Cerca
eng
Cerca
eng
Accedi all’Archivio online
Esplora l’Archivio online per trovare fonti e materiali. Seleziona la tipologia di supporto documentale che più ti interessa e inserisci le parole chiave della tua ricerca.
  • Documenti
  • Fotografie
  • Disegni e manifesti
  • Audiovisivi
  • Pubblicazioni e riviste
  • Tutti
Assistenza alla consultazione
Per richiedere la consultazione del materiale conservato nell’Archivio Storico e nelle Biblioteche della Fondazione Pirelli al fine di studi e ricerche e conoscere le modalità di utilizzo dei materiali per prestiti e mostre, compila il seguente modulo.
Riceverai una mail di conferma dell'avvenuta ricezione della richiesta e sarai ricontattato.

Dichiaro di avere preso visione dell’informativa relativa al trattamento dei miei dati personali, e ai sensi dell’art. 6 del GDPR autorizzo la Fondazione Pirelli al trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi descritte.

I campi contrassegnati con * sono obbligatori
Prenota un percorso Educational
Seleziona il grado di istruzione della scuola di appartenenza
  • Scuola Primaria

  • Scuola Secondaria di I grado

  • Scuola Secondaria di II grado

  • Università

Back
success
fail
Scuola Primaria
Prenota un percorso Educational
Seleziona il laboratorio che ti interessa e il giorno
Inserisci i dati richiesti, il nostro team confermerà la disponibilità via mail

Dichiaro di avere preso visione dell’informativa relativa al trattamento dei miei dati personali, e ai sensi dell’art. 6 del GDPR autorizzo la Fondazione Pirelli al trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi descritte.

I campi contrassegnati con * sono obbligatori
Back
Scuole secondarie di I° grado
Prenota un percorso Educational
Seleziona il laboratorio che ti interessa e il giorno
Inserisci i dati richiesti, il nostro team confermerà la disponibilità via mail

Dichiaro di avere preso visione dell’informativa relativa al trattamento dei miei dati personali, e ai sensi dell’art. 6 del GDPR autorizzo la Fondazione Pirelli al trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi descritte.

I campi contrassegnati con * sono obbligatori
Back
Scuole secondarie di II° grado
Prenota un percorso Educational
Seleziona il laboratorio che ti interessa e il giorno
Inserisci i dati richiesti, il nostro team confermerà la disponibilità via mail

Dichiaro di avere preso visione dell’informativa relativa al trattamento dei miei dati personali, e ai sensi dell’art. 6 del GDPR autorizzo la Fondazione Pirelli al trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi descritte.

I campi contrassegnati con * sono obbligatori
Back
Università
Prenota un percorso Educational

Vuoi organizzare un percorso personalizzato con i tuoi studenti? Per informazioni e prenotazioni scrivi a universita@fondazionepirelli.org

Visita la Fondazione
Invia la tua richiesta per una visita guidata alla Fondazione Pirelli

Dichiaro di avere preso visione dell’informativa relativa al trattamento dei miei dati personali, e ai sensi dell’art. 6 del GDPR autorizzo la Fondazione Pirelli al trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi descritte.

I campi contrassegnati con * sono obbligatori
Digita qui il testo da cercare nel sito di Fondazione Pirelli
La spedizione italiana al K2

Le fotografie a colori che illustrano questo articolo di Dino Buzzati sono state scattate durante l’ultima ricognizione del prof. Ardito Desio nella zona della seconda vetta del mondo

 

 

Tra le nazioni che hanno grande tradizione alpinistica l’Italia si affaccia all’Imalaia buona ultima. Per fortuna l’impresa che si tenta, la conquista del K2, seconda vetta del mondo, è tale da compensare largamente, in caso di successo, il rammarico del tempo perduto.

Dopo la guerra si è visto nettamente che l’alpinismo mondiale stava per prendere una strada nuova. Esauriti tutti i problemi delle Alpi, i giovani più forti puntavano ai colossi mastodontici degli altri continenti, e soprattutto al problema dei problemi, all’Imalaia, fino allora apparso come un quasi irraggiungibile miraggio.

