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Vernice di un cinquantenario

Per la grande kermesse del 7 novembre, Mosca è stata tutta ripulita e rimessa a nuovo, dalle cupole d’oro delle sue chiese alle stelle rosse del Cremlino, dalle facciate dei vecchi palazzi alle semplici izbe di legno. Ma quanta parte del patrimonio artistico oggi rivalutato è scomparsa, dimenticata o distrutta?

 

«Quando una bella donna vede metter del nero sul suo ritratto, s’adira e ferma la mano al pittore. Ma ahimè, le ombre esistono in natura e senz’ombra le parti luminose non avrebbero risalto». Ricorro a Stendhal non per il gusto della bella epigrafe, ma perché fa proprio al caso mio. Conosco i moscoviti e so che c’è poca gente al mondo suscettibile come loro. Guai a toccarli. Così mi barrico dietro il saggio motto stendhaliano (ch’egli usò come prefazione «a mo’ di scusa» per il suo pungente diario italiano) e sfido chiunque a trovar malignità in queste righe: «Resta ben inteso: tutto ciò che in queste pagine è oggetto della minima critica – conclude il famoso viaggiatore ottocentesco – è frutto di pura invenzione».

Un esercito di imbianchini, stuccatori, doratori ha invaso nei mesi scorsi le vie di Mosca, pennellando a tutto spiano muri e colonne, facciate e atri. Termine tassativo: la sera del 6 novembre. Per la grande kermesse del giorno dopo tutto doveva essere finito, rimesso a nuovo. Rapidissimi, saltavano da un palazzo all’altro, come nelle vecchie comiche di Charlot: ieri erano al numero 18 di via Gorki, oggi al 25. Ettolitri di intonaco al giorno, chili e chili di stucco. Eppure, tutti ripuliti, i palazzi patrizi dell’aristocrazia zarista hanno un’aria garrula e pretenziosa che li rende antipatici. Chi sa, magari era così cento o duecento anni fa, ma ormai l’occhio si era affezionato alle tinte spente, polverose, che facevano del neoclassico moscovita uno stile unico al mondo. Anche la facciata del gum, il grande magazzino di fronte al Cremlino, è ora di un grigio uniforme, che di sera diventa spettrale. Le vetrine sono ancora tutte schizzate d’intonaco ma, inter nos, non ci soffrono: inguardabili erano e inguardabili rimangono. Perché la vetrina qui a Mosca non è un mezzo pubblicitario per attirare il cliente, è la via più spiccia per far sapere a chi passa di che cosa dispone il negozio in quel momento. Pigne di scatole e scatolette, prezzi scritti a mano, oggetti affastellati, privi di ogni risalto, manichini austeri, asessuati. Da lontano si confonde il farmacista col lattaio; tanto più che i negozi, invece del nome, spesso hanno solo un numero d’ordine. Non c’è dubbio che se c’è un paese dove i pubblicitari morirebbero di fame, questa è l’Unione Sovietica. Niente cartelloni, niente slogan, niente colori o luci intermittenti. In fondo il prodotto più reclamizzato resta sempre il partito, e il cinquantenario ne è prova eloquente: chilometri di scritte, di strisce, di stendardi, di faccioni.

In questo campo, la fantasia dei cartellonisti è stimolata dal continuo mutar degli eventi: qualche anno fa per esempio «andava» la stretta di mano tra il negro e il cinese, oggi si preferisce il negro da solo che spezza le catene, fino al ’56 si vedevano schiere di «muziki» coi baffi alla georgiana, ma dopo il xx Congresso si è tornati al labbro rigorosamente rasato.

