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Le prospettive dei mercati

Non vi è dubbio che negli anni susseguenti l’ultimo grande conflitto mondiale, noi abbiamo assistito a un rapido ed eccezionale sviluppo del commercio internazionale, come probabilmente non si era mai verificato in precedenza. Naturalmente tale sviluppo non è stato omogeneo ovunque, risultando più accentuato fra certi Paesi e gruppi di Paesi piuttosto che in altri, ma si può certamente dire che esso ha interessato tutto il mondo civile con intensità crescente. Il suddetto sviluppo può essere attribuito a due ordini di cause, il primo a carattere prevalentemente economico, l’altro a carattere prevalentemente politico.

Fra le cause economiche vi è senz’altro da porre in prima linea la crescente e diversificata domanda di beni da parte delle varie collettività, conseguente all’evoluzione dei sistemi economici verso quelle «società del benessere» caratterizzate da elevati livelli di vita individuale e collettiva. L’aumento dei consumi che deriva e contemporaneamente alimenta questa spinta al miglioramento del tenore di vita doveva necessariamente essere accompagnato da una strutturazione dei processi economici tale da rendere minimi i costi di produzione dei beni; ciò ha favorito la tendenza a una sempre maggiore specializzazione e quindi complementarietà dei diversi sistemi economici poggiante sull’assunto dell’utilità di una divisione dell’attività produttiva, con conseguente incremento degli scambi internazionali.

[…] Di gran rilievo sono anche le ragioni politiche che hanno dato impulso agli scambi internazionali e che derivano dalla convinzione, prevalsa nella maggior parte dei Paesi del mondo, che il miglioramento dei rapporti fra le varie nazioni fosse strettamente legato all’intensificazione delle relazioni commerciali. […]

Le linee di sviluppo del commercio internazionale possono essere distinte secondo tre direttrici: gli scambi fra mercati ad alto livello di industrializzazione, i rapporti con i mercati a commercio di Stato, le relazioni con i Paesi in via di sviluppo.

È noto che gli scambi tra Paesi industrializzati si sono sviluppati in questi anni con tassi superiori a quelli del restante commercio internazionale e maggiori di quelli verificatisi in passato fra gli stessi Paesi industrializzati. Per i Paesi europei si può affermare che un forte impulso a questo processo è stato dato dal costituirsi di aree economicamente integrate come la cee e l’efta; è da prevedersi che un ancor maggior incremento degli scambi si verificherà a unione doganale completata, e per la cee ancor più quando saranno stati eliminati gli ostacoli para-tariffari e saranno state armonizzate le legislazioni fiscali. Altrettanto probabile appare l’intensificazione degli scambi con i «Paesi terzi» industrializzati, tenuto conto dell’atteggiamento favorevole mostrato dai vari governi e dagli ambienti economici, e dei risultati che vanno ottenendo le varie conferenze tariffarie come il «Kennedy round» sulla via di una sempre più ampia liberalizzazione del commercio internazionale.

Alla base di questa assai probabile ulteriore intensificazione degli scambi fra i Paesi industrializzali vi sono alcuni fattori sui quali desidererei brevemente soffermarmi. […]

La prima motivazione allo scambio internazionale è, in fondo, costituita dalla reciproca cessione di beni che mancano in un Paese e vengono prodotti da un altro. Ma questa complementarietà non si limita alle risorse di materie prime o di prodotti agricoli; si estende anche alle disponibilità di forze di lavoro e di capitali. Così appare logico che nei Paesi a maggior disponibilità di manodopera, e quindi a costi del lavoro relativamente inferiori, si localizzassero le attività ad alto contenuto di lavoro; mentre nei Paesi con maggiori risorse di capitale venissero dislocate le industrie a più alti fabbisogni di investimento. […]

A questo elemento della complementarietà dei sistemi economici se ne devono aggiungere altri, fra cui un particolare rilievo ha oggi la necessità di disporre, soprattutto per alcune produzioni, di mercati sempre più ampi. In molti settori merceologici l’economicità delle produzioni e la possibilità di svolgere un’approfondita ricerca scientifica sono oggi condizionate dall’ottenimento di certi volumi e troppo spesso i mercati nazionali rivelano domande insufficienti. Ciò comporta che il quadro operativo di investimento e di produzione sia necessariamente esteso su mercati più ampi, costituendo un fattore propulsivo di estrema importanza per il commercio internazionale.

