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Piccole storie del grattacielo

Piccole storie del grattacielo
Sono passati appena dieci anni, eppure quando ritorna a vedere la sua torre, quando entra ancora una volta nel suo palazzo, quando prende l’ascensore del suo grattacielo (può capitare ogni tanto) ch’egli ha inventato e costruito, nessuno più lo riconosce. Nella lunga salita, egli se ne sta in piedi in un angolo di uno dei sei grandi ascensori, appoggiato al bastone, la sua bella faccia malinconica come assorta, e nell’ascensore entrano ed escono, a seconda dei piani, impiegati ed impiegate, funzionari, ingegneri, alti dirigenti, e tra di loro qualcuno si saluta, essi tutti appartengono alla piccola città messa all’impiedi, alla piccola celebre città, sono anche abbastanza orgogliosi di essere cittadini del famoso grattacielo, si salutano, sorridono, scherzano anche, in quelle brevissime pause del lavoro, e accanto a loro nell’ascensore sta colui che ha ideato il grattacielo, un signore in età dalla faccia però ancora fiera pur se malinconica, ma nessuno lo riconosce, nessuno lo saluta, come se fosse uno straniero capitato là per caso.
Né Gio Ponti rimane male, o si stupisce, o si fa nervoso, sul volto suo infatti è disegnata ormai una grande saggezza, dentro di sé, ma non si vede, dentro di sé scommetterei che, anzi, sorride sulla caducità delle cose e la eterna corsa dietro il vento.

 

Da dove guardarlo
Il grattacielo Pirelli non è l’Empire State Building. Al paragone, se gli si mettesse al fianco, sembrerebbe non dico un nanerottolo ma un fratellino molto minore.

Tuttavia il conto in metri serve fino a un certo punto, esiste la relatività, eccetera.
In Milano il grattacielo Pirelli, a parte la sua incontestabile bellezza, o forse proprio per questo, è un grande personaggio. Gli occhi, per me poi che abito a due passi da piazza della Repubblica, ci sono abituati. Ma ogni tanto, passando per le strade là intorno, e voltando per caso gli occhi in su, cosa che in città purtroppo si fa di raro, ecco quel coso, pinnacolo, guglia, torrissima, protendersi al di sopra dei cementi, dei vetri, delle vogliose architetture residenziali, con un grande, solenne, puro respiro. Vi consiglio per esempio, da via Fabio Filzi, di entrare per pochi metri, a destra, in via Marangoni, e di alzare gli occhi; cosicché lui vi si presenta a fil di spada, imprevedibile, con violento lirismo.

Oppure, ancora meglio, scendere giù per via General Fara e a un certo punto, a destra, si apre un varco; è questo, senza possibilità di discussione, uno dei punti più belli di Milano, e Dio solo sa quanto sia avara Milano di bellezza; dovrebbero portarci i turisti, con i pullman, nel rituale «tour de la ville». Ivi si presenta una prospettiva stupenda. Come in montagna, quando dinanzi a noi le erte creste si accavallano una dietro l’altra, sempre più alte, e infine, lassù, apparentemente irraggiungibile, si erge contro il cielo la fatidica rupe. Una delle poche felici impennate di questa adorabile e orrenda città.

 

Quando trema
E se venisse un terremoto? A San Paolo del Brasile, che è una selva di grattacieli, mi hanno detto che se la terra si mettesse a tremare, sarebbe l’apocalisse.
Nel grattacielo Pirelli si può vivere a cuore tranquillo. Sondaggi e calcoli speciali vennero fatti da Danusso e da Nervi. Poi, all’Istituto del cemento, si costruì un modellino alto undici metri e lo si strapazzò in tutti i modi per mezzo di elastici che venivano tesi e poi mollati, in modo da farlo vibrare malamente.
Un giorno Alberto Pirelli, presidente, stava lavorando all’ultimo piano e fu disturbato da un insolito ticchettìo che veniva dalla vetrata. Chiamò l’usciere.
«Per favore, fermi le tapparelle». Era un terremoto.

