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Dove il Nilo è l’unica strada

Il pittore Renato Guttuso ha raggiunto ad Aswan il nostro collaboratore Franco Fellini disceso da Khartoum. Insieme essi hanno percorso il Nilo fino al Delta. Ecco la prima parte del loro taccuino. La seconda parte verrà pubblicata nel numero di aprile

 

Siedo, quasi affondo nel terreno soffice, tra filari di fave lambiti dall’acque del fiume. Le stelle si spengono, a occidente discende opaca la luna, a oriente la linea dell’orizzonte si tinge di gialli e di rossi. Dalla riva si stacca silenziosa una barca, prende l’abbrivio, muove obliquando veloce verso il centro del fiume. Dei due uomini in barca, uno siede al timone, l’altro sposta da prua a poppa una cesta colma di reti. La barca scompare. Dal buio emergono, sulla destra, tronchi lisci e chiari di sicomori. Di lì si leva un fitto cicaleccio di uccelli. Alle mie spalle si delinea una muraglia striata di feritoie e in più punti sbrecciata. Ecco: sono questi i bastioni di Omdurman. […] Un poco più a monte, ma non tanto che non cominci a distinguere il ribollire dell’acqua, Nilo Bianco e Nilo Blu s’incontrano a formare il grande Nilo di Nubia e d’Egitto. La cupola e il minareto che s’alzano oltre il fiume e i palmizi, profilandosi in nitide grafie sullo scenario dell’alba, sono una moschea di Khartoum, porta dell’Africa Nera. Con il giorno avanzante si sciolgono le brume della mia stanchezza e tutto si va collocando in memorie favolose e in riferimenti precisi […]. Una sola cosa non riesco ad ambientare: me stesso. Nel villaggio dove vivo nevicava, nevicava senza posa da quattro, cinque, sei giorni e tutti gli uomini del paese erano mobilitati, sicché mi toccava lasciare i libri e badilare buona parte del giorno per tenere aperto un varco dalla casa alla strada. Un mattino, al risveglio, il cielo apparve terso come cristallo sull’anfiteatro grandioso di strapiombi e di guglie. Il tempo di chiudere le valigie ed abbracciare i bambini e già da una parete del Bianco appena lambita dal sole discendeva rombando la prima valanga. Adesso siedo sulla sabbia del Nilo mentre il disco vermiglio del sole s’alza dietro la cupola della moschea, spaccandola come un’anguria. Quante albe si sono succedute tra quella sul Monte Bianco e questa sul Nilo? Nessuna. Il salto è avvenuto entro un unico giro di sole. C’è da domandarsi se non è un sogno, una fantasticheria. […]

 