L’intensificazione dei contatti e dei rapporti umani, fornendo un elemento ulteriore di collaborazione e di coscienza delle interdipendenze dei vari Paesi, sarà determinante per migliorare i rapporti anche politici delle varie collettività. Tematiche particolari, anche se in parte rientranti in quelle già accennate, si presentano nell’esame delle prospettive degli scambi con i Paesi a commercio di Stato. Anche in questo caso le premesse sembrano molto favorevoli, sia in una visuale tecnica dei possibili sviluppi, sia per il convergere delle impostazioni e delle mentalità con cui i problemi economici vengono affrontati. […]

Nei Paesi occidentali ha avuto luogo un ripensamento delle concezioni capitalistiche quali erano intese dal liberalismo ottocentesco e si sono accettati aggiornamenti non solo di forma ma soprattutto di sostanza alle precedenti impostazioni: ne sono importanti esempi il riconoscimento di più ampie funzioni dello Stato nel campo economico e l’introduzione di nuovi strumenti come la programmazione, sia pure indicativa.

Passi forse ancora più decisivi si stanno compiendo nei Paesi socialisti nei quali possiamo osservare, anche se solo di recente, un graduale passaggio da un’impostazione tendente all’ottenimento dei massimi volumi produttivi ad un’altra tendente a una prevalenza dell’economicità nei processi di produzione. Ne è derivato un ammorbidimento delle concezioni dirigistiche e pianificatrici che ha portato a una serie di misure, in parte già in atto, in parte ancora solo previste, che certamente avvicineranno quei sistemi economici a quelli dei Paesi occidentali.

[…] Queste nuove impostazioni hanno dato luogo sul piano del commercio internazionale a una presa di coscienza dei vantaggi derivanti da una divisione internazionale del lavoro. Così si è avuta prima una trasformazione del comecon, il mercato comune dei Paesi est-europei, da semplice organo consultivo a pianificatore internazionale dello sviluppo economico in quei Paesi. Questo passo costituiva la premessa per la fase più recente, che ha il principale sostenitore nel Presidente del Consiglio dei Ministri dell’urss, Kosygin, e che vede un crescente intervento dell’economia sovietica sui mercati occidentali, per procurarsi soprattutto macchinario e impianti, e per offrire in contropartita prodotti finiti oltre ai prodotti di base e a quelli agricoli.

Gli scambi con l’estero vanno assumendo un ruolo di importanza crescente nei piani dei Paesi socialisti e nelle scelte di priorità nell’ambito dei piani stessi. Questo processo si è inserito in un clima di maggior distensione politica che ha ridotto certe remore di natura anche morale, esistenti in passato soprattutto da parte degli Stati Uniti, e che ostacolavano l’intensificazione dei rapporti commerciali. Ci si può d’altronde chiedere se non siano stati proprio i più intensi scambi economici, con la conseguente interdipendenza e soprattutto la migliore conoscenza degli uomini, a permettere e ad accelerare la distensione di cui tanto si parla. Il problema dello sviluppo degli scambi si sposta quindi su un piano più tecnico; in proposito sembra interessante mettere in evidenza alcuni aspetti e tendenze che si potranno presentare negli anni futuri.

Si potrà verificare anzitutto un’inversione nel saldo della nostra bilancia commerciale con questi Paesi, da una situazione creditoria ad una debitoria, in seguito alle imponenti forniture previste soprattutto per interi complessi industriali (il caso fiat ne costituisce un esempio macroscopico); il che comporterà la necessità di ricercare delle contropartite per aumentare le nostre importazioni dai Paesi orientali. Le trattative in corso da parte dell’eni per importanti forniture di metano dall’urss possono additare una via ed essere un primo passo per la soluzione di questo problema.

In secondo luogo si deve prevedere che anche i rapporti con i Paesi a commercio di Stato saranno sempre più interessati da un flusso reciproco di scambio di «know-how» e di esperienze relative alla ricerca scientifica: attualmente il flusso è praticamente unidirezionale, ma non vi è dubbio che nei prossimi anni avremo delle contropartite, soprattutto dall’Unione Sovietica. Dobbiamo d’altro canto tenere presente che le nostre esperienze nei Paesi Oltrecortina sono molto interessanti sia sul piano tecnico, per la diversità di clima, di gusti e di abitudini, sia per l’aspetto dimensionale. In particolare, ancora per l’Unione Sovietica, i problemi produttivi o distributivi si presentano sotto aspetti macroscopici rispetto a quelli dei nostri mercati: ciò potrà consentirci nuove esperienze anticipatrici di un adeguamento del nostro apparato produttivo a dimensioni ben più vaste.

[…] La terza grande area a cui è interessato il commercio internazionale è quella dei Paesi in via di sviluppo. Se esistono ragioni di differenziazione fra i due gruppi di problemi già esaminati, bisogna convenire che i temi relativi a quest’ultimo argomento si staccano in un modo ancora più netto. La nostra posizione nei confronti dei Paesi in via di sviluppo interessa infatti oltre che aspetti economici e politici anche aspetti morali: come nell’ambito di ogni Paese è considerato naturale e anzi doveroso che si verifichi una ridistribuzione dei redditi a favore dei meno abbienti, così sembra logico che tale etica si estenda ai rapporti fra Stati più ricchi e Stati più poveri.