In questi anni – a parte le spedizioni sulle Ande sudamericane, dove si è fatto molto onore il nostro intramontabile Piero Ghiglione (anche laggiù ci sono ancora degli interi grandiosi massicci da esplorare) e dove i francesi hanno ottenuto una formidabile vittoria scalando il Fitz Roy, in Patagonia, senza dubbio una delle più belle e difficili montagne del mondo – l’ambizione dei Paesi alpinistici si è rivolta agli «8000», le vette cioè che superano tale quota e che costituiscono la corona suprema della terra.

Gli «8000» conosciuti – ed è improbabile che se ne scoprano di nuovi – sono quattordici e si trovano tutti nell’Imalaia; in ordine di statura sono l’Everest, metri 8888; il K2, 8611; il Kancenjunga, 8579; il Lhotse, 8501; il Makalu, 8470; il Cio Oyu, 8189; il Dhaulaghiri, 8167; il Manaslu, 8135; il Nanga Parbat, 8120; l’Annapurna, 8075; il Gasherbrum i o Hidden Peak, 8068; il Broad Peak, 8047; il Gasherbrum ii, 8035 e il Gosainthan, metri 8018.

Finora, e ci riferiamo al periodo dopo l’ultima guerra, si sono mossi: gli inglesi che, dopo aver tentato l’Everest (spedizione Shipton) nel 1951, sono riusciti a toccare la vetta l’anno scorso (Hillary e lo sherpa Tenzing, spedizione Hunt); gli svizzeri che nel 1952 hanno pure tentato due volte l’Everest, arrivando (spedizione Lambert) a 250 metri dalla cima; i francesi, che con la scalata dell’Annapurna, nel Nepal, hanno per i primi, nel 1950, vinto un «8000»; i tedeschi che l’anno scorso (Hermann Buhl da solo) hanno salito il Nanga Parbat, dove avevano lasciato la vita, nel 1934 e nel 1937, dieci dei loro più forti alpinisti; i giapponesi che l’anno scorso hanno tentato in forze ma senza successo il Manaslu; i russi che l’anno scorso hanno tentato senza frutto l’Everest dal versante nord (risulterebbe che più di uno dei loro ci abbia rimesso la vita); gli americani infine che nel 1953 hanno tentato inutilmente il K2 (spedizione Houston).

È evidente che laggiù l’alpinismo si trova nella fase corrispondente alla situazione delle Alpi nella prima metà del secolo scorso: quando cioè la maggioranza delle più alte vette non era stata ancora raggiunta e la ricerca della via più difficile, come avvenne poi, non entrava neanche in discussione. Questa fase, nell’Imalaia, durerà un bel pezzo. Se poi si pensa alle possibilità di sfidare questa o quella parete, questo o quello spigolo, la mente si smarrisce in una prospettiva senza fine; ci sarà – come ha detto Marcel Kurz – lavoro sodo per parecchi secoli.

Superfluo poi notare che si tratta di un alpinismo ben diverso da quello nostrano. La ascensione di due amici che, magari con pochi soldi in tasca, partono dalla città e dopo due tre giorni ritornano dall’aver fatto un «sesto grado», nell’Imalaia è, almeno per ora, inconcepibile. Lassù non esistono centri come Zermatt o Courmayeur e tanto meno rifugi con servizio di alberghetto. Ogni volta bisogna organizzare una vera e propria spedizione che costa decine e decine di milioni; bisogna condurre a termine spesso lunghe trattative diplomatiche coi governi dell’India e del Pakistan per ottenere i permessi, limitazione non dovuta a un capriccio ma al fatto che quelle alte valli sono povere di risorse e di uomini, quindi l’arrivo contemporaneo di due spedizioni fatalmente darebbe luogo a inconvenienti; bisogna assoldare sherpas nepalesi o quanto meno portatori indigeni per alleggerire gli alpinisti delle fatiche più pesanti; bisogna stabilire con sagace tattica un sistema di campi successivi e rifornirli regolarmente così da permettere alle cordate d’attacco di spiccare l’ultimo balzo verso la vetta da un punto quanto è più possibile avanzato e in condizioni di relativa freschezza; bisogna essere protetti dalla fortuna per quanto riguarda il tempo che concede solitamente due periodi favorevoli, in estate e al principio dell’autunno, periodi talora che durano pochi giorni; bisogna acclimatarsi progressivamente alla rarefazione dell’aria, che dopo i 7000 metri costituisce una delle difficoltà maggiori; bisogna saper resistere, specialmente in caso di bufera, allo sgomentante senso di isolamento che assale anche gli uomini più temprati, e che si aggrava per la fatale debilitazione fisica dovuta all’altezza; bisogna rinunciare, da parte di ogni membro della spedizione, alle ambizioni personali che vanno spesso crudelmente subordinate all’interesse collettivo. Tutto questo senza contare le difficoltà intrinseche di quelle salite che mettono alla massima prova le facoltà fisiche e morali dell’uomo anche quando i singoli passaggi da superare, tecnicamente parlando, non superano il secondo o il terzo grado.