Breve giorno di una capitale
Il volonteroso signore venuto a prendermi all’aeroporto alle due e mezza di notte ha un nome lungo come quello di un prodotto farmaceutico: Castrinoyannakis. È nato in Grecia, cresciuto in Egitto, lavora nel Sudan e sogna di venire a stare in Italia. L’ho conosciuto come agente di una compagnia di turismo e lo scopro, dopo un po’ di conversazione, rappresentante della Pirelli nel Sudan. […]
La Buick nera del Signor Castrinoyannakis mi ha portato nella notte, attraverso le vie di Khartoum e di Omdurman. C’erano fantasmi bianchi, che camminavano frettolosi ai margini delle vie. […] Jeeps della polizia scorrazzavano sferragliando per le vie di Khartoum. Tra le case di fango di Omdurman, immenso sobborgo proletario della capitale, non un’anima. […] Dopo avermi abbandonato, a mia richiesta, e recuperato dopo l’alba […], sulla riva del Nilo, il signor Castrinoyannakis mi scorta al Grand Hotel […].
Il portiere dorme, la fronte riversa sul banco, un cameriere insonnolito porta due sdraio in giardino, scompare e ricompare con due provvidenziali tazze di caffè francese. Sono le sei, la città si sveglia. Macchine vecchissime ma americane e inglesi passano a grande velocità, via via più fitte, sul Lungonilo, unica strada interamente asfaltata. Qualche autobus, una quantità di autocarri carichi di gente come da noi quando c’è lo sciopero dei tram e degli autobus. Pochissimi pedoni. Il progresso, la modernità coincide qui con la motorizzazione. […] È cominciata la breve giornata della capitale sudanese. Verso l’una, le due del pomeriggio tutti, o quasi, si ritireranno nelle case e dormiranno, né ricompariranno se non dopo il tramonto. […] Lungo la via che conduce alla stazione, sui prati tra i bungalows che un tempo appartenevano ai padroni europei, ragazzini in pantaloni corti color kaki, torso nudo e moschetto, si preparano all’unico compito che la dittatura chiede ai suoi cittadini: affermare l’indipendenza del paese. […]
In guardia, viaggiatori del Sudan! Se andrete a prendere il treno Khartoum-Wadi Halfa attenendovi agli orari dell’Ufficio del Turismo della Repubblica Araba Unita […], la domenica prenderete il treno del mercoledì e il mercoledì il treno della successiva domenica. Sarebbe capitato anche a me, se non avessi avuto il mio bravo Castrinoyannakis; grazie al quale arrivo in stazione con cinque ore e un quarto di anticipo sull’orario della suddetta agenzia e un quarto d’ora sull’orario effettivo del treno. Chiedo al capostazione, per controllo, a che ora saremo a Wadi Halfa. «Domani» mi rassicura. «Domani in giornata». E mi guarda stranamente. Non solo lui, tutti mi guardano come una bestia rara e ridono maliziosi, come avessi un pesce d’aprile attaccato alla schiena. Mi accorgo di essere ancora come ieri sera a Ciampino, con cravatta, maglia, giacca, e in aggiunta il giaccone da viaggio buttato sulle spalle per non aver impicci tra le mani. Sto dando spettacolo. Prima che il treno sia partito ho fatto in tempo a ricomparire sulla banchina vestito in blu jeans, camicetta aperta fino all’ombelico e sandali, come a Portofino in agosto.

 

Il treno bianco del Sudan
Siamo, sul treno, sei «europei». Una parigina, giovanissima, graziosa e sola. Insegna alla scuola Chateaubriand di Khartoum. Prima s’è fatta due anni di Siria. Nel ’60 conta di andare in Giappone.  A Parigi torna d’estate. Vi tornerà definitivamente tra vent’anni – dice – per fare la vecchia signora. Una coppia d’americani è alla fine di una tournée nell’Africa Nera, durata tre mesi. Sessantott’anni lui, sessantasette lei (lo leggo sui loro passaporti); sono freschi, sorridenti e salottieri come gli ospiti fissi di un albergo in Riviera. Il misterioso della nostra pattuglia è un signore che ha il passaporto svizzero ma parla in perfetto nuovayorchese ed afferma di essere giornalista a riposo. Conosce per nome gli inservienti del treno che lo trattano con particolare rispetto. Infine c’è un italiano, giovane e solo, celibe, il quale, contro ogni regola, non fa la minima corte all’insegnante parigina. È un tipo molto squallido, l’unico, in tutto il viaggio, con cui non attacco bottone. Noi sei, più due sudanesi dalla statura imponente, credo due funzionari, occupiamo due vetture del treno, una vettura letto e una vettura buffet con ventilatori e vetri azzurrati. […] La prima classe è vuota. […] La seconda classe, con scompartimenti isolati ma panche di legno, è piena. Uomini, non una sola donna […]. La terza, al contrario, è affollata all’inverosimile da donne e bambini. Per quale motivo viaggino tante donne e bambini in un paese come questo non sono riuscito a saperlo. Sembra un esodo, gli uomini sono soldati, combattono l’invasore, le donne e i bambini fuggono in treno. […]
Così è il treno bianco del Sudan, che qualcuno sa quando parte e nessuno sa quando arriva. Per ragioni che forse solo il subconscio del capotreno conosce, a tratti va da lumaca, a tratti fila come un direttissimo. Fa un’infinità di fermate ed ognuna è una vera e propria siesta. […] Ad Atbara, sede di smistamento per Port Sudan, c’è una vera stazione. Altrimenti le stazioni sono costituite da un capo con berretto rosso e fischietto e da due in kamis, prima e dopo la fermata, che manovrano, in mezzo alla sabbia, gli scambi.

