

I collaboratori di una mostra come questa sono centinaia e centinaia. Io solo, per esempio, come direttore della Mostra delle Regioni, ho dovuto trattare almeno con un migliaio di collaboratori. Quindi, una mostra come questa non può essere fatta da un uomo solo, e sfugge al suo controllo assoluto ed esclusivo.

Altro elemento, che concorre a sottrarre al dominio di una persona sola una grande esposizione, è il fatto finanziario. Anche qui, non si tratta dei capitali necessari a produrre un film normale: ma molto di più.

Poi, la varietà delle tecniche necessarie: alcune delle quali, come per esempio la costruzione di un padiglione destinato a rimanere, non può essere appresa con un’infarinatura, né giudicata col solo gusto, come un effetto scenografico sottoposto all’approvazione di un regista di teatro o di cinema: ma bisogna essere dei veri esperti, dei costruttori, degli architetti, per giudicarle.

Infine, la molteplicità degli enti interessati alla mostra. In questo caso, era la Mostra delle Regioni. Era una manifestazione pensata nel clima delle autonomie regionali. Sarebbe stato ridicolo non lasciare che ciascuna regione facesse, in definitiva, quello che meglio credeva. Il compito di un direttore era limitato a suggerire, sorvegliare, aiutare, evitare che avvenissero raddoppi, e così via.

A questo proposito, è parso strano a qualcuno che il primo centenario dell’Unità italiana fosse celebrato anche con una Mostra delle Regioni: con la esaltazione, cioè, di forme di vita associata, di tradizioni, di ricordi, di residui tecnici e culturali la cui funzione precipua sarebbe, invece, quella di negare l’unità, o, comunque, di contraddire all’unità.

Niente di più sbagliato.

Ma, perché questo sbaglio sia chiaro a tutti, è necessario, prima, stabilire che cosa significhi una «unità nazionale»; o, meglio, quale genere di unità sia veramente profittevole alle nazioni.

Facciamo un paragone. Pensiamo alla famiglia. Ogni nazione non è, forse, un’immensa famiglia?

Del resto, noi non possiamo figurarci una nazione se non così. Il numero degli individui singoli che compongono, tutti insieme, una grande nazione, supera qualunque nostra possibilità di conoscenza concreta, la trascende infinitamente: nessun francese può conoscere tutti gli altri francesi; nessun inglese tutti gli altri inglesi; nessun italiano tutti gli altri italiani.

L’unico modo, quindi, di sfuggire a una facile falsità e di rifiutare una immagine astratta della propria nazione è quella di paragonarla, come dicevamo, a una famiglia: a una famiglia estesissima, innumerevole.

E allora riflettiamo. Fra le famiglie di nostra conoscenza, noi ne contiamo alcune che, apparentemente, sono molto unite: i loro membri si assomigliano, vanno d’accordo, fanno lo stesso mestiere, hanno lo stesso carattere, gli stessi interessi, ecc. Non litigano mai. Una pace mortale, una noiosissima requie; una desolata e grigia obbedienza ai medesimi principi; la freddezza di un affetto obbligato; e, magari, un sordo odio nascosto.

Famiglie unite, certo: ma antipatiche; ma, soprattutto, senza vita e senza avvenire.

All’opposto, conosciamo famiglie dove padre e madre, figli e figlie tra di loro e verso i genitori, sono in perpetuo contrasto, in una guerra senza tregua: nessuno assomiglia all’altro, ciascuno ha le proprie idee su ogni argomento, ciascuno la propria libertà, ciascuno la propria vita. Discussioni, dunque, contraddizioni, emulazioni, esasperate affermazioni di individualità, lotte continue: che però, stranamente, sottintendono uno strabocchevole e vicendevole affetto, tanto più sincero ed efficace quanto più inconscio e, a volte, perfino scambiato per avversione.

Queste, le famiglie che noi amiamo: le famiglie i cui membri possono essere chiamati a grandi imprese: le famiglie veramente unite: unite in un’unità operante e viva, profonda, amorosa, e così forte che può permettersi lo sfogo e la civetteria di qualunque contrasto e di qualunque differenza.