A due passi da San Basilio e a quattro dal Cremlino, sul lato della Piazza Rossa che guarda alla Moscova, c’è la più grossa novità che Mosca ha preparato per i visitatori del cinquantenario: un super-albergo, un Waldorf-Astoria del regime, un mastodontico quadrilatero di seimila camere, tutto alluminio e vetri che si chiama «Rossía».
«Se ne parlava da parecchio tempo – mi racconta un amico dell’Unione degli Architetti. – L’idea era di Krusciov ma tutti pensavano a un effimero attacco della sua arcinota mania di grandezza. C’era un precedente, mi dirai: il Palazzo dei Congressi fra le mura del Cremlino. Ma quella volta gli era andata bene. In fondo, messo lì, nessuno lo vede. Dovevi sentire i conservatori: ha copiato l’America, strillavano. L’aria del building ce l’ha, siamo d’accordo, ma bisognava pure rompere con Stalin e i suoi assurdi torrioni tibetani. Per l’albergo però le opposizioni erano molto forti anche nel Comitato Centrale. Sembrava che, fra incertezze e burocrazia, il progetto dovesse naufragare. E invece andò in porto. Appena si seppe della decisione definitiva, si scatenò un putiferio. Proteste di qua, repliche di là. Se n’è occupata perfino la Pravda, che di solito in questioni del genere è una tomba. Oltre a tutto, lì c’erano i resti di un quartiere antichissimo, il Kitaj-gorod: le più vecchie case di Mosca. Ma un bel giorno arrivarono le scavatrici. Hanno lasciato quelle tre chiesine (me le indica, affondate a metà tra macerie e calcinacci), tre autentici gioielli. Le restaureranno, dicono. Ma dopo averle soffocate con quella interminabile parete di vetro.»

Seimila camere non sono uno scherzo per una città intasata di turisti come Mosca, e poi a chi non fa piacere avere per qualche giorno come dirimpettaio il Cremlino?

Dentro è un casermone gelido e anonimo. Una grande hall, il bureau (anzi due, uno per gli stranieri, uno per i russi), l’edicola, la veranda e il bar, un vero bar all’occidentale, con sgabelli al banco e liquori in mostra. Specialità della casa, il «koktel»: un bicchierone a base di maraschino e succo d’ananas, con qualche ciliegina sul fondo, d’una dolcezza nauseabonda.

Ogni ascensore (ce ne sono sei) ha la sua «diezurnaia», la sorvegliante che aziona i tasti: assonnata e sgarbata, mastica chewing gum, investe i passeggeri che si azzardano a fumare in corsa e caccia fuori con energici spintoni gli ubriachi. Qualcuna invece (o prodigio della cultura popolare) sale e scende con un libro in mano. Ma il cuore dell’albergo è il ristorante. Al di là di un pesante sipario, ci si trova di colpo in piena Hollywood anni trenta: un soffitto rutilante di ori e di luci, tappeti e velluti, stucchi e colonne, scalinata, veranda e pista da ballo. Chi vuol cenare in pace vada prima delle 7, se no ci rinunci: la sera i russi, che ignorano i night, invadono i ristoranti soprattutto per ballare. L’orchestra è assordante, le canzoni vecchiotte, più in là del fox non si va. Ma i russi si divertono come bambini, fanno saltelli, mossette, girotondi e carovane, ondeggiano con goffaggine senza il minimo complesso, felici e soddisfatti di ridere e di far ridere. Gli altri, ai tavoli, se li mangiano con gli occhi pronti a fare altrettanto al giro successivo.

Prendere un taxi a Mosca è sempre una avventura. Attenzione, i taxisti si dividono in due categorie: quelli che sanno tutto e quelli che non sanno niente. Questi, gli inurbati, i neoassunti, sono rozzi e sbrigativi, non conoscono la città e ti prendono solo se sai la strada, perché da soli non ci sanno andare. Se non la sai, ti aprono la portiera e ti cacciano fuori senza complimenti, seccatissimi: «Cosa prende un taxi – ti borbottano dietro – se non sa dove vuole andare?». Gli altri invece, i vecchi moscoviti, attaccano subito discorso: girare Mosca con loro è uno spasso, sanno vita, morte e miracoli di ogni angolo, di ogni casa, di ogni porta. Conoscono le stradine, le scorciatoie, in pochi minuti ti portano da un capo all’altro della città. Sì, perché Mosca, la città che ha le strade e le piazze più larghe d’Europa, in macchina diventa impossibile: vie a doppia carreggiata sono inspiegabilmente a direzione unica e ci sono divieti di svolta a ogni piè sospinto, sensi rotatori in piazze chilometriche e vuote.