 

Che piccola!
Quanto più è spiritualmente elevato, tanto più l’uomo misura le meschinità del mondo e la caducità delle cose. Bastano i 117 metri del grattacielo Pirelli.
Ed ecco che la grande Milano, in fondo abbastanza orgogliosa della sua grandezza benché non possa ancora vantare sei o sette milioni di abitanti, viene crudelmente ridimensionata. Ci si aspettava che il panorama dei tetti, delle terrazze, delle torri, delle ciminiere si perdesse all’orizzonte, nelle estreme caligini. No. Breve appare la giungla d’asfalto. Si guardi da una parte o dall’altra, subito lì è il verde dei prati fabbricabili.
Io, che per averci vissuto ormai sessantatré anni, mi considero milanese, sono rimasto mortificato.

 

Belle viscere
«Ecco il mio Leger» dice con giusto orgoglio Gio Ponti quando accompagna qualcuno a vedere i sotterranei. Centrale termica, centrale di condizionamento, centrale idraulica, centrale telefonica, centrale frigorifera. «Mi piace che siano messe in onore. Danno vita a tutto il palazzo». Qui non do numeri e misure statistiche, i quali notoriamente al lettore non dicono niente. Semplicemente lo consiglio di andarle a vedere (ogni mercoledì c’è una visita guidata). Sono dei paesaggi bellissimi, di una pulizia impressionante, come se fossero nati stamattina. Caldaie serbatoi autoclavi come immensi ippopotami di gesso, fasci intrichi cateratte baldacchini volute di tubi candidi smistati con ritmi solenni e matematici che assomigliano alle musiche di Bach. Schieramenti di macchine gonfie, macchine puntute, macchine rotanti, in figure di balletto classico punteggiate dalle manovelle scarlatte. Una specie di cattedrale meccanica, senza un granello di polvere, la quale intona il suo immobile inno a basso continuo. Il fruscio dei rotori, i ronzii, il clop dell’orologio, il muggito dei condizionatori, misteriosi scatti, campanelli, scrosci, borborigmi.

 

Nato fortunato
Chi è che porta fortuna al grattacielo? Forse la Madonnina che è stata issata sulla vetta (per non mortificare quella del Duomo, di statura un poco più bassa)? Ma se ne era fatto del lavoro, se ne erano corsi dei pericoli, prima che si raggiungesse i 117 metri e si potesse innalzare la statuetta lassù. Ci deve essere qualche altro menabuono. Sia durante la costruzione, che è durata circa 3 anni, sia nei primi due lustri di vita attiva, non c’è stato né una disgrazia né un morto. Un record, probabilmente, in una città di duemila persone. Sì, per la precisione, c’è stato un decesso, ma non riguardava gente del grattacielo.
Luigi Palmitessa, capo della sezione di vigilanza, che lavora alla Pirelli da oltre 37 anni e del grattacielo conosce nascita, vita e miracoli, racconta che tutte le sere due ufficiali postali vengono per fare un controllo appunto all’ufficio postale. Circa un anno e mezzo fa, uno dei due si è accasciato. All’infermeria c’era ancora il dottore. Ma non c’era più niente da fare. Sembra però che l’ultimo respiro l’abbia dato sull’autolettiga, quando era già fuori del palazzo.

 

Nelle bufere
Ma quando tira vento, vi accorgete che il grattacielo oscilla? Quelli degli ultimi piani appena appena. Milano non è frequentata dai cicloni. Durante le bufere importanti, che capitano abbastanza di raro, l’oscillazione in cima è di 3-4 centimetri. Occorre un vento di oltre cento chilometri perché il dondolio superi i 15. Ma i temporali sono in compenso uno dei più grandi spettacoli che possa offrire il grattacielo Pirelli. Anche i più scrupolosi pignoli in quei momenti smettono di lavorare. Ma è bellissimo anche d’inverno, con la nebbia. La quale ha la consuetudine di non alzarsi oltre gli ottanta metri. E allora i fortunati degli ultimi tre piani vedono sotto di sé il grigio mare di vapori e di smog che seppellisce l’intera Milano. E per loro, lassù, il sole.

 

Antizoo
Il grattacielo, a parte le eventuali aquile o somari che ogni giorno entrano ed escono, ha una idiosincrasia per gli animali.