Ma ora consideriamo un poco le prospettive della nostra impresa.

A chi gli chiedeva come si presentasse il K2, Riccardo Cassin, che nell’estate scorsa ha accompagnato il prof. Ardito Desio nella ricognizione preparatoria al ghiacciaio del Baltoro, ha risposto: «È come due volte il Cervino». Il paragone col Cervino è tutt’altro che gratuito, soprattutto se lo si completa con una corrispondente analogia tra l’Everest e il Monte Bianco. L’Everest è meno ripido del K2 così come il Monte Bianco è meno ripido del Cervino. La salita dell’Everest ha richiesto una lunga e complicata traversata di ghiacciai e di seracchi mentre il K2, così come il Cervino, non richiede prestazioni del genere, la sua piramide balzando subito con grande ripidezza dal sottostante ghiacciaio Godwin-Austen, che non presenta alcuna difficoltà essendo pianeggiante. Inoltre il K2, come il Cervino, si innalza al cielo isolatissimo, precipitando da ogni versante con ciclopiche pareti. E il paragone regge anche per quanto riguarda le difficoltà perché non c’è dubbio che il K2 sia più duro dell’Everest.

Nonostante questi ostacoli, nonostante la terrificante grandiosità della parete da scalare – il dislivello è di oltre 3000 metri –, ci sono alcuni elementi favorevoli. Prima di tutto la via di salita per la cresta sud-est (ogni altro versante è giudicato di gran lunga più arduo, se non addirittura impraticabile) si svolge lungo un costolone, ciò che riduce di gran lunga i pericoli di valanghe. Inoltre, non dovrebbero più esistere incognite circa le difficoltà da superare, dato che l’americano Wiessner, pur non essendo riuscito a raggiungere la cima, aveva già risolto il problema alpinistico più preoccupante, cioè il tratto più ripido tra la spalla e la calotta sommitale.

In quanto alla storia alpinistica del K2, sarebbe troppo lungo ripercorrerne qui tutte le vicende. Le sintetizziamo:

 

  • nel 1861 il capo del servizio orografico dell’India, Godwin Austen, si avvicinò per primo alla base del colosso (Godwin-Austen è infatti il secondo nome del picco);
  • nel 1902 la spedizione Guillarmond-Wessely, in prevalenza svizzera, attaccò la cresta est ma non oltrepassò la quota 6800;
  • nel 1909 il nostro duca degli Abruzzi con le guide Joseph Petigax e il figlio Lorenzo, Henry e Alessio Brocherel, i portatori Emilio Brocherel, Alberto Savoie ed Ernesto Bareux, attaccò la cresta sud-est, che da allora si chiama cresta Abruzzi, esattamente per il contrafforte «delta» di tale cresta (il quarto da sinistra), e dovette desistere quand’era giunto a quota 6700;
  • nel 1938 la spedizione americana capitanata da Charles Houston, attaccando allo stesso punto, raggiunse in sette campi successivi la sommità della cresta, sboccando sulla cosiddetta «spalla», e si fermò a quota 7925 alla base della muraglia finale, parte in ghiaccio parte in roccia, che ha una pendenza media di 65-70 gradi;
  • nel 1939 un’altra spedizione americana, dopo aver posto nove campi, si portò (cordata Fritz Wiessner-sherpa Pasang Lama) fin oltre la suddetta muraglia, raggiungendo quota 8370 metri; i due dovettero però tornare perché veniva notte; il giorno dopo ritentarono, ma presero un colatoio di ghiaccio che sarebbe stato troppo lungo scalinare; poi successe la tragedia perché un portatore aveva dato in basso la cervellotica notizia che la pattuglia di punta era perita. Erano stati quindi smontati i campi e – attraverso una serie di incidenti che sarebbe troppo lungo spiegare – trovarono la morte l’americano Wolfe e tre portatori;
  • nel 1953 Houston ancora parte all’attacco ma, ostacolato dal maltempo, non riesce neppure a innalzarsi alla quota già da lui stesso raggiunta nel 1938. Sulla via del ritorno, il geologo Gilkey, ammalatosi di flebite, viene ucciso da una slavina mentre viene calato in basso.

