I grow old… I grow old… I shall wear the bottom of my trousers rolled…
Come sono vecchio… Ricordo certi periodi della storia d’Italia che ai più giovani sembreranno incomprensibili.
C’era per esempio un tempo (molto prima degli anni sessanta) che ci si ritrovava un tempo a bere la birra di qua o di là e all’improvviso uno nominava Gordon. E allora nel gruppo alcuni (ma pochi, solo alcuni che ormai si riconoscevano a vista) alzavano il capo, e uno diceva in tono di sfida: «Come si chiamava il re degli uomini falco?». Un momento di esitazione, e poi (ma tutti insieme – il gruppo degli eletti): «Vultano!». La risposta è esatta (pensate, allora non esisteva neppure Mike Bongiorno, e ora che ricordo bene uno di coloro con cui facevo questi giochi era Romolo Siena, il futuro regista di «Lascia o Raddoppia»). Eravamo gli amatori dei fumetti. Si lavorava per di più sulla memoria. Pochi avevano collezioni a casa. Chi le aveva non le mostrava agli altri. O non sapeva di averle. Le ha ritrovate dopo in certi solai.
Verso il 1956 (o ’57) – lavoravo in televisione ai programmi culturali – organizzai il programma «Qui comincia la storiella», ideato da Vezio Melegari, con la regia di Pier Paolo Ruggerini. Era una serie di rievocazioni sui personaggi dei primi comics, quelli arrivati in Italia attraverso il «Corriere dei Piccoli». Consultavo le annate a Brera (certo ci sono, e anche quelle di «Topolino») e ricordo che era una grande emozione scoprire l’esistenza di collezionisti. «Esiste un certo Ferraro di Padova che ha tutte le annate di “Jumbo”!». Possibile? Come ha fatto?
Oggi i collezionisti si riuniscono alle assise del fumetto di Lucca, o pubblicano annunci economici su «Linus». Le annate si pagano a peso d’oro, nasce la speculazione. Divento vecchio, divento vecchio…

Shall I part my hair behind? Do I dare to eat Miss Peach?
Era il 1962. A un congresso filosofico all’Università di Roma parlai sulla struttura del tempo nei fumetti di Superman.
Partecipavano (il congresso era sulla «demitizzazione») fenomenologi francesi, domenicani tedeschi e teologi protestanti olandesi. Mi guardavano con occhi sbarrati. I domenicani e i teologi protestanti, sornioni, mi rubarono vari pezzi della mia collezione di albi, che avevo portato come documenti, nascondendoli nelle ampie maniche delle tonache o in rigide cartelle ministeriali.
Quando pubblicai gli studi di semantica del fumetto su «Apocalittici integrati», i critici più surcigliosi affermarono che non si dovevano affrontare argomenti così frivoli con strumenti culturali comunemente applicabili a Kant. Come dire che la chimica serve a studiare i profumi ma non il letame, per quello bastano le parolacce. I primi studiosi del fenomeno si riunivano quasi di nascosto. Chi ne aveva parlato prima ancora, era considerato un giornalista bizzarro. Ora, come è giusto, appaiono in vari istituti universitari tesi sui fumetti, si aprono congressi, si discutono comunicazioni, non riesco a seguire la letteratura sull’argomento, talora mi viene il desiderio di leggermi un fumetto in santa pace senza problemi. Il boom della consapevolezza mi ha superato di un balzo, mi sento un avanzo della preistoria.
In the room the women come and go talking of Charlie Brown…
Ora «Linus» ha rotto il fronte. Il fumetto è diventato un fatto nazionale, e high brow per soprammercato. Intendiamoci, l’azione di «Linus» è stata benemerita, ha sottratto da una situazione di minorità un prodotto intellettuale del nostro tempo che ci avevano abituato a considerare sottoprodotto. Ma la scoperta intellettuale ha generato (è l’accompagnamento fatale di ogni diffusione culturale) lo snobismo di massa. Si esce dalle catacombe con gli occhi ancora inadattati alla luce del sole e chi ieri sacrificava agli dei ci grida in faccia: «E tu, non vai a messa?».
Col boom della consapevolezza critica, col boom della diffusione del prodotto, è nato il boom dei fans.