Ed ecco, infatti, la Gran Bretagna e la Svizzera: senza dubbio alcuno, le nazioni più unitarie del mondo; ma, allo stesso tempo, le nazioni dove la libertà, le particolarità, le tradizioni regionali, cantonali e individuali sono maggiormente, vorrei dire più spavaldamente, difese.

Sì, noi crediamo che, dopo un secolo di necessaria unificazione burocratica, e senza più paura, ormai, di assurdi e impensabili separatismi, il segreto dell’avvenire italiano sia proprio nella forza delle autonomie regionali: autonomie a cui ci destina naturalmente la grande varietà di tutto ciò che ci concerne: clima, paesaggio, formazioni etniche, vicende storiche.

Dicono che l’Italia sia il paese più bello del mondo. Se ciò è vero, il merito è della sua enorme varietà in rapporto alle dimensioni dell’area. C’è più diversità tra Bologna e Ferrara a 50 chilometri l’una dall’altra, che non tra Boston e San Francisco, a 5000.

Più vari, e quindi più vivi: a patto, naturalmente, che si vada d’accordo su alcuni motivi fondamentali: che si sia liberi e indipendenti: e che non permettiamo a nessuno, né forestiero né italiano, di sfruttare questa nostra meravigliosa varietà per indebolirci e per opprimerci.

In altre parole, ormai che la nostra unità politica è fatta, dobbiamo dedicarci a sanare le piaghe dei nostri squilibri: risolvere i problemi del Mezzogiorno; compiere davvero la trasformazione della nostra economia, da agricola ad industriale; creare davvero una scuola per tutti almeno fino a 14 anni.

Sono questioni una connessa con l’altra, e certamente devono essere affrontate «unitariamente». Ma un’unità vera e viva, abbiamo visto, non soltanto non è contraria all’autonomia delle parti che la compongono: anzi, giova all’autonomia e dell’autonomia si giova.

Soltanto nell’autonomia, e cioè nella conoscenza e nel rispetto reciproco di regione e regione, e nel vicendevole aiuto di ciascuna per tutte, sarà raggiunta la vera unità italiana e saranno risolti tutti i problemi.

Così l’affetto e l’unione di quelle famiglie, che dicevamo, nasce proprio dalle differenze, dalle libertà, e perfino dai contrasti dei singoli individui.

Quanto amore, e quanti matrimoni tra meridionali e settentrionali, in Italia, sono la conseguenza della diversità etnica e la fatale, inevitabile conclusione di un contrasto, perfino di un odio iniziale!

Mogli e buoi, dei paesi tuoi: un proverbio, come molti altri proverbi, volto più al passato e alla morte che non all’avvenire e alla vita. L’istinto amoroso ci dice il contrario: ci spinge verso creature ignote e straniere, comunque diverse da noi.

E non posso, qui, fare a meno di ricordare una frase… una frase, una delle infinite verità che il padre Teilhard de Chardin ha scoperto e pubblicato nel suo volume Il fenomeno umano, volume che non è ancora stato pubblicato in Italia, in italiano, ma che è la nuova Summa del nostro nuovo Aquinate.

Ecco la frase del P. Teilhard, che ci riguarda, e che ho voluto usare come motto in ogni pubblicazione della Mostra: «In tutti i campi – si tratti delle cellule di un corpo, o delle parti di una società, o degli elementi di una sintesi spirituale – l’unione favorisce ed esalta le varietà».

Il P. Teilhard è il filosofo del giorno d’oggi. Tanto è vero che, prima di essere filosofo, egli fu uno scienziato. Grande biologo, paleontologo, naturalista. Anzi, la sua filosofia non è che scienza portata alle estreme conseguenze. Questa è la grande novità del P. Teilhard. Dopo Copernico, fino a lui, scienza e fede erano sempre divise: in contrasto o in accordo, secondo le teorie e gli uomini, ma sempre divise. Col Teilhard, scienza e fede, finalmente, tornano a essere, di nuovo, come prima di Copernico, una cosa sola.