In realtà il ritmo della città è dato dal pedone, non dalla macchina: è il lento, anonimo, ordinato, greve incedere della folla che dilaga dappertutto. Per un occidentale impaziente e individualista l’esperienza dei marciapiedi moscoviti è esasperante: se non hai il suo ritmo, la gente ti intralcia, ti urta, ti sballotta e alla fine ti ingloba. Eppure i moscoviti li conosco, non sono così: bisogna seguirli nelle loro case, sedersi al loro tavolo, lasciarli parlare. Allora ritrovano il loro volto umano. Chi li ha conosciuti così, non li può dimenticare. C’è un’ansia, un’inquietudine, un bisogno di aprirsi che più in noi si esaurisce, più in loro si fa insaziabile. E gli incontri non sono mai abbastanza frequenti, le sere mai abbastanza lunghe, le idee mai abbastanza discusse. Sparisce in noi la facile superiorità del gusto, la presunzione di una cultura troppo facilmente raggiunta: e ci si trova di fronte a uomini meno fragili, meno dispersi, ma anche meno sereni di noi. La sorpresa più sconcertante è di trovarli, al fondo, così tenacemente attaccati alle loro radici, alla loro difficile terra, così orgogliosamente sicuri di percorrere una via più dura, forse più giusta. Ma fuori, per una strana mimesi, le loro facce diventano impassibili, scolorite e monotone come le loro strade, le loro piazze. Ci si chiede se sappiano ridere. Talvolta poi scoprono un fondo di moralismo antico, ostile, aggressivo. Sono capaci di fermarti se ti vedono troppo stretto alla ragazza con cui cammini o di zittirti se ti sentono parlare troppo forte in una lingua che non è la loro. Si sentono autorizzati, chi sa da chi, a trasformare in norme generali quei principi elementari di una morale contadina. Ecco, forse è così: cresciuta a singhiozzo, Mosca non ha ancora cancellato del tutto le tracce di quella grossa borgata che era fino a qualche secolo fa. Pietro il Grande, che vi era nato e vi era stato incoronato zar, diceva: «Capitale non si diventa, si nasce. E Mosca non è nata capitale». Così, appena poté, le tolse quel privilegio secondo lui immeritato e lo trasferì a un’altra città che per suo volere era nata capitale, lei sì, dalla prima pietra fino all’ultima. Le impose il suo nome: Pietroburgo. Quanto a Mosca, Pietro non aveva torto. Nell’anno 1000 non esisteva ancora: e quando nacque centocinquant’anni più tardi, in mezzo alle foreste, sulla riva della Moscova, un’altra città fastosa e civilissima reggeva i destini dei turbolenti principati russi: Kiev. Furono le orde tartariche a favorire l’ascesa del paesotto nordico: il rogo di Kiev spinse il patriarca ortodosso a cercar rifugio più a nord. Scelse Mosca, che era fuori mano e ragionevolmente potente. Diventare sede del patriarcato era già una mezza consacrazione. Intanto abitata da mercanti e bottegai, Mosca cresceva alla bell’e meglio, con le sue izbe in legno, destinate ogni dieci o quindici anni a bruciare tutte da capo a piedi. I moscoviti ci avevano fatto l’abitudine, tanto che un viaggiatore del Seicento, l’Olearius, accenna stupefatto a una specie di self-service per i senza tetto: «Fuori dalle mura del Cremlino c’è un mercato di case già pronte e smontate; chi perde la sua in un incendio ne compra un’altra e con poca spesa la fa montare al posto di quella bruciata». Pochi anni prima della scoperta dell’America, i moscoviti scoprirono il mattone. Il lancio del nuovissimo materiale fu merito di un mercante di nome Tarakan, seguito a ruota dal patriarca Geronzio e dallo zar Ivan il Terribile, che lo adottò per la nuova cinta del Cremlino; e la piazza antistante prese il nome di «rossa». Dalla scoperta del mattone alla prima rappresentazione teatrale passarono altri duecento anni: nel 1672, in una sala di fortuna, i moscoviti ebbero il loro primo incontro col teatro. Vent’anni più tardi arrivò al trono Pietro. Prima di trasferirsi sulle rive del Baltico, vicino all’Occidente che ammirava, volle fornire ai moscoviti una prova della sua illuminata liberalità: fondò il primo giornale. Non lo lessero che i suoi amici. Arrivò al punto da offrire lauti pranzi a chi si faceva vedere per strada con il giornale in mano. La tiratura non aumentò. Si ritirò sdegnato nella limpida serenità delle architetture pietroburghesi.

