Oba! Brazil!

Punti esclamativi, samba, football, caffè: oltre i luoghi comuni, il Brasile ci rivela, attraverso le metropoli della costa, la foresta sterminata, il fiume che i primi scopritori chiamarono «mare dolce», i segni di una storia violenta e splendida, e una realtà drammatica in cui si mescolano la passione avveniristica, le fortune dei magnati, la miseria e la frenesia dei negri, e il patetico declino degli indios nei villaggi sperduti del Mato

 

Bambini della tribù Xavantes giocano nell’acqua del Rio das Mortes. Siamo nel Mato Grosso, in una delle «aldeias» degli indios, cioè in uno dei loro villaggi di capanne disposte a semicerchio in una piccola radura dell’impenetrabile foresta. Gli indios si stanno estinguendo: nascono sempre meno bambini e le malattie mietono sempre più vite. La razza è assolutamente indifesa contro i mali dei bianchi. Un’influenza asiatica, che in Europa si può curare con pastiglie e latte caldo, qui può trasformarsi in un flagello. Ma sono passati i tempi dello sterminio, quando conquistatori, pionieri e avventurieri massacravano a vista gli indios incontrati sul cammino dello zucchero o dell’oro o del caucciù. Del milione e mezzo di indigeni di prima della colonizzazione ne restano ora 200 mila. Li aiutano a sopravvivere, con medicine, con consigli e strumenti di lavoro, gli uomini del Servizio per la Protezione degli Indiani (spi), un’organizzazione fondata nel 1910 dal generale Rondon. Anche in questo villaggio degli Xavantes c’è un uomo dello spi. Vive in un piccolo bungalow poco lontano dalle capanne degli indios, accoglie il DC3 che periodicamente atterra sulla pista rudimentale costruita presso il fiume, aiuta i piloti a scaricare i rifornimenti e li ospita per la notte. Nel piccolo cimitero ai margini della foresta ci sono quattro tombe di bianchi: sono stati uccisi dal capo della tribù che ancora vive nel villaggio e ogni tanto invita il funzionario dello spi nella sua capanna. La consegna che il generale Rondon ha dato nel 1910 ai volontari della sua organizzazione è: «Morire se è necessario, ma non uccidere mai».

Brasilia, la città astratta, sta mettendo la polpa. C’è gente che fa la fila alle fermate degli autobus, c’è gente che va a passeggio di sera, che sta seduta ai caffè, che va al cinema. […] Brasilia, a 900 chilometri dalla costa, è la capitale della «frontiera» brasiliana, il simbolo costosissimo di quella «marcha para o Oeste» che sembra oggi galvanizzare tutti i brasiliani: una corsa verso le ricchezze dell’Ovest, nascoste sopra e sotto la crosta di regioni vaste milioni di chilometri quadrati. Ma basta uscire appena da Brasilia, nella savana che la circonda, per avere un’idea di quanto dura sarà la nuova «conquista».

Hanno fatto buona pesca questi due malinconici cavalieri, e ora portano le loro ceste piene al mercato di São Luis. Vengono ogni giorno sulla spiaggia di Olho d’Água, dalla città, 20 chilometri la mattina e 20 la sera, a dorso d’asino o a piedi, calano in mare il «coral», una sorta di stuoia disposta in modo da formare un recinto chiuso, e aspettano l’alta marea.

Allora i pesci scorrazzano nell’acqua alta fin presso la riva, nuotano nel recinto, e s’accorgono troppo tardi, alla bassa marea, d’essere prigionieri. I pescatori arrivano, vuotano il recinto, riempiono i cesti, e ripartono per São Luis. Il cammino è lungo il mare, sulla spiaggia d’un bianco accecante, su una sabbia fina come fior di farina, così fina che s’incolla ai piedi e alle mani, ma basta un soffio per mandarla via.

Case rosa, azzurre, gialle, campanili grigi, ciottoli lucidi: è la Ladeira do Pelourinho, una delle più belle piazze di Salvador, nello Stato di Bahia. Ma questo è soltanto il nome ufficiale della città, nessuno in Brasile dice Salvador, dicono tutti Bahia. Settecento coloniale, ville superbe, marmi, stucchi, e 228 chiese. L’antica capitale dello zucchero è oggi uno splendido album, ci vivono poeti, chitarristi e turisti raffinati, è una città che comincia col silenzio dei palazzi e delle vie austere, in alto, e s’infittisce di gesti, di colore e di rumore, in basso, verso il porto. Qui durante due secoli sono sbarcati, a coltivare la canna da zucchero, 3 milioni e mezzo di schiavi negri. E qui 350 mila loro discendenti vendono dolci, alcool e chincaglieria, scaricano navi, e di tanto in tanto s’abbandonano a quel ritmo misterioso e affascinante che è il «Candomblé»: una religione di santi cristiani dai nomi pagani, un’ossessione remota a ritmo di

danza. […]

È carnevale a Rio e le ragazze negre si vestono da contesse francesi, da figlie di piantatori portoghesi, da Regine di Saba, da Cleopatre. È la festa dei negri e della samba. I bianchi stanno a guardare. Sono tre giorni, domenica, lunedì e martedì grasso: gli allievi e i maestri di tutte le scuole di samba della città sfilano ballando per i sei chilometri dell’Avenida Presidente Vargas, entrano in Avenida Rio Branco e si disperdono affranti per i quartieri Flamengo e Botafogo. Ma questo è soltanto uno «schema»: la sfilata non è un corteo, si sfrantuma in mille gruppi, cerchi, rivoli di danzatori che percorrono tutta la città, la immobilizzano, la stordiscono. È il delirio della samba in questa città, dove qualche anno fa, ai funerali di un grande cantante morto in un incidente d’auto, parteciparono 300 mila persone, e a un certo punto uno della folla improvvisò ad alta voce un canto funebre a ritmo di samba, e i vicini ripresero il motivo, e in pochi minuti decine di migliaia di persone cantavano piangendo la samba dell’addio.

Appoggiato a una palma, sulla spiaggia di Itapoan, presso Bahia, lo «jangadeiro» posa per il fotografo. Fra qualche ora sarà in mezzo al mare a bordo della sua «jangada», con un compagno, e con la speranza di un buon bottino. Non è una pesca facile, e la «jangada» non è una barca comoda: è una specie di zattera, sei lunghi tronchi e una bianca vela triangolare. Ma senza un chiodo: i legni sono tenuti insieme con incastri sapienti e con robusti legacci. Si parte la mattina e si sta in mare due o tre giorni, sempre con i piedi a mollo. Si pescano aragoste, quando è la stagione, o scampi, o altro. Le reti non servono, bastano dei fili con gli ami, occhi aperti, mano pronta, e soprattutto una grande esperienza. Poi, quando s’è messa insieme una quantità sufficiente di pesce, si ritorna. E da lontano si vedono sulla spiaggia le donne che aspettano: la moglie o la madre che salutano e chiedono se è andata bene. […]

 

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