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Incontri alla Biennale

Ugo Mulas, 34 anni, nato a Pozzolengo vicino a Brescia e da un decennio ormai a Milano, ha studiato legge e ha fatto il pittore. La prima macchina fotografica l’ha presa in mano nel 1956. Da allora ha collaborato con reportages e servizi di moda a varie riviste italiane e straniere. L’anno scorso ha esposto a Milano una serie di fotografie scattate nell’Unione Sovietica nel 1960 durante la tournée del Piccolo Teatro della Città di Milano.

La vernice della Biennale ha avuto come protagonista Alberto Giacometti: l’uomo forse altrettanto che lo scultore e il pittore.

«Il Gatto», un bronzo di Giacometti del 1955.

Le «teste» di Giacometti hanno fatto pensare a molti che si tratti di una lunga galleria di autoritratti.

La verticalità di queste figure di Giacometti sembra dilatare lo spazio in cui sono immerse e scandirlo in un ritmo rigoroso.

Arturo Carmassi ha cominciato a scolpire solo pochi anni fa. Dopo una pittura di colori sfrenati, di vitalistica e vigorosa invenzione formale, questa nuova esperienza è un impegno di approfondimento e di una più severa analisi del proprio linguaggio.

Giancarlo Cazzaniga (a sinistra) e lo scultore Luciano Minguzzi. È la prima volta che i solitari jazzmen di Cazzaniga approdano alla Biennale, e portano con sé la fumosa e inquieta atmosfera delle «notti di Milano». Di Luciano Minguzzi, premiato alla Biennale del 1950, sono esposti a Ca’ Pesaro due bronzi.

Alfred Manessier, vincitore del Gran Premio della Biennale, ha mandato a Venezia le sue opere più recenti. Vi si legge, nella costante ansia di mistero e nel doloroso bisogno di verità, una ininterrotta ricerca di nuovi mezzi espressivi.

Rideva, parlava, e quasi urlava a volte, Louise Nevelson, spiegando le sue opere sconcertanti nelle tre sale, bianca, oro e nera, del padiglione americano. E fra quelle strutture, di gambe di sedie, colonnine, cornici, cassette, eccetera, sembrava che la sua alta figura e la sua prorompente personalità ci stessero appena.

Beatrice Monti, proprietaria della milanese Galleria dell’Ariete, nella sala di Giò Pomodoro. In primo piano, alla parete, un quadro di Achille Perilli.

Giò Pomodoro seduto con la moglie davanti a una sua scultura. Il gusto prezioso delle materie che appare nei suoi gioielli si tramuta qui in un vivo senso dello spazio e genera queste superfici in cui le forme si dispiegano in ininterrotta continuità.

Giuseppe Capogrossi, vincitore con Ennio Morlotti del Premio per la pittura italiana, ha visto riconosciuto ufficialmente il lungo e paziente lavoro di approfondimento della sua verità poetica. Qui l’obiettivo l’ha colto mentre riceve le congratulazioni del pittore Dorazio.

A Venezia Giuseppe Ajmone ha portato i colori e le forme di una pittura scopertamente diretta a cogliere una dimensione lirica della realtà. È una ricerca che egli conduce felicemente da anni su una strada difficile e solitaria.

La vernice della Biennale è sempre, anche, un appuntamento d’obbligo per un mondo pittoresco e vistosamente anticonformista.

Da sinistra: Lynn Chadwick, vincitore del Gran Premio della Biennale per la scultura nel 1956, Franco Russoli e Alberto Giacometti, a un tavolo del ristorante Paradiso, nei Giardini.

Così finisce per Ugo Mulas la lunga giornata alla vernice della Biennale.