Dove il treno si ferma il paese si raccoglie sulla ipotetica banchina. Giungono prima gli uomini […]. Poi le donne e i bambini. Donne e bambini vendono mercanzie […]. Sono povere mercanzie […]. Ho seguito una bambina per tutta la lunghezza del treno, cercava di vendere un uovo, un solo uovo. […] I beni da vendere sono poveri, poveri gli eventuali acquirenti. […] Non ho mai visto nessuno che chiedesse l’elemosina. Non ho mai visto due venditori che si contendessero un cliente. Offrono la loro merce con dignità, senza insistenza. È bella gente, in generale, con l’aspetto sano e discretamente vigoroso, serio e fiero. Tra loro sono straordinariamente cordiali, si danno grandi manate, scherzano volentieri e ridono di cuore. […] Nelle ore pomeridiane non è possibile restare a lungo sulla banchina. Si va arrosto. Dopo qualche tempo i viaggiatori rientrano negli scomparti, i villici riparano all’ombra dei rari alberi, s’accoccolano l’uno a ridosso dell’altro riempiendo fittamente il cerchio d’ombra come le pecore di Sicilia e Sardegna nei meriggi d’estate. Aspettano, chiacchierando, che il treno riparta.

Non è proprio un deserto questo che scorre lentamente sotto il mio sguardo. È peggio che un deserto. Villaggi di fango, le case racchiuse nei muri dei cortili, muri alti, grigi, allineati, sicché ogni agglomerato sembra una fortezza della Legione straniera. Senza campi, i campi stanno più in là, lungo il Nilo, i villaggi nel deserto, lontani dal verde, per evitare la distruzione negli anni di maggior piena. Spesso senza un solo albero. Quasi sempre senza una casa più grande, un luogo di culto, una piazza che siano il segno di una qualsiasi forma di vita associata. Attorno, spersi greggi senza pastore, greggi di asinelli e di capre; i due animali, tra tutte le specie domestiche, che sappiano vivere, come l’uomo e con l’uomo, al limite del nulla. Non c’è un sol filo di erba, gli arbusti sono perlopiù secchi. La distesa è punteggiata di carcasse; i falchi qui sono di casa come nei nostri campi i passerotti. Al di là delle mandrie e dei loro relitti, sabbia, pietrame e sterpaglia; un vuoto di vita assoluto. Soltanto poco dopo lasciato Khartoum ho visto un trattore. Correva alto, nuovo fiammante su quelle macerie e pareva l’astronave di un marziano dopo la distruzione del mondo. Più avanti, in un paio di località, c’erano costruzioni nuove, anche intere borgate nuove, in mattoni cotti, identiche, del resto, alle case di fango. Dove erano state fatte porte alle case anziché, come di regola, sui cortili ho visto che le stavano murando. La strada ferrata non sembra aver portato nulla di nuovo.

[…] I pali lungo la strada ferrata sono il telegrafo (una diavoleria per i ricchi e i potenti delle grandi città), non la luce. Cosa accadrà il giorno in cui giungerà la luce e con essa la radio, la televisione? Impareranno a distinguere un turboreattore da un aviogetto, e magari Perry Como da Rascel, prima ancora di sapere come funziona il rubinetto dell’acqua corrente. Dopo circa cinquecento chilometri la linea abbandona le vicinanze del Nilo e s’avventura attraverso il vero e proprio deserto. Dove il treno si ferma non ci sono villaggi, solo pozzi. È notte, la luna naviga sul colmo del cielo. La sabbia è neve, un effetto sconcertante: neve rosa che all’alba, per alcuni fuggevoli istanti, diventa color rosso salmone.