Questo non c’entra con la Mostra delle Regioni, e con quello che ho imparato lavorando alla Mostra delle Regioni?

C’entra, e come. Posso dire che, facendo tre volte il giro d’Italia e visitando tre volte tutte le regioni italiane, oltre a confortarmi nelle mie idee autonomistiche, ho toccato con mano la grande verità autonomistica del Teilhard: verità che si riferisce alle regioni, ma anche agli uomini, a ogni singolo individuo: e che risolve (risolve teoricamente, si capisce: per la soluzione pratica, il Teilhard stesso prevede qualche secolo: è necessario parlare di secoli, appena non si scinde più tra scienza e fede), risolve teoricamente il dissidio, che a molti pare insanabile, e che comunque è terribile, forse il più grave problema del mondo moderno, il dissidio tra giustizia e libertà: tra l’eguaglianza delle possibilità e del benessere per tutti gli uomini della Terra, e la libertà, per ciascuno di essi, di fare ciò che vuole. E si capisce che l’autonomia regionale sia, con l’occhio a questo problema, importantissima: l’autonomia regionale è, semplicemente, il primo gradino verso questa immensa e infinita libertà individuale, il primo passo di questa marcia. L’unità, nel caso nostro l’unità d’Italia, non si discute più: è, per adoperare una parola di moda, una forza di convergenza: è il minimo comune denominatore di tutte le autonomie, le quali non si sentono menomate, o almeno non dovrebbero sentirsi menomate per il fatto di appartenere all’unità d’Italia: anzi, presto le autonomie capiranno e constateranno che questa unità è la loro massima garanzia (pensiamo, di nuovo, alla Confederazione Elvetica e alla Gran Bretagna) ed è, al tempo stesso, l’unico campo, l’unico modo che esse hanno per prosperare. Immaginatevi una Svizzera smembrata tra Italia, Francia e Germania, secondo le lingue: ebbene, dove finirebbero le autonomie? le antiche tradizioni? gli usi, i costumi, le libertà spicciole e innumerevoli e variatissime, di cui godono i cittadini di ogni cantone?

Così per tutte le nazioni, e per le regioni di tutte le nazioni nell’unità degli Stati Uniti d’Europa: anch’essa, speriamo, non troppo lontana.

E così, per tutti gli uomini, per tutti gli individui uomini, in questo grande stato unitario della Terra intera: a cui gradatamente, ma fatalmente, e con una velocità forse molto più grande di quanto molti non credano, ci avviciniamo. Non vedete che tutto concorda? Che tutto va in questo senso? Oggi, si può dire che tutti gli uomini comunicano gli uni con gli altri.

E le grandi divisioni in blocchi contrapposti? Anche questo è un segno che camminiamo verso l’unità dei popoli della terra: è più facile unire due parti già unite che mille parti frazionate, disperse, anarchiche, una ignota all’altra.

Infine, sarebbe qui troppo lungo, e anche troppo difficile per me, spiegare la stupenda e consolante nuova teoria di Teilhard de Chardin: ma posso ripetere un paragone, che ricordo bene, e che, spero, risulterà chiarissimo.

Gli individui, e i gruppi di individui, che si uniscono in un solo unico organismo, non devono temere per la loro libertà: non devono credere che la loro libertà abbia mai a soffrire di questa progressiva unione con altri individui e gruppi di individui simili a loro: allo stesso modo, dice Teilhard, che le varie circonvoluzioni e le molecole e le cellule nervose che costituiscono, in una unità inscindibile, il cervello umano, non potranno mai, ciascuna per suo conto, lagnarsi di questa avvenuta unione, non potranno mai pensare che questa unione abbia, in qualche modo, diminuito la loro libertà: perché il massimo, il più alto, il più sfrenato possibile impiego della libertà di ogni circonvoluzione, di ogni molecola, di ogni cellula, la massima possibile utilizzazione della forza e della libertà vitale di ognuna, consisteva appunto nel fatto di appartenere a un unico cervello umano.