[…] La collaborazione economica con questi Paesi richiede un notevole sforzo da parte nostra per comprendere appieno i problemi degli uomini con i quali entriamo in contatto: basti pensare che l’obiettivo primario e centrale di molti di questi Paesi è ancora quello di raggiungere un equilibrio economico e demografico tale da vincere il problema della fame.

Dobbiamo anche tener presente che se, per noi occidentali, è spesso difficile adattarci ai modi di vita che il progresso comporta, per queste popolazioni il fenomeno diventa addirittura sconvolgente: esse che non hanno conosciuto la fase della macchina a vapore né quella dell’elettricità, si trovano di colpo di fronte ai problemi posti dall’era atomica: esse vedono contemporaneamente sulle loro strade carri trainati da buoi e in cielo giganteschi aeroplani, vedono nei loro campi operare moderni bulldozer mentre uomini seminudi continuano a lavorare in modo primitivo.

Tutto questo rafforza la convinzione che il primo tema da affrontare nei nostri rapporti con questi Paesi sia quello della preparazione degli uomini, preparazione che può avvenire sia localmente sia attraverso temporanee esperienze nei nostri Paesi. È evidente che la scelta tra queste due alternative dipende da molti fattori e considerazioni; la soluzione che tecnicamente sarebbe forse preferibile, e cioè quella dell’addestramento nei nostri Paesi, può infatti rivelarsi socialmente poco raccomandabile, se si pensa alle conseguenze, sul piano psicologico, del rientro in Patria di persone che hanno assimilato un ambiente che poi non riescono a ritrovare.

Contemporaneamente alla preparazione degli uomini, si pone il problema finanziario: alla sua soluzione, almeno in un primo momento, contribuiranno soprattutto i governi e gli enti finanziari internazionali pubblici per creare le infrastrutture, investimento necessario per predisporre le condizioni per le iniziative industriali e agrarie, ma senza un reddito immediato e diretto, e tale quindi che difficilmente l’industria privata potrebbe addossarsene l’onere.

In un secondo tempo prevalente sarà invece il compito dell’industria privata, sia sul piano degli investimenti, sia su quello degli scambi commerciali.

Per quanto riguarda in particolare gli scambi è fin troppo noto che la caratteristica dei Paesi in via di sviluppo è quella di esportare uno o pochi prodotti primari, agricoli o minerari, alla cui domanda e prezzi sono direttamente legati i problemi valutari e dello sviluppo economico. È certo questo un motivo di rigidità che tuttavia non pare doversi sopravvalutare in senso negativo: è probabile invece che le prospettive siano favorevoli, perché la richiesta, da parte dei Paesi industrializzati, di tali prodotti, è in costante ed intenso aumento. […]

Tutto ciò senza contare che la graduale industrializzazione dei Paesi attualmente sottosviluppati comporterà un crescente assorbimento delle materie prime da parte degli stessi Paesi produttori che potranno così realizzare una integrazione dei processi produttivi direi quasi naturale. Questa industrializzazione si orienterà logicamente nei settori ad alto contenuto di mano d’opera, onde trarre profitto dal basso costo del lavoro locale; ciò potrà quindi dare luogo a un ulteriore ampliamento della complementarietà fra i due gruppi di mercati, che dovrebbe comportare una intensificazione degli scambi.

[…] Da questo esame delle prospettive di sviluppo del commercio internazionale e, più in generale, dei rapporti economici sul piano mondiale, risulta con evidenza la conclusione che il futuro ci offrirà un ulteriore rafforzamento delle tendenze in atto. A questa conclusione portano le considerazioni fin qui svolte e molte altre, a volte più strettamente economiche, a volte prevalentemente politiche, ma tutte tendenti a constatare la maggior interdipendenza fra i Paesi e gruppi di Paesi e ad evidenziare come le scelte economiche non possano più prescindere da considerazioni ben più ampie di quelle effettuate a livello nazionale. Da ciò deriva una nuova, particolare visione dei rapporti economici fra i Paesi, nel senso cioè di non considerare questi più come un fine, ma piuttosto come un mezzo per realizzare obiettivi di ben più vasta e impegnativa natura.

Ho accennato al tema della conoscenza e della comprensione sul piano umano, cui danno e daranno luogo questi rapporti, rilevando come solo in tale modo si possa giungere ad una effettiva e proficua collaborazione fra ì popoli. È questo, a mio avviso, l’obiettivo che deve essere perseguito se non vogliamo trattare il tema del commercio internazionale solamente da un punto di vista mercantilistico. Obiettivo che va perseguito nel giusto equilibrio e cioè senza usare il metro del miope né quello del presbite, da un lato guardando molto avanti senza farsi distrarre da problemi e interessi particolari, sia pure legittimi, ma marginali; dall’altro ricordando che sui grandi progetti si corre il rischio di commettere anche grandi errori, e che quindi gradualità e linearità d’azione sono condizioni fondamentali per un sostanziale e duraturo successo.

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