Un trambusto mi risucchia dal sonno. C’è una vera stazione, una vera cittadina con viali alberati, bungalows fioriti di buganvillee, un minareto e un campanile copto che emergono dal folto delle acacie e dei sicomori.

È Wadi Halfa. Sulla banchina due giovani americani, sbucati chissà da quale recesso del treno, accaparrano l’unico taxi e lo rimpinzano di valigie, sacchi da paracadutisti, macchine da presa, pizze di pellicola, rotoli di coperte, cassette di whisky. Invano la parigina, che si ferma qui, chiede un po’ di spazio per i suoi fianchi affusolati, e la sua unica borsetta da viaggio. Il treno prosegue un altro paio di chilometri: Wadi Halfa dogana. C’è un tipo atticciato e orbo che fa da capoccia; designa i facchini, inquadra i passeggeri «europei» (salvo lo svizzero che fa da sé; anche qui è conosciuto e riverito), li accompagna dall’uno all’altro ufficio di frontiera, si assicura che qualche zelante doganiere non apra una nostra valigia. Quando ci ha sistemato sullo steamer, ciascuno nella propria cabina, torna a raccoglierci e ci porta indietro, oltre lo sbarramento doganale, in visita alla città. Preoccuparsi sarebbe un insulto, lo steamer non partirà finché lui non ci avrà ricondotto a bordo. «Bella città, la mia, che ne dite?». È davvero una cittadina graziosa, linda, variopinta, con una sommessa vita di piccoli spacci, botteghe artigiane, bar sul cui pavimento giovani giocano a taula e vecchi fumano accucciati sul narghilè, non una donna nelle vie, bambini, qualcuno miserevole, qualcuno bello, una piazza tonda con al centro un immenso sicomoro, sotto il sicomoro cammellieri addormentati, all’intorno cammelli aggrovigliati come formiche nella vasca da bagno. «E pensare che quel Nasser vorrebbe mettermela sott’acqua, questa mia città, con il suo dam dam». Un sarcastico gioco di parole; perché dam, in inglese, vuol dire sia diga che dannato. Me, mi prende in simpatia. Mi fa montare su un cammello, mi fa riaccompagnare in cammello, attraverso lo sbarramento della dogana, fino alla passerella della nave.

Lo steamer Wadi Halfa-Esh Shallal è un villaggio fluviale. Al centro c’è il battello vero e proprio, con ponte di comando, sala macchine, prima e seconda classe, ristorante. Su ognuno dei due fianchi un natante a due piani, uno per i passeggeri di terza (donne e bambini appartati dietro tralicci di legno), uno per il bestiame. A prua un terzo natante per le macchine e le merci ingombranti. […]

Sul ponte di seconda mi faccio tre nuovi amici: Jaki Abdulla el Iaiep, di Omdurman, diciannovenne, bello come l’Apollo del Belvedere, primogenito di sette fratelli e sette sorelle, studente in medicina all’Università del Cairo e appassionato di cinema («Ladri di biciclette! l’ho visto sei volte»); Naguib Shehata Khalil, alessandrino, segretario all’Università Araba di Khartoum, un tipo a cui vengono i lucciconi quando tira fuori le foto dei suoi bambini; e Hassan Mohamed el Alfi, che dagli italiani ha imparato a fabbricare sedie impagliate e s’è fatto – dice Jaki – i milioni. […] Di quando in quando mi alzo a chiedere quando arriveremo a Abu Simbel. «Tra poco, tra poco». Passano le ore. A un tratto si para agli occhi uno scenario da togliere il fiato. Una piccola baia di rena biondissima, racchiusa entro uno strapiombo di roccia rossigna. Scolpite nella roccia, su due lati, due facciate di templi, con portali, fregi, cornicioni. Seduti davanti al tempio di sinistra, i quattro colossali, meravigliosi Ramses ii. Ho studiato sui libri Abu Simbel, l’ho atteso come da innamorato. Ora me lo vedo scorrere davanti agli occhi e in mezzo minuto sparire. Perché? Perché, mi dicono, bisognava chiedere al capitano di fermarsi. È un’altra avvertenza per chi seguirà le mie orme.