Così per oltre duecento anni Mosca fu lasciata ai suoi mercanti e ai suoi bottegai. Ebbe un quarto d’ora di gloria con l’epopea napoleonica. «Amica mia, sono a Mosca – scrive l’imperatore a Giuseppina. – Non avevo idea della città. Pensa che aveva ben cinquecento palazzi arredati con lusso incredibile, regge, caserme, ospedali. Ma tutto ciò è sparito: da quattro giorni il fuoco consuma la città. L’hanno appiccato i russi per la rabbia della sofferta sconfitta. E sono andati tant’oltre nel loro proposito quei miserabili, da portarsi via le pompe da spegner gli incendi. Addio amica mia, tutto tuo. Nap.» Per Napoleone era la prima sconfitta mentre per i moscoviti non era né il primo né l’ultimo incendio. E la vita riprese, alacremente. Per tutto l’ottocento Mosca, snobbata dalla impeccabile Pietroburgo, non fece che arricchirsi, divenne l’impero del censo, e il sogno irraggiungibile di uno stuolo di piccole provinciali frustrate come la cechoviana Irina: «A Mosca, a Mosca, a Mosca!».

Nel ’17 ricevette da Pietroburgo la notizia dell’attacco al Palazzo d’Inverno e si associò. Ma Pietroburgo, ora Pietrogrado, scottava sotto i piedi dei bolscevichi: troppo vicina all’Occidente; bastava uno sbarco per mandare all’aria tutto. Così Mosca nei primi mesi del ’18 si ritrovò capitale di un paese divorato dalla Rivoluzione. Il governo provvisorio arrivò in fretta e furia, si sistemò al Cremlino non prima di aver scrostato, limato e scalpellato il maggior numero possibile di aquile bicipiti. Ma non era tempo per certe finezze. Freddo, fame, miseria, attentati, terrore, collasso delle forze produttive, l’armata bianca alle porte della città. Era arrivato il momento più critico della Rivoluzione; il 29 maggio, a Mosca, capitale da due mesi, fu proclamata la legge marziale. Chi poteva sfollava: alla fine dell’anno la città si era svuotata di metà dei suoi abitanti. Per due o tre anni il problema più grosso fu quello di sopravvivere. Nel  ’21 si cominciò a respirare e a ricostruire. Difficile descrivere lo slancio che ne seguì: per più di un anno operai, studenti, impiegati offersero il loro sabato ai lavori più faticosi e più umili. Scomparvero le macerie, le case diroccate, le strade impraticabili. Intanto dal Cremlino partivano le prime direttive per dare un volto sovietico alla borghesissima Mosca: primo, abbattere tutte le effigi imperiali, statue, busti, scritte, eccetera, secondo, smantellare gli edifici del culto ortodosso, in attesa di sgomberarne le coscienze. Cum grano salis, naturalmente: e Lenin, mentre ordinava la trasformazione di chiese in depositi e musei, radunava nello stesso tempo una commissione per il restauro delle chiese del Cremlino.

All’urbanistica moscovita pensò poi Stalin. Cominciò dalla Piazza Rossa. Commissionò all’accademico Ščusev un degno mausoleo per il suo predecessore. Fu scelto il cubo, simbolo di eternità. E mentre arrivavano le prime lastre di granito rosso dall’Ucraina, tolse dal centro della piazza l’insipido monumento neoclassico al patriota Pozarskij e lo sistemò davanti a San Basilio. Rase al suolo la secentesca e turrita porta Iverskaja, che chiudeva uno degli accessi alla Piazza Rossa, sulla destra del Museo Storico, e la cappella omonima, con la miracolosa icona proveniente dal Monte Athos, che lo zar faceva portare in giro per Mosca da un cocchio a sei cavalli per la benedizione delle case patrizie. Vietò poi definitivamente l’accesso all’interno del Cremlino e chiuse anche l’ultima porta con due sentinelle armate.

Nel recinto delle mura si limitò a distruggere, con il benestare della Commissione per la tutela del Cremlino, il Monastero dei Miracoli del xiv secolo, dove fu battezzato Pietro il Grande, e quello della Resurrezione, dove venivano sepolte le zarine. Così ci fu spazio per il palazzo del Senato e quello del Governo. Infine sistemò sulle torri di cinta cinque stelle di vetro color rubino con un diametro di quattro metri e un potentissimo faro all’interno; erano la prova più luminosa che la vecchia cittadella zarista era diventata la mecca del comunismo.