Perciò, dice Teilhard, nulla di più sbagliato che immaginare l’avvenire, a forza di eguaglianza e di pianificazione, come un Gran Tutto dove gocce d’acqua e grani di sale si sciolgono come in un mare. Al contrario. È ormai provato, e ammesso da tutti gli scienziati, anche dai più materialisti e dai più agnostici, che il mondo va verso un continuo aumento della coscienza individuale: un continuo aumento, cioè, della personalità. Ma, nel mondo, tutto è centrato: tutto si muove e tutto gira intorno a un centro: e una coscienza, ogni coscienza, è tanto più se stessa, si muove tanto di più, si sente tanto più libera, quanto più è centrata: cioè quanto più converge verso un solo centro, operazione che è compiuta, nel frattempo, da tutte le altre coscienze.

I grani di coscienza, insomma, le coscienze degli individui e dei gruppi di individui, convergendo intorno a questo centro progressivamente, non tendono mai a perdere i propri contorni e a mescolarsi: al contrario, accentuano la profondità e l’incomunicabilità del loro ego. Più diventano, tutti insieme, un solo organismo, e più trovano se stessi.

In qualunque insieme organizzato, le parti si perfezionano e si finiscono. Non potrebbe avvenire diversamente: perché un centro – un CENTRO – non dissolve mai. E la sola immagine, sono parole del Padre Teilhard: «…la sola immagine con cui noi possiamo figurarci, e cercare di esprimere esattamente lo stato finale di un mondo, che è sulla strada di concentrarsi psichicamente, è un sistema la cui unità coincida con un parossismo di complessità armonizzata».

E la direzione di questa evoluzione, il moto della civiltà e della storia, che cos’è?

È la cosa più essenziale, fisicamente, nell’astro che ci porta. È lo spirito stesso. È la vita. Basta studiare la zoologia per comprenderlo: da un genere zoologico all’altro, qualche cosa passa e cresce, a grandi scatti, a grandi ondate, senza mai fermarsi, sempre nella stessa direzione.

Allo stesso modo che, viaggiando in tutta l’Italia per organizzare l’esposizione dei diciannove padiglioni regionali, mi sono reso conto sempre più e sempre meglio di queste supreme verità a cui è giunto il genio di Teilhard, paragonabili soltanto alle verità scoperte da Copernico e da Galileo, ma superiori perché, come dicevo, identificano la scienza con la fede, le leggi fisiche con un principio spirituale: allo stesso modo, nell’organizzare un «padiglione unitario » che illustrasse al pubblico i primi cento anni della nostra unità politica, posso dire di aver fatto, in me stesso, la profonda esperienza dell’insegnamento di Henri Bergson, il filosofo francese che, senza dubbio, è il maestro di Teilhard, o almeno di Teilhard filosofo.

Anche qui, ho imparato, facendo la mostra, molto più che leggendo nei libri. Perché ho messo alla prova la bontà di quelle teorie. E se, per i diciannove padiglioni, è stato un viaggio, anzi sono stati tre viaggi in tutta Italia, per il padiglione unitario è stato un viaggio attraverso il tempo: da oggi fino al 1861, un viaggio attraverso un secolo: e attraverso tutto ciò che poteva documentare un secolo di storia italiana: scritti, libri, ricordi, cimeli, relazioni, studi, immagini, pitture, disegni, architetture, tutto.

Che cos’è, infatti, la civiltà, se non un fenomeno della memoria? Che cos’è l’educazione di un uomo, se non il ricordo dell’esperienza dei padri, degli avi, di tutti coloro che l’hanno preceduto su questa Terra? E che cos’è una nazione, dunque, se non la sua storia?

Queste domande, prima di qualunque altra, ci siamo posti, naturalmente, quando abbiamo accettato il compito di commemorare il primo centenario dell’Unità politica italiana: e di commemorarlo non soltanto con la Mostra delle Regioni in 19 padiglioni regionali, ma anche con un padiglione che doveva, in qualche modo, rappresentare al visitatore questi primi cento anni, e che perciò è stato detto «unitario».