 

Battello trasformato in questura
Gran bella vita la vita del coccodrillo; dal tepore della sabbia alla frescura dell’acqua, e viceversa. A giudicare dalla boccaccia di cui madre natura li ha forniti, approvvigionarsi di cibo deve essere un gioco. […] Il primo che ho visto era enorme, disteso su un pendio di rena con attorno il suo harem composto di tre coccodrilli più piccoli. Alle nostre grida l’harem è scivolato in acqua. Lui, lo sdegnoso sultano, non si è mosso. Ha soltanto spalancato le mandibole in uno sbadiglio, lo sbadiglio più mostruoso che si possa immaginare. […] Ora la riva si spacca in profonde insenature. Sembra di navigare in un arcipelago. Barche nere di pescatori scivolano sull’acqua doppiando il solco della luna… Verso mezzanotte un vento estroso si leva dal nord, investe il convoglio, solleva spruzzi tra natante e natante fin sul ponte più alto. Mi muovo come un sonnambulo verso la mia cabina. […] Fischia la sirena, m’affaccio sulla porta della cabina, s’affaccia anche l’americano, il viso gonfio di sapone da barba, torna a ritirarsi sbattendo porta. Sulla roccia di qua e di là del fiume corrono due lunghe linee parallele dipinte con vernice bianca. È il tracciato dell’Alta Diga. […] «L’Alta Diga si farà», mi sussurra Naguib Shehata, come fosse un segreto. Ha i lucciconi agli occhi come quando mi mostrava le fotografie dei suoi figli. Sventolo anch’io il fazzoletto agli operai della diga.

[…] Appena attraccati, il battello si muta in questura. Sale a bordo uno stuolo di funzionari, quali in divisa e quali in borghese, prendono possesso di un paio di locali, schierano tavoli e sedie, vi distribuiscono calamai, timbri, registri. […] Comincia l’esame di ammissione alla rau. […] Qual è esattamente la mia occupazione, perché vengo in Egitto, se viaggio solo, se in Egitto ho amici, parenti, beni mobili o immobili, che itinerario intendo compiere, dove alloggerò. E via dicendo. Sembro promosso. Macché, c’è ancora l’uomo terribile. È solo, a un tavolino d’angolo, è miope e affonda lo sguardo in un enorme registro. È l’uomo delle liste nere. […] Sul mio fianco, alle prese con la terza commissione, c’è la signora americana. «Oh che bravi questi egiziani» dice con slancio genuino. «Sapeste cosa dobbiamo passare noialtri quando torniamo in the States».

 

Come vestono d’inverno gli indigeni?
Per chi vi approda dalla Nubia, Assuan sembra Cannes. […] La bellezza stessa del luogo è così compiuta e perfetta da riuscire artefatta, illustrativa e leziosa. Malgrado il suo nome l’Hotel Cataract non sorge affatto dove l’acqua irrompe drammaticamente dalle bocche della diga incontro al greto ripido e aspro della prima cateratta. Dall’alto di una riva che sembra lisciata con carta vetro il Cataract si specchia in un lago, un Nilo-lago ove l’acqua dolcemente lambisce affusolate isole con palmizi scenograficamente arruffati, avanzi d’antichi templi, villaggi barbarini, ordinati parchi con ciuffi di buganvillee rosa e scarlatte, scogli basaltici neri, fantasiosamente scolpiti e perfettamente levigati.