L’iniziativa

Il primo passo ufficiale verso un’impresa imalaiana risale a più di un anno fa quando il Consiglio generale del Club Alpino Accademico Italiano, figlio nobile del Club Alpino, che raccoglie dopo una severa selezione il fior fiore dell’alpinismo non professionista, decise di iniziare gli studi per una spedizione in quel massiccio. Ma tutto era incertissimo. Non si sapeva neanche quale sarebbe stata la meta.

Fin da prima però un uomo si interessava per ottenere quello che era la premessa indispensabile, senza la quale la buona volontà, la capacità, il coraggio, l’organizzazione, i mezzi, sarebbero stati completamente inutili, vale a dire il permesso dell’autorità locale. Quest’uomo era il professore Ardito Desio, membro dell’Accademico, direttore dell’Istituto di geologia dell’Università di Milano, alpinista, scienziato ed esploratore di fama internazionale. Sia per la situazione della concorrenza tra le nazioni aspiranti a questi lasciapassare (l’Everest era già stato ad esempio largamente prenotato), sia per la conoscenza personale del Karakorum dove era già stato anche col duca di Spoleto nel 1939, sia per la speranza di assicurare all’Italia un successo di importanza mondiale, inferiore appena alla conquista dell’Everest, Desio, fin dal 1952, si interessava per il K2. Era andato apposta in India e in contatti diretti con autorità governative di Caraci aveva già avuto assicurazioni, sia pure non impegnative. Fatto sta che il suo prestigio personale e la sua opera diplomatica sono valse ad assicurarci l’autorizzazione del Pakistan, autorizzazione che era ambita contemporaneamente da varie altre nazioni; e specialmente dagli americani che consideravano di avere sul K2 una specie di ipoteca morale dopo le loro spedizioni del 1938, del 1939 e del 1953, nonché dai tedeschi che avevano già indicato pubblicamente il K2 come meta per la prossima estate di una loro équipe capitanata dalla guida Mathias Rebitsch.

L’autorizzazione ufficiale per tentare il K2 nel 1954 ci è giunta relativamente tardi, cioè in ottobre. E questo ha costretto a stringere i tempi della preparazione. Certo molti particolari si sarebbero potuti studiare col vantaggio di una maggiore calma se ci fosse stato un più largo margine di tempo.

Ecco in sintesi le caratteristiche dell’organizzazione: gli enti promotori sono il Consiglio Nazionale delle Ricerche e il Club Alpino Italiano; vi è interessato anche il coni, che aveva in passato dato l’incarico a Desio di fare approcci in India per una spedizione del genere. Capo del tentativo è lo stesso prof. Ardito Desio, il quale presiede il Comitato organizzatore composto da varie eminenti personalità del mondo alpinistico: dottor Guido Bertarelli, conte Aldo Bonacossa, avvocato Renato Chabod, Amedeo Costa, avvocato Alessandro Guasti, dottor Vittorio Lombardi, Guido Rivetti, dottor Silvio Saglio, senatore Attilio Tissi e conte Ugo di Vallepiana; tutte persone di tale serietà e competenza da dare la massima garanzia. Inoltre ci sono dieci sottocommissioni tecniche, formate da personalità della scienza, della medicina, dell’industria e dell’alpinismo sia per curare la scelta e la confezione dei materiali, sia per i controlli medici e gli esami fisiologici dei candidati, sia per assicurare la base finanziaria.