I collezionisti vincono gli studiosi due a zero. I congressi sui fumetti stanno diventando congressi misti in cui, agli psichiatri che analizzano gli effetti e ai sociologi che fanno analisi di contenuto sui caratteri dei personaggi, si alternano (senza troppe distinzioni) gli speculatori su annate rare. Presto la comunicazione introduttiva sugli «Effetti del segno deformante sulla percezione della fisionomia» sarà tenuta da Cocco Bill. Vinta la battaglia occorrerà procedere forse alle purghe. Ogni rivoluzione deve divorare i propri figli più imprudenti. Ma è triste, così facendo si istituzionalizza, dai comitati di salute pubblica si passa al primo impero. Non so con esattezza cosa convenga fare. Divento vecchio.
And should I then presume? And how should I begin?
Come non essere riconoscenti agli editori che hanno affrontato il problema dell’antiquariato di massa? Ed ecco le riedizioni, vecchie pagine ingiallite che vengono fotografate su copie uniche e diffuse a centinaia di migliaia di esemplari. Operazione necessaria, così si possono analizzare personaggi e storie che rievocavamo soltanto sul filo del ricordo. Ma la conseguenza è fatale: la memoria si sfalda e rivela i suoi belletti e le sue rughe. Idoli delle nostre reminiscenze mostrano il loro volto di Dorian Gray alla chiara luce del giorno. Come erano noiose le vicende di Gordon. Come disegnava male il primo Pat Sullivan. Come erano poco sexy e tutte coca-cola le ragazze del primo Terry e i Pirati.
Certo, anche la scienza vuole le sue vittime, attraverso i difetti dei prodotti «storici» si capisce meglio la loro natura, e la società che li consumava. Bisognava pure che «Linus» pubblicasse tanto Li’l Abner per accorgerci sino in fondo che Al Capp non è un satirico radicale ma un fascista che si ignora. Grazie a dio oggi sappiamo tutto sui nostri miti. E ci sentiamo più tristi.
Should say: «That is not what I meant at all. That is not it, at all».

Una volta scoperto quello che gli storici sapevano, che il fumetto è un mezzo di comunicazione per adulti, passato casualmente ai bambini, ecco nascere in Italia i fumetti per adulti. Siccome quelli nati in America per adulti qui venivano consumati dai ragazzi, i grandi dovranno consumare cibi più forti. Nasce il fumetto del delitto e della violenza. Bene, una volta tanto non mi sento vecchio. Mi sento di interpretare le ragioni vitali dei fumetti «giovani» del passato nel rifiutare il fumetto nero nostrano.
Ma non vorrei essere frainteso. Non cadiamo nella trappola moralistica. Sì lo so, un ragazzo ha assassinato il proprio professore, gli ha rubato i soldi, poi, sporco di sangue e col coltello in tasca è andato al cinema, dove è stato arrestato con Diabolik in tasca. Deduzione: chi legge Diabolik ammazza i professori. Storie. Se un ragazzo è così sottosviluppato da ammazzare qualcuno e poi andare al cinema ancora sanguinante, cosa pretendete di trovargli in tasca? Proust? Ma nemmeno Nero Wolfe, che almeno insegna come procurarsi un alibi.
Arrestano Cimino e trovano nel suo rifugio Diabolik e Satanik. Subito un taglio basso di terza del massimo quotidiano lombardo, firmato da un vincitore di premi letterari, si indigna: vedete, ecco cosa lo ha spinto alla violenza. Amenità. Nel rifugio di Cimino c’erano anche gli scacchi. Qual è il nesso causale tra gli scacchi e la rapina a mano armata? Cosa deve fare un omicida braccato e costretto a stare rinchiuso per qualche settimana? Costruire ciclotroni e leggere Gadda? Ma i fumetti del brivido sono immorali perché sono mal disegnati e peggio scritti. Ho tra le mani il fascicolo in cui appare Lola i stella del Diner’s Club»… Siamo al livello del mito orecchiato e digerito a misura della scuola differenziale. Se mi volete raccontare con disegni realistici una storia di sangue, fatelo. Ma fatelo bene. Se la prospettiva della Jaguar di Diabolik lascia a desiderare, per me vale il giudizio del professore di disegno: il prodotto non va (e parlo di Diabolik che è ancora il più dignitoso). Chester Gould col suo Dick Tracy racconta storie raccapriccianti, ma il disegno stilizzato corrode ironicamente la trama, sospende i fatti di sangue in un limbo di stile e di nevrosi grafica elegante. Date da leggere Jodelle e Barbarella ai vostri bambini, non diventeranno peggiori di quel che sono leggendo le antologie scolastiche e commemorando le entrate in guerra; ma togliete loro dalle mani i falsi animalisti che contraffanno Walt Disney.