[…] Un paesaggio che al primo incontro ti si conferma bellissimo ma subito acquisito, interamente scontato, poi, nel pigro volgere delle ore, nel trasmutare delle luci e dei toni, emana un fascino che continuamente s’accresce, che tanto più t’incanta quanto meno riesci a individuarne il segreto. E che clima! […] La hall del Cataract è l’accampamento dei nuovi giunti dal Cairo, il deposito del loro bagaglio. Attendono che venga libera la stanza che hanno prenotato con mesi di anticipo. […] Sul piazzale d’accesso giungono taxi strombettanti come avessero a bordo feriti, scaricano comitive, caricano comitive, ripartono scompigliando le schiere di asinelli e cavallini arabi predisposte in giardino per la felicità dei turisti bambini. […] L’Organizzazione è un polipo con cento tentacoli. Afferra anche me che stavo in disparte, mi godevo la scena e non chiedevo niente a nessuno. Mi afferra e mi carica, verso le dieci di sera, in una barca straripante di milanesi, torinesi, romani che gareggiano a chi è più spiritoso. […] Si approda su una sottile lingua di rena finissima e rosa: un luogo d’incanto. […] Siamo nella notte fra il 30 e il 31 dicembre.

Nel sole di mezzogiorno scendono alla stazione di Aswan, giunti via mare-terra, Guttuso, sua moglie e mia moglie. Sono felici, specialmente mia moglie che mi credeva nella sperduta Nubia. Dal treno, svegliandosi, ha visto il Nilo, lo ha visto blu (il Nilo è come il Tevere, è «biondo») e fiorito di ibis. I Guttuso raccontano quanto era bella Citera vista dal ponte dell’«Ausonia». A Citera contrappongo i miei coccodrilli. Così comincia il nostro vagabondaggio a quattro. […] Per non perdere nemmeno un quarto d’ora di Nilo le mogli cambiano abito sul limitare tra stanza e balcone. Sul balcone Guttuso disegna ed io mi lascio vivere da erede dell’Aga Khan. […] Il giorno appresso una guida che d’inglese sa soltanto: «I speak very good english», ci scorta al bazar. È giorno di mercato grande e ad Assuan confluiscono i fellahin di un lungo tratto di Nilo e di razze diverse: masri, nubiani, beduini, etiopi. Il mercato grande sta dietro il bazar: un vasto spiazzo tra squallide case inondato da una luce abbagliante. Entro una nuvola di polvere si muovono uomini in kamis bianco e donne in milayeh nero o siedono accanto alle loro mercanzie […]. Torme di ragazzini giocano a nascondino tra i sacchi. Quando ci vedono ci assalgono chiedendo bacscisc, il soldino. Il fetore è acuto, la polvere s’appiccica in gola. Andiamo a purificarci con una veleggiata sul Nilo. Sul Nilo passeggiamo attendendo l’ora dei pasti. Sul Nilo ci affacciamo, di sera, tra un whisky e l’altro. Al balcone sul Nilo indugiamo, di notte, prima di coricarci.

 

Scolari e dèi di Ombos
A sentire che andiamo in macchina da Aswan a Luxor il portiere del Cataract scuote il capo. Ci credeva persone dabbene. La strada corre asfaltata su un terrapieno che divide in modo netto e drammatico la campagna lussureggiante e la corrosa distesa di sabbia e macerie. Ahmed, l’autista a cui Allah ci ha affidato, non è da meno dei suoi colleghi di Aswan. Sull’asfalto si può andare a ottanta, a novanta. Perché sprecare questa rara occasione? […] Cammelli e dromedari, il collo ad esse emergente da enormi carichi di ceste o di canne, s’impermaliscono; scartano e sgroppano, qualcuno si butta giù dal terrapieno, qualcuno strappa le redini al conducente, prende a galoppare davanti alla macchina, dimenando le scarne natiche in cima a un paio di gambe interminabili, sdinoccolate, sbatacchianti, finché un’anima buona non si butta allo sbaraglio in mezzo alla strada e lo induce a deviare nei campi. Dove, dopo una quarantina di chilometri, l’asfalto finisce, comincia l’archeologia. Il sole è ancora basso sopra le dune. Sulla brillante distesa dei campi si eleva un terrazzo tufaceo. Lo difendono a oriente mura romane, a occidente il Nilo che ne lambisce la base e piega in una amplissima ansa. Qui sorge il tempio tolemaico di Ombos. Le sabbie lo tengono ancora metà prigioniero, in compenso l’Organizzazione non lo ha ancora scoperto.Cinque piastre al custode sono sufficienti per convincerlo che non vuoi vedere mummie di sacerdoti o di coccodrilli, che non ti interessa sapere qual è Haroeris e quale Setnofrit. Vuoi solo trascorrere una mezz’ora silenziosa e felice in un luogo non meno affascinante di Agrigento, di Paestum.