A metà dicembre Desio ha convocato a Milano ventun accademici e guide alpine, candidati per la grande impresa. In un’aula dell’Istituto di geologia, in via Botticelli, egli ha spiegato loro i criteri con cui sarebbe stata fatta la selezione e il programma del tentativo. Tra quei ventuno dovevano essere scelti i dieci più adatti; con questi partiranno, oltre al capo della spedizione, il medico dottor Guido Pagani, pure membro del Club Alpino Accademico, e cinque scienziati.

La prima fase del piano, organizzativa, era già in corso fin dall’ottobre e per quanto riguarda la selezione dei partecipanti è cominciata appunto verso la metà di dicembre con la visita medica e fisiologica dei designati presso gli istituti dell’Università di Milano. Sono seguite a Torino altre prove fisiologiche così da realizzare artificialmente le condizioni di ambiente corrispondenti agli 8000 e passa metri. Dal 17 alla fine di gennaio gli alpinisti che avevano superato bene tali esami – e va notato che nonostante la limitazione del tempo il controllo dal punto di vista fisico è stato accuratissimo, quale forse non si è avuto neppure per i partecipanti alla spedizione inglese all’Everest – hanno fatto un campeggio sperimentale e di acclimatazione a 3700 metri, sul ghiacciaio di Pian Rosà, fra la Testa Grigia e la Gobba di Rollin, sopra Cervinia. Qui non solo gli uomini hanno potuto collaudare la resistenza all’alta quota, al freddo e alla fatica, ma si è pure esperimentato il materiale, dai vari tipi di vestiti alle calzature, dalle tende isotermiche alle vettovaglie, dalla teleferica portatile alle maschere per la respirazione ad ossigeno. I nove giorni di campo e di esercitazioni hanno dato risultati preziosi, dal punto di vista tecnico, oltre a consentire un cordiale affiatamento tra i partecipanti.

La preparazione si completerà poi a metà febbraio con un secondo campeggio, sul Monte Rosa, a circa 4200 metri, dove gli uomini faranno una acclimatazione preliminare e prenderanno la confidenza con le maschere ad ossigeno e con altri attrezzi «imalaiani». Si pensa che verso la metà di marzo gli scalatori saranno così a punto. Poi imballaggio dei materiali e loro trasporto a Genova dove saranno imbarcati su un piroscafo.

Col 1° aprile – questa tabella oraria logicamente potrà subire qualche lieve variazione – avrà inizio la seconda fase, preparatoria, durante la quale bagaglio e uomini dovranno trasferirsi, in successivi scaglioni, dall’Italia al campo base, situato ai piedi del K2, a circa 5000 metri di quota.

Il grosso della spedizione raggiungerà Caraci per via aerea, e di qui Rawalpindi in ferrovia. Da Rawalpindi a Skardu ancora con velivolo. Quindi a piedi per Askole e Urdukas, dove è previsto un primo periodo di acclimatazione, allenamento e prove dei materiali.

Infine, dal 1° al 5 giugno, gli alpinisti si porteranno al campo base, che permetterà, fino alla metà di giugno, un secondo periodo di acclimatazione, mentre una parte di materiali verrà trasportata all’inizio del crestone Abruzzi, lungo il quale verrà sferrato l’attacco al K2.

Ed eccoci alla fase cruciale. Dalla metà di giugno al 25 luglio sarà fatto l’assalto decisivo, previo allestimento di una catena di nove campi affinché la cordata di punta non abbia a dover superare, nell’estremo balzo, un dislivello eccessivo. Nel caso che in queste settimane il tempo sia ostinatamente sfavorevole, un secondo tentativo verrà fatto nel periodo dal 25 luglio al 20 agosto. Ma si spera che questo secondo sforzo non sarà necessario.

Il ritorno in Italia è previsto per la metà di agosto, se riuscirà il primo tentativo; l’11 settembre, se invece la manovra di attacco dovrà essere ripetuta.