Infinite soluzioni erano davanti a noi. Ma fu subito chiaro che potevamo ridurle a due grandi gruppi: il primo gruppo comprendeva tutti i sistemi di divisione secondo gli argomenti, cioè politica, arte, forze armate, sport, e via dicendo; il secondo gruppo, invece, comprendeva qualunque metodo di divisione secondo il tempo, cioè anni, lustri, decenni, ventenni, o anche periodi, più o meno lunghi, delimitati, più o meno artificialmente, da alcuni fondamentali eventi.

Dopo lungo esitare, ci rendemmo conto che sarebbe stato uno sbaglio volere assolutamente scegliere per l’uno o per l’altro sistema: perché la realtà della storia consisteva appunto nell’intrecciarsi continuo del tempo e delle idee; nel peso crescente, di ogni anno e di ogni giorno di questo secolo, su ciascuna idea; nel ricordo sempre meno esiguo, nella coscienza sempre meno superficiale, dal 1861 al 1961, che gli italiani ebbero dell’Italia.

In altre parole, capimmo che se non volevamo contentarci di una cronaca spicciola, minuta, miope, e rinunciare perciò a qualsiasi giudizio, bisognava affrontare una divisione della materia in argomenti: ma che bisognava anche, ad ogni costo, evitare che il visitatore rifacesse il percorso del secolo quindici o venti volte, quanti sono gli argomenti: bisognava costringere queste gabbie in una gabbia più grande: bisognava sovrapporre in qualche modo la presenza del tempo a tutte le altre presenze.

Trovammo, allora, che anche gli argomenti potevano essere divisi in due grandi classi.

Da una parte, i fenomeni della vita istituzionale, come la scuola, il giornalismo, le forze armate, la politica, la formazione della città capitale: tutti i fenomeni, cioè, che strettamente dipendevano dall’unità politica e che, quindi, prima del 1861, non potevano essere studiati insieme.

Dall’altra parte, invece, i fenomeni della vita tecnica e culturale: arte, spettacolo, sport, economia, comunicazioni, ecc.; campi nei quali l’Italia era unita, o tendeva all’unità, da secoli, cioè almeno dall’epoca dei Comuni.

Fu così immaginato un doppio percorso. E, perché nemmeno questo raddoppio generasse fastidio, fu immaginato che la direzione di ciascuna delle due parti fosse inversa; risalendo la vita istituzionale dal presente verso il passato, e dal passato verso il presente quella tecnica e culturale: e convergendo così, tutte e due, verso l’unità d’Italia cantata da Dante e Petrarca e profetata da Machiavelli, unità antichissima e profonda, che doveva pure avere il suo spazio e la sua rappresentazione oltre la storia di questi ultimi cento anni, perché ne è la causa e ne è la condizione.

In ogni caso, dunque, si cominciava a risalire dal presente verso il passato.

Ma non è forse questa, proprio questa e non l’opposta, la maniera più naturale di sfogliare un pacco di vecchie lettere e fotografie, che abbiamo accumulato, a poco a poco, l’una sull’altra, stagione per stagione, anno per anno, in una scatola inutile, o in fondo al cassetto più lontano della scrivania?

Fotografie, fotografie: come un vecchio album di famiglia, appunto. Fotografie; piatte e scolorite, ormai, come i nostri ricordi. Ma che, a gran torto, noi crediamo inutili; mentre sono, invece, tutta la nostra ricchezza: il simbolo di ciò che ci fa vivi, oggi.

È proprio per prendere coscienza della nostra vita attuale, che noi abbiamo sfogliato questo vecchio e immenso album di famiglia.