But as if magic lantern threw the nerves in patterns on a screen…
Ma per fortuna il boom, la facilità delle occasioni, il crescere di un nuovo pubblico, ha permesso a qualche persona di genio di ricreare un fumetto italiano che costituisce un contributo di cultura. Penso al Girighiz di Lunari, all’altezza delle strisce satiriche più celebrate. Penso agli universi pop-op e allucinati di Crepax. Vivaddio, questo è disegno.
Così queste nuove esperienze di fumetto si allineano con quelle operazioni di presa in contropiede del fumetto, a cui ci ha abituato la pop art. Con Lichtenstein il fumetto entra nella pittura e ne escono sfigurati pittura e fumetto. Una simbiosi che cambia le carte in tavola alla figuratività e alle stesse forme astratte. Una società diventa consapevole delle proprie immagini dominanti: non conta stabilire se lo fa con vigile ironia o con gioconda complicità. […]
I am no prophet – and here’s no great matter…
Sta di fatto che il fumetto apparso violentemente alla ribalta ha cambiato le proprie carte in tavola. Nel momento in cui viene riscoperto come letteratura per adulti, obbliga a ridimensionare le opinioni che ci eravamo fatte sul suo effetto sui bambini. […] Si fanno esperienze sulla percepibilità delle immagini e ci si accorge che il fumetto non ha introdotto un linguaggio elementare e spontaneo comprensibile solo ai semplici: Fabio Canziani ci ha mostrato che i bambini più piccoli non capiscono affatto quando Pippo è arrabbiato, quando Paperone è irritato, quando Cocco Bill sghignazza. Per capire il fumetto occorre addestramento culturale, 5 anni non bastano, ci vuole almeno la licenza media superiore. E si scopre altresì che era troppo facile l’obiezione «il fumetto permette di guardare le figure e scoraggia la lettura», perché la maggior parte dei fumetti (se ne discuteva due anni fa a Parigi in un dibattito con Roland Barthes) affidano all’immagine il compito di sottolineare le emozioni, di manifestare le accentuazioni simboliche, e lasciano che sia la nuvoletta, la parola a portare avanti l’intreccio.
Un territorio vastissimo si apre alla pedagogia, sui fumetti e i bambini sappiano pochissimo. Che i fumetti facciano male ai bambini è ancora dubbio, quello che è certo è che i bambini fanno bene ai fumetti (sia lode a Charlie Brown e ai suoi amici); sappiamo che gli albi disegnati potrebbero far male agli adulti e certamente fanno male agli adulti troppo colti che non riescono neppure a cogliere il significato di un controcampo al cinema perché si sono rovinati la percezione sulle righe dei libri letti come feticci culturali e non come esperienze di costruzione del mondo.
Una sola cosa è veramente certa. Che non esiste più il fumetto come problema. Esiste il problema dei fumetti. Così come (tranne che in doverose discussioni filosofiche) una società, anziché il problema del cinema, si pone il problema di una opzione tra «Blow-Up» e Franchi e Ingrassia. Nel romanzo, tra Joyce e Mickey Spillane. Nella pittura, tra Picasso e Carlo Levi. Non possiamo più giudicare come aspetti di uno stesso fenomeno Sadik e Neutron, Feiffer e Tiramolla, Fulmine e B.C.
Questo vuol dire, almeno, che il fumetto non è più un fenomeno da baraccone, ma un fenomeno di cultura: se al termine «cultura» si sottrae l’alone di prestigio ingiusto a cui l’aveva ridotto una concezione aulica dei rapporti tra gli uomini, e gli si restituisce il suo senso più dimesso, di repertorio e sistema dei vari modi attraverso cui un gruppo e un’epoca mettono in piazza (e cioè «comunicano») se stessi.