Il capo della spedizione

Il professor Ardito Desio è un uomo di 56 anni, friulano, piuttosto piccolo, magro ed asciutto, il naso aquilino, l’espressione cordiale e sorridente. Titolare dell’Istituto di geologia dell’Università di Milano, ha al suo attivo, a parte vari ponderosi lavori scientifici, numerose spedizioni: nelle Alpi, nel Dodecanneso, nel Karakorum (dove andò come geografo e geologo col duca di Spoleto nel 1929), in Persia (dove nel 1933 esplorò la catena dello Zard-e Kuh, compiendo una serie di prime ascensioni), nel Sahara libico, nel Tibesti, nell’Africa Orientale e in Albania. È membro del Club Alpino Accademico Italiano. Oltre alla sua specifica competenza alpinistica egli ha quindi una grande pratica delle difficoltà che presentano le spedizioni in regioni remote, selvagge e inospitali, dove massima è la solitudine e tutto deve essere calcolato meticolosamente prima di partire. Possiede quindi tutti i titoli, per dir così, formali per dirigere l’impresa del K2. Ma ciò che soprattutto dà affidamento, a quanti l’hanno conosciuto di persona, è la sua straordinaria vitalità ed energia. Benché non sia più un giovanotto, dà l’impressione di essere veramente instancabile e stupisce la sua serenità, la sua calma, il suo ponderato ottimismo anche quando si accavallano all’improvviso preoccupazioni e grane. Qualcuno l’ha paragonato a certi personaggi di Verne; e il paragone ci sembra che vada benissimo purché non si intenda che Desio sia uomo alla vecchia; anzi. Sotto la sua perenne giovialità, che del resto non è una maschera ma corrisponde al fondo vivace e socievole del suo temperamento, non è poi difficile indovinare, per poco che lo si abbia frequentato, una grande fermezza di carattere. Del resto anche da vecchi alpinisti di difficile contentatura e facili alla critica abbiamo sentito esprimere, sul conto di Desio, a proposito del K2, una fiducia senza riserve. In poche parole: per la competenza, per l’esperienza, per la chiarezza di vedute e per capacità di comando egli appare l’uomo più indicato.

Gli uomini

La selezione è stata fatta col massimo scrupolo e con piena serenità di giudizio. Da alcuni essa ha tuttavia avuto una curiosa interpretazione, come se il non essere ritenuto adatto ad ascensioni oltre gli 8000 significasse una capitis deminutio fisica o morale. Ebbene: ci sono uomini capacissimi di affrontare i più tosti «sesti gradi» delle Alpi, che tuttavia non sono in grado di cimentarsi a quelle altezze estreme; e questo non già perché manchi loro il coraggio o la forza d’animo bensì per deficienze fisiche. Deficienze, ben si intende, sempre relative perché tutti i candidati della «prima ora» erano elementi di primissimo ordine e una esclusione non poteva in alcun modo diminuire la loro statura di alpinisti.

Polemiche si sono avute specialmente per l’esclusione di Riccardo Cassin, il quale è senza dubbio il più glorioso esponente dell’alpinismo italiano. Ma è assurdo vedere nel parere negativo espresso dai medici un giudizio sia pur menomamente sfavorevole dal punto di vista tecnico o morale. Egli stesso del resto, persona seria come è, si è subito reso conto, quando ha letto i «referti», di non poter partecipare all’impresa. Non che gli fossero state riscontrate delle gravi tare. Solo che, in rapporto agli altri candidati, egli risultava fisicamente meno efficiente.

Dover decidere l’esclusione di Cassin è stata per i dirigenti una cosa ingrata. Desio per primo capiva quale garanzia per lui sarebbe stata la presenza di un uomo simile. E Desio stesso, per quanto scienziato, non esclude che un uomo uscito male da tutte le prove fisiologiche possa magari domani fare meraviglie anche oltre gli 8000. Ma come prendersi una responsabilità simile? Se proprio nel momento critico quelle riscontrate deficienze fisiche avessero all’improvviso messo Cassin in condizione di inferiorità? Il malessere di un sol uomo lassù può avere – vedi spedizione Wiessner del 1939 e spedizione Houston dell’anno scorso – tragiche o addirittura catastrofiche conseguenze.