Mosche: i pirelliani più orgogliosi giurano che non ne è mai entrata una, almeno a partire dal primo piano in su; e lasciamoli pure nella loro illusione.

Gatti: Luigi Palmitessa racconta che fino a quattro anni fa ogni tanto qualcuno riusciva a insinuarsi, proveniente in genere dai vicini alberghi. «Me ne ricordo uno, ferocissimo, grande così, eh, compariva specialmente di notte. Era tanto cattivo che abbiamo dovuto mettere il veleno. Non si è visto più, né vivo né morto».

Insetti: grave scandalo nell’ambiente Pirelli bene informato si è avuto l’inverno scorso. È stata trovata una cimice. Interpellato un entomologo, si è poi tirato un respiro di sollievo. Era una cimice di pianta, inoffensiva, pulitissima e complessivamente simpatica, (trasmigrata forse dai Giardini?). In particolare: scarafaggi: nei primi tempi del grattacielo – racconta sempre Palmitessa – di scarafaggi, alla mensa, non c’era che l’imbarazzo della scelta. Donde, scientifica disinfestazione. E adesso potrebbero mettere un premio di un milione a chi ne scova uno.

Topi: «In fatto di topi, c’è stato un episodio. All’auditorio, una sera, ci saranno state cinquecento-seicento persone. Per una conferenza, se ben ricordo. Bene, nel corridoio viene avanti di corsa un topo così, ve lo giuro che non esagero. Per fortuna in quel momento era semiaperta la porta della cabina di proiezione. E lui dentro al galoppo. Sono stato svelto a chiudere. A chiave ben si intende. Il giorno dopo vado a sentire, se alle volte ci fosse qualche strepito. Niente. Ma teniamo duro. Tre, quattro giorni. Dopo quattro giorni chiamo una ditta specializzata in derattizzazione. Apriamo adagio adagio, spostiamo una cassa. Era lì sotto, morto stecchito di fame».

Falchi: è simpatica diceria che una famiglia di falchi da vari anni abbia nidificato sulla massima terrazza. Di fatto i leggiadri rapaci si vedono spesso, nella buona stagione, roteare intorno alla vetta. La signora Teresita Camagni della Direzione Relazioni Pubbliche mi ha condotto appunto là in cima per farmi vedere. C’era un guardiano. – E i falchi? – Che falchi? – Quelli che hanno fatto il nido. – Che nido? Qui, non ci sono nidi, e figurarsi poi di falchi. — Ma, dico, di falchi, di falchetti, non se ne vedono qui intorno? – Signore, che cosa vuole che le dica? Di uccelli, nei paraggi, ne girano, si capisce. Ma io di falchi non so niente, proprio niente. (Diceva la verità? C’era nella sua voce un’ombra di incertezza. O negava i falchetti soltanto per scrupolo aziendale, per il buon nome della ditta?)

 

E il fantasma?
Gio Ponti nega, o meglio tende a negare perché lo afferma con convinzione non troppo persuasiva, nega che per il prestigio di una grande magione, o castello, o grattacielo, ci sia bisogno di un fantasma. È una teoria rispettabile, ma dubbia. Pur nelle città più moderne, i massimi edifici, benché recenti, hanno tutti il loro bravo fantasma. Ma al Centro Pirelli, si dirà, come può essercene, se non ci è morto mai nessuno? Ingenuità. Il fantasma talora appartiene a un vecchio castellano, o castellana defunta. Nei casi migliori tuttavia è semplicemente l’incarnazione fisica, sia pure aeriforme, della stessa architettura. Ora è un fatto che le testimonianze circa spettrali apparizioni dentro o sul grattacielo Pirelli sono poche e scarne; nel complesso molto poco attendibili. Peccato. Ma non bisogna avere troppa fretta. Dieci anni sono pochi. Io che abito non lontano, in una casa abbastanza alta, di notte punterò il cannocchiale sull’ultimo crinale della cresta, aspettando.

Più che il grande nonno Giovanni Battista Pirelli, fondatore dell’azienda (suoi ritratti sono appesi in tutti gli uffici più autorevoli), io spero di veder comparire contro il cielo, magari librata in bilico su un eccellente cinturato di ectoplasma, come la dea fortuna, una bianca sorridente non bendata fanciulla.

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