Quanti nomi, perduti o quasi perduti, sono tornati a noi! Quanti di questi nomi hanno preso una figura, una fisionomia! E i visitatori più giovani, possibile che non si siano fermati, non si siano incuriositi, non abbiano riflettuto che la vita di ieri non era meno vigorosa della nostra né meno degna di essere vissuta, se non altro perché senza di lei la nostra non sarebbe stata? Possibile che non abbiano capito, come i problemi degli italiani di oggi, quei problemi che, molte volte, sembrano misteriosi e lontani da ogni soluzione, sono, identici, i problemi degli italiani di ieri e di ieri l’altro?

Oh, ma certo: abbiamo pensato, soprattutto e contro tutto, di commemorare i primi cento anni di unità con una esposizione istruttiva: perché noi siamo sicuri che i giovani vogliono, contro tutto e soprattutto, sapere: e che il nostro primo dovere è quello di informarli.

Infatti, il mondo cambia e progredisce soltanto perché il cervello umano è capace di ricordare.

Il tempo non è una quantità omogenea, come tanti chicchi di riso o tanti grani di un rosario. Questa è la grande lezione di Bergson: l’esame qualitativo del tempo. Un anno, un giorno, un’ora, un minuto, un secondo non sono mai identici al secondo, al minuto, all’ora, al giorno, all’anno precedenti. Ogni attimo che passa è sempre più ricco, più vivo, più forte, più pesante dell’attimo precedente: perché contiene, racchiude non soltanto se stesso, ma anche la memoria, tutta la memoria possibile, dell’attimo precedente e di tutti gli attimi passati, fino a quello, lontanissimo, in cui cominciò il tempo, ossia la memoria.

Se tutto questo è vero, nessun contributo al progresso civile della nostra Patria è più forte e più proficuo degli studi storici, di una documentazione storica spicciola e viva, di una educazione storica estesa a tutti i cittadini senza distinzione, di un’istruzione storica che non si lasci sfuggire nessuna occasione larghissimamente informativa e divulgativa, come può essere stata questa della Mostra di Torino. Abbiamo un esempio, a questo proposito: un esempio doloroso, ma che sembra quasi inventato apposta affinché noi comprendiamo, senza più dubbi, e con una chiarezza folgorante, l’importanza della storia e della memoria: abbiamo l’esempio degli zingari.

Questo popolo strano, fermo, immobile attraverso i secoli e il suo vagabondare: quasi atrofizzato: questo popolo senza memoria e senza storia, o con una memoria e una storia così lontane, e così immobili, che sono diventate una religione, un complesso di superstizioni e di riti il cui significato è incomprensibile agli zingari stessi; questo popolo che non evolve perché non ricorda, ma soltanto venera ed esorcizza, questo popolo, immagine spaventosa di involuzione e di morte; questo popolo, che pur amiamo e che vorremmo recuperare alla vita, alla storia, e che un giorno, certamente, recupereremo: ma che, intanto, non possiamo non prendere ad esempio di tutto quanto dobbiamo evitare.

Questo popolo non crede nella storia e non crede nella società. Non crede negli altri, si pensa staccato e dannato, o staccato e benedetto, ma comunque diverso e staccato, non partecipe: e considera gli altri, il mondo, semplicemente come dei mezzi da sfruttare, con cinica disinvoltura.

Questo popolo non crede nella cultura: se non, eventualmente, come uno strumento per far quattrini.

Questo popolo disperato e chiuso meriterebbe di essere studiato a fondo, con serietà scientifica, con indagine implacabile. Sono sicuro che vi troveremmo, esemplati, indicati con infallibile precisione, tutti i difetti, le storture, le pigrizie, le compiacenze, i guai che ritardano i popoli della Terra, anche i più moderni, anche il nostro, sul cammino dell’evoluzione.

Troveremmo negli zingari l’esempio, e quasi il paradigma, di quell’egoismo, di quella chiusura in clan e in se stessi, di quell’immobilismo, di quel rifuggire dal moto naturale dell’evoluzione: moto che converge verso un centro unitario, e, così facendo, esalta la personalità di ogni punto proprio nella ricerca continua e sempre più viva di quel centro.

Ecco che la memoria, come la vera unità e la vera autonomia, rientrano in questo concetto dell’evoluzione illustrato dal Bergson e dal Teilhard.