Chiarito questo punto, non resta che presentare brevemente gli alpinisti convocati per il secondo campeggio (undici uomini, di cui uno dovrà essere scartato) con la avvertenza che fino al giorno della partenza non si può escludere che possa intervenire qualche cambiamento:

Enrico Abram, di 31 anni, da Bolzano, guida alpina, noto sestogradista dolomitico.

Ugo Angelino, di 30 anni, da Coggiola (Vercelli), accademico.

Walter Bonatti, di 24 anni, da Bergamo, accademico, celebre per aver scalato la parete del Grand Capucin sul Monte Bianco.

Achille Compagnoni, da Sant’Antonio Valfurva, guida a Valtournenche, di 39 anni.

Cirillo Floreanini, accademico, di Cave del Predil (Udine).

Pino Gallotti, di 34 anni, ingegnere, accademico, presidente della sucai.

Lino Lacedelli, di 30 anni, guida alpina, uno dei più audaci «scoiattoli» di Cortina d’Ampezzo.

Mario Puchoz, guida alpina, di Courmayeur, di 35 anni.

Ubaldo Rey, di 30 anni, guida, pure di Courmayeur.

Gino Soldà, guida alpina, da Recoaro, di 46 anni, tra i più famosi campioni del sesto grado, che ha vinto tra l’altro la parete sud-ovest della Marmolada.

Sergio Viotto, guida alpina, di 25 anni, da Courmayeur.

Il gruppo scientifico che andrà per suo conto, sarà composto dal dott. Bruno Zanettin, petrografo, dal prof. Antonio Marussi, geofisico, dal colonnello Enrico Ceccioni, topografo, dell’Istituto Geografico Militare e dal capitano Francesco Lombardi, topografo, da un antropogeografo di cui non si conosce ancora il nome.

Medico della spedizione, come si è detto, è il dott. Guido Pagani, accademico.

Equipaggiamento

È ovvio che le esperienze delle ultime spedizioni imalaiane svizzere e inglesi sono state preziose, anche perché alpinisti britannici ed elvetici ci hanno dato, con spirito cameratesco e grande cavalleria, tutte le richieste informazioni.

Le tende isotermiche, a doppio telo così da creare una intercapedine isolante, sono state costruite in Italia.

Il vestiario per le alte quote non differirà granché da quello usato dagli svizzeri e dagli inglesi; quindi giubboni «tutta piuma» altrimenti detti «duvet», imbottiti di piuma e fatti di tessuto leggerissimo ma assai isolante.

Le scarpe saranno, a quanto è dato sapere, simili al tipo svizzero; cioè di cuoio a doppia tomaia con imbottitura di opossum e completate da una specie di ghetta che arriva fin sotto il ginocchio. Il tipo inglese per altissima quota, fatto di materiale leggerissimo, è giudicato infatti – a detta dello stesso colonnello Hunt – troppo fragile e cedevole. Anche le altre scarpe, da usare sotto i 7000 metri, avranno imbottitura di pelo.

In quanto alle maschere di respirazione, dopo accurati studi ed esperienze si è finito per scegliere un tipo a circuito aperto – con utilizzazione cioè anche dell’ossigeno dell’atmosfera – costruite in Italia con qualche modifica rispetto al tipo svizzero e a quello inglese. Gli inglesi avevano portato tre tipi di apparecchi: quello a circuito chiuso, che fu usato da Hillary e Tenzing, quello a circuito aperto, e un terzo, pure a circuito aperto, usato di notte in tenda. Ma a parte il fatto che l’apparecchio a circuito chiuso dà luogo a vari inconvenienti, è ovvio che il dover portare ai campi superiori due o tre equipaggiamenti del genere anziché uno solo costituisce un preoccupante aggravio di peso. E a quelle altezze anche mezzo chilo risparmiato significa un considerevole vantaggio.

L’involucro delle bombole è stato studiato apposta e realizzato con materiale superleggero, con un netto miglioramento su quelle usate dagli inglesi. Il problema del peso da portare è a quelle altezze estremamente delicato. E il ridurre di uno o due chilogrammi l’apparecchio di respirazione può costituire una probabilità in più di successo.