E la città? Fece allargare di sedici metri tutta la via Gorkij, spostando qualche palazzo e demolendo il resto. Poi scelse l’area per il nuovo Palazzo dei Congressi: la piazza di San Salvatore, dove c’era la chiesa più venerata di Mosca. Era stata eretta per voto del popolo dopo la vittoria su Napoleone. Era la più bella e la più grande chiesa moscovita. Scomparve in pochi giorni. Il concorso per il nuovo Palazzo dei Congressi, a cui parteciparono Gropius e Le Corbusier, fu vinto dal russo Josaf, con un orripilante torrione assirobabilonese (che, guarda caso, piacque al nostro Piacentini) e una grande statua di Lenin sù in cima, che avrebbe dovuto sostituire nel cuore dei moscoviti il luccichio delle cupole ortodosse. Il progetto andò a monte: e al posto di San Salvatore oggi c’è una piscina all’aperto.

Stalin, che impose ovunque la sua elefantiasi architettonica, ai successori trasmise l’ostentata indifferenza verso il patrimonio artistico moscovita. Anche la direzione collegiale di oggi non ha tradito la linea staliniana: lo ha dimostrato con l’«operazione Arbat».

«Tutto potevano fare – mi dice l’amico architetto – ma non toccare l’Arbat. Per noi non era una strada, era un mito. Era la via dei vagabondi e delle coppiette, la via delle matricole e degli ubriachi nottambuli. Dove ci vediamo? All’Arbat, si diceva. Larga e silenziosa, case e cortili. Lì si andava a parlare di filosofia e a smaltire le sbornie. Non dovevano farlo. I moscoviti queste cose non le perdonano.»

Cos’è stata l’«operazione Arbat»? C’era da costruire un centro direzionale non lontano dal Cremlino che permettesse di riunire una parte degli infiniti comitati, istituti, associazioni, di cui Mosca è invasa. Si pensò all’Arbat. In fondo non era che una serie di casone grigie e un po’ tristi che gli autori del nuovo progetto definirono «topaie indegne». Non avevano fatto i conti con la natura terribilmente sentimentale dei moscoviti.
Tra gli studenti dell’Università si scatenò una seconda rivoluzione. Si formò un Comitato per la difesa della strada. Si batterono con tutte le armi, dibattiti, proiezioni, ciclostilati, perfino una marcia dimostrativa fino al Cremlino. Inutile. A loro non è rimasta che la ballata di Okudzava, cantautore clandestino: «Arbat, mio Arbat, mio passato, mia follia». Ma hanno deciso di non mollare: sanno già che dopo l’Arbat, ci sarà dell’altro. E continuano in questa loro patetica crociata per la «Russia da salvare», illudendosi di poter fermare con qualche volantino le scavatrici del partito.
Intanto oggi la strada è scomparsa. Scomparsa, intendiamoci: il fondo stradale, i marciapiedi sono rimasti. Al posto delle topaie indegne e delle chiesette cadenti ci sono possenti grattacieli, tutti uguali, tozzi e luccicanti, un incrocio tra la casa popolare e il motel. In fondo c’è un prisma triangolare, ancora più alto: il progetto più «osé» dell’architettura moscovita degli anni sessanta.

Non basta: la piazza omonima, l’Arbataskaja, con i suoi palazzotti patrizi del primo Ottocento e lo storico caffè Praga, la piazza immortalata nei romanzi di Tolstoj e Dostojevskij, dove nel 1812 l’avanguardia francese fece il suo ingresso a Mosca, è stata sventrata per creare una sottovia, allo scopo – dicono – di snellire il traffico inesistente. Adesso c’è una doppia balaustra che l’attraversa tutta, e poi aiuole pedonali, segnaletica e via dicendo. Anche qui, l’esempio era stata dato da Stalin che all’antichissima chiesa di San Boris e Gleb aveva preferito la bella stazione di metrò «Arbat». Con la crisi degli alloggi che si ritrovano, dirà qualcuno, si permettono anche di fare i sentimentali. Eppure è così: ai moscoviti stanno togliendo tutto, vecchie case, palazzi, chiese. Gli stanno togliendo il loro passato.

Per capirli bisogna farsi portare, attraverso le prospettive tutte uguali e scoraggianti, i vialoni piatti e incombenti, là dove sono le ultime case di abete, con le finestre incorniciate da festoni di legno intagliato e i gerani sul davanzale, dove c’è la chiesa che sta per crollare o gli affreschi tutti macchiati di Vrubel’. Non è più una gita turistica, è un pellegrinaggio attraverso i resti di una città quasi cancellata.

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