Nemmeno il tempo di formulare questo pensiero ed ecco irrompere, superando chissà come il bastione sul Nilo, un centinaio di ragazzini, un’intera scolaresca che straripa tra basamenti, pilastri, portali e colonne, i maschi in grembiule bianco, le bambine in abitini viola, gialli, azzurri, turchesi. Richiami, grida, risa echeggiano nel colonnato della sala ipostila, sotto i soffitti istoriati d’impassibili dèi. Finché, trafelati, giungono quattro o cinque insegnanti che li incolonnano e coscenziosamente li conducono a vedere le mummie dei sacerdoti, dei coccodrilli e spiegano loro quale è Haroeris, quale Setnofrit. Attraversa il cielo uno stormo di candide cicogne.

Il seguito ha un antefatto che occorre riferire. La notte di Capodanno Guttuso, rientrato nella sua stanza ed affacciatosi al solito balcone, rimase stregato dalla maga Circe dell’isola elefantina. Solo le prime luci dell’alba lo restituirono alla legittima consorte. Il male, il giorno appresso, non si rivelò che per piccoli trascurabili segni. Fece la sua strada lentamente come tarlo in un tavolato.Finché, scelta la congiuntura ideale, esplose. Immaginate una pista tutta buche che si snoda attraverso un oceano di pietre e di sabbia, schiacciato dal sole di mezzogiorno, senza un’anima, un albero, un qualsiasi segno di vita; che, quando alfine ti appare in lontananza un ciuffo di palme, piega in direzione opposta, s’infila in un canyon profondo e interminabile per sbucare in un nuovo oceano identico al precedente. Su questa pista avanza sobbalzando a quindici o venti chilometri orari una Chevrolet nera con i finestrini ermeticamente chiusi.A fianco dell’autista nubiano, Guttuso in giacca, sciarpa, paletò d’inverno con il bavero rialzato fino a incontrare la tesa del cappello di feltro; grondante sudore, inevitabilmente, scosso da brividi di febbre, assalito da dolori in ogni parte del corpo.

Sul sedile posteriore, tre anime in pena le quali non sanno che fare se non gridare ad Ahmed di chiudere il finestrino quando questi, che non capisce cosa sta succedendo, lo apre per non soffocare.La gara a chi avanza più presto – la Chevrolet di Ahmed e la febbre di Guttuso – dura l’intera giornata. […] Dopo Ehsna si rasenta la tragedia. Un bambinello di tre o quattro anni attraversa la pista davanti alla macchina. Ahmed frena e sbanda da prode, la Chevrolet finisce sul margine di un canale. Ahmed scende di macchina e siamo convinti che voglia sculacciare il bambino. No: si china su di lui, gli parla a lungo, lo accarezza sui capelli e poi torna, calmissimo, al posto di guida.Uomini e donne, bambini e cani, cammelli e asini e greggi di pecore (è l’imbrunire, l’ora del rientro al villaggio) sorgono come fantasmi nella luce dei fari e dileguano nel polverone. Tutankhamon redivivo che entrasse nella hall del Winter Palace di Luxor, nella luce scintillante dei lampadari di cristallo, tra abiti da sera e nudità veleggianti sull’onda di un valzer viennese, non sarebbe meno stordito di noi. Le stanze sono ancora occupate. Passano altre due ore prima di poter seppellire Guttuso sotto una montagna di coperte di lana.

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