Un particolare pittoresco: tende, giacche a vento, zaini, eccetera saranno a colori vivacissimi, così da poter essere avvistati, sul bianco della neve, anche a grandissima distanza, senza contare l’evidente vantaggio per le fotografie o imprese cinematografiche a colori.

Il preventivo, calcolato senza ristrettezze ma anche senza esagerazioni, ammonta a 107 milioni di lire (pare che la spedizione inglese all’Everest non sia costata meno di 300 milioni).

Il piano finanziario è così impostato: 50 milioni li dovrebbe dare, quale contributo straordinario, il Consiglio Nazionale delle Ricerche attraverso un finanziamento deliberato dal Parlamento con apposita legge, 5 ne ha dati il Comune di Milano, 5 la Provincia di Milano, 5 almeno dovrebbe stanziarne la Cassa di Risparmio, un milione è stato dato dal Comune di Torino, altri 12 sono attesi dagli enti locali del Piemonte e del Veneto; almeno dieci provengono da contributi privati; 20 milioni infine li dà il coni.

Non ci sono dubbi sulla positività di tali finanziamenti, ma trattandosi in gran parte di somme stanziate da enti pubblici, le pratiche relative si sono, come al solito, attardate. A un certo punto, verso la fine di gennaio, si cominciava a essere preoccupati, soprattutto per quanto riguarda i 50 milioni del Consiglio delle Ricerche.

Attualmente però la raccolta dei fondi sembra ormai avviata per il meglio; a coprire gli eventuali vuoti c’è ad ogni modo una garanzia rassicurante. Il dottor Luigi Morandi, presidente dell’Ente manifestazioni milanesi, apprezzando l’importanza della iniziativa nella quale è in gioco il prestigio del Paese e giudicando che, nonostante il suo carattere nazionale, si tratta di una impresa soprattutto milanese (sia perché partirà da Milano, sia perché a Milano è nata ed è stata preparata), ha preso a cuore il problema e ha dichiarato che, qualora intervenissero intralci o ritardi nella erogazione delle attese quote, Milano saprà ancora una volta dimostrare il suo generoso slancio anticipando le somme necessarie. Ciò che ha permesso a Desio e ai membri della Commissione di dormire sonni tranquilli.

Anche in sede strettamente confidenziale, il prof. Desio ha fiducia che l’impresa riuscirà. A chi gli fa notare come la preparazione degli uomini sia stata affrettata, risponde che lo stesso, più o meno, è accaduto anche nei precedenti tentativi stranieri. Hillary, il vincitore dell’Everest, per esempio, non aveva fatto né in Europa né in Nuova Zelanda alcun campo di acclimatazione ad alta quota. E circa le capacità strettamente alpinistiche, gli italiani non hanno certo nulla da imparare dai colleghi, pur bravissimi, che li hanno preceduti sui ghiacci imalaiani.

Abbiamo l’impressione che Desio abbia già concepito un preciso piano di attacco; ma non ce l’ha voluto rivelare. È presumibile tuttavia che l’azione decisiva farà perno sulla «spalla», cioè sul lungo pendio relativamente dolce alla sommità della cresta Abruzzi, pendio che sale da quota 7400 a 8100, fino alla base della muraglia finale. È probabile che il capo del gruppo d’assalto – con investitura formale o no, un capo infatti ci sarà – dovrà stare lassù e manovrare le cordate di punta, nei momenti più favorevoli; può darsi benissimo che al tentativo massimo partecipi egli stesso. Ogni cura e ogni sforzo dovranno perciò essere dedicati alla sistemazione e al rifornimento degli ultimi campi da piantare sulla «spalla» più in alto che sarà possibile. In quanto a Desio, è improbabile che egli voglia spingersi lassù. II suo dovere di capo della spedizione lo tratterrà relativamente in basso, così da poter controllare la spola dei portatori lungo il crestone Abruzzi e tenere in pugno la delicatissima macchina dei rifornimenti.

Prevedere quali saranno i successivi episodi della grande impresa è oggi impossibile. Per quanto fervida, la nostra fantasia non riesce ad uguagliare la maestosità terribile della favolosa montagna né a rappresentarsi il travaglio dei piccolissimi uomini impegnati in quella magnanima lotta ai confini supremi della terra.