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Il paradosso americano

Quest’articolo era già scritto, corretto, copiato, quando ci ha folgorato la notizia dell’attentato a Robert Kennedy. L’articolo incominciava così:

 

L’America, Paese dei paradossi, non finisce mai di sorprendere. Si sono compiuti, col primo semestre del 1968, 88 mesi di «boom» ininterrotto, un periodo di sviluppo economico che non ha precedenti nella storia dell’America, e, per le dimensioni della crescita, in quelle di nessun altro Paese (dal 1961 ad oggi il prodotto lordo annuo è aumentato di circa 300 miliardi di dollari, 186 mila miliardi di lire: l’America ha cioè «aggiunto» a se stessa in sette anni qualcosa come Germania, Francia e Italia messe insieme); e tuttavia, 8 milioni di americani poveri sono assistiti in vario modo dal Governo federale o dagli Stati (nel 1956 erano soltanto 5,8 milioni). Le elezioni del 1968, con i loro appassionanti colpi di scena, hanno portato in primo piano quattro o cinque «leaders» di statura veramente nazionale, che in vario modo rappresentano e impegnano tutta la società americana e muovono all’azione politica tutti i suoi strati sociali più attivi; e tuttavia, mentre si svolge questa bella e vivace battaglia politica, chiara prova di vitalità di una vera democrazia, delle forze oscure continuano ad agitarsi sul fondo di quella stessa società (la violenza sembra ancora essere una componente essenziale della formula americana).

 

No, non prevedevo certo un attentato a Robert Kennedy; avevo in mente l’assassinio di Martin Luther King, e il problema negro, che è il tema di fondo di questo articolo; il problema negro come problema americano, come finale banco di prova della vitalità della società americana. Caduto Kennedy, abbiamo rischiato di essere travolti dallo sconforto, dalla disperazione. E tuttavia, quello slancio corale, impetuoso e solenne, popolare e civile, con cui l’America, piangendo e celebrando Robert Kennedy, ha come ridedicato se stessa ai suoi più profondi ideali, ci ha offerto subito dopo l’immagine di un Paese nelle sue contraddizioni ancora fortissimo, nei suoi contrasti ancora profondamente unito, nel suo travaglio ancora tremendamente vivo e vitale; l’immagine di una società che l’uccisione di Robert Kennedy – il più battagliero, intelligente, trascinatore fra i suoi «leaders» – ha certo ferito gravemente, ma che rivela ancora in sé riserve di energia morale e civile sufficienti per risollevarsi e guarire. Neppure l’assassinio di Los Angeles ha distrutto questa nostra speranza e fiducia; anche se ha accresciuto la nostra attenta, critica preoccupazione, la nostra trepidazione. Riprendiamo dunque il discorso sull’America e i suoi problemi, come l’avevamo svolto. Vedremo alla fine che cosa significhi, in questo quadro, la morte del secondo Kennedy. Intanto continuiamo a svolgere il filo della nostra inchiesta là dove l’avevamo interrotto.

 

Un grande uomo, Martin Luther King, viene assassinato, e decine di città sono nuovamente sconvolte da disordini, incendi, saccheggi; l’America si prepara all’estate coll’animo teso, pressoché rassegnata a vivere la sua quinta stagione di «riots».

[…] «Attraversate questo grande Paese da un capo all’altro – ha scritto James Reston – e che troverete? Ricchezze che superano i sogni dei Re, e gli “slums” di Watts; la più bassa percentuale di disoccupazione da molti anni a questa parte, e la più alta percentuale di disoccupazione giovanile negra, e di criminalità nella storia della repubblica. I paradossi non finiscono mai. Noi non abbiamo mai avuto nella nostra storia tanta indifferenza morale, e tanto impegno morale. Non abbiamo mai avuto tanta prosperità e povertà allo stesso tempo, come l’abbiamo ora. Non abbiamo mai avuto tanti problemi, e tante opportunità, come in questo momento.» I paradossi non finiscono qui. Se un negro americano, uscito dal suo Paese dieci anni fa, vi ritornasse, lo troverebbe trasformato: libertà di voto, libertà di iscrivere i figli alle scuole o università bianche, abolizione delle discriminazioni nei luoghi e mezzi pubblici, queste e molte altre riforme farebbero dell’America del 1968 un Paese per molti aspetti molto più giusto e civile, per i negri, di venti o anche appena dieci anni fa. […]

Così, l’America è un Paese di paradossi. Mi è capitato di scrivere un’altra volta un’altra definizione dell’America: «il Paese che si conosce», come nessun altro Paese conosce se stesso. Ho tra le mani l’ultimo documento dell’America che si conosce, il rapporto Kerner, ossia il rapporto «della Commissione nazionale sui disordini civili», costituita dal Presidente Johnson il 29 luglio del 1967, subito dopo quelle tragiche settimane di sangue a Newark e Detroit. Il rapporto è uscito ai primi di marzo di quest’anno, pochi giorni dopo un’edizione tascabile e integrale di oltre 600 fittissime pagine era nelle librerie e nei «drugstores», e apprendo da «Business Week» che ai primi di maggio ne erano già state vendute 1 milione e 100 mila copie. Ho letto questo rapporto, l’ho messo a fianco del mucchietto di ritagli sul problema negro che ho accumulato negli ultimi mesi (solo l’essenziale, ossia una dozzina di nutrite e minuziose inchieste di riviste e giornali americani), poi mi sono riletto le cinquanta pagine che Robert Kennedy ha dedicato al problema negro, alla crisi degli «slums» e della povertà, nel suo libro-manifesto «Vogliamo un mondo più nuovo»; ora ho la testa zeppa di dati, di cifre, e i dati e le cifre mi hanno riportato alla mente tutti i ricordi sopiti di una mia inchiesta, vecchia di quattro anni, nel «profondo Sud» e nei ghetti negri del Nord; e continuo a ripetermi una frase pensata allora, che era: «diventerà peggio, prima che diventi meglio», e non trovo alcuna consolazione nel ritrovarmi così facile profeta, ma piuttosto mi chiedo: è ancora oggi vera questa frase, deve cioè ancora peggiorare, la crisi negra dell’America, prima che incominci a migliorare?

A questo non so rispondere, ma certo non me la sentirei di dire con sicurezza che il peggio è passato, anche se mi rendo ben conto che le forze materiali e morali che l’America del 1968 mobilita attorno al problema negro sono già incomparabilmente maggiori di quelle del 1964; ma anche la tensione è cresciuta, e la disperazione, e sono trascorsi due anni giusti da quel caldo giorno di giugno in cui Stokely Carmichael promise, parlando dall’alto di un autocarro a una folla negra di Greenwood, Mississippi, di dare ai negri il «black power» (e molti intesero e ancora intendono non già una fetta, la giusta fetta, di potere politico democratico, e di potere economico, ma semplicemente la rivolta, l’insurrezione negra contro il bianco oppressore); e il grido del «black power» ha ancora tutta la sua forza. Così oggi l’America è davvero di fronte all’«American dilemma» di cui scrisse profeticamente Gunnar Myrdal più di un quarto di secolo fa; e se non incomincerà abbastanza presto ad andare meglio, presto potrà andare molto ma molto peggio.

Leggo le prime parole dell’introduzione di Tom Wicker, giornalista, al rapporto Kerner (Kerner è governatore dell’Illinois: e gli undici membri della Commissione d’inchiesta erano quasi tutti dei «liberali moderati», bianchi e neri): «Questo rapporto è il quadro di una Nazione divisa». Wicker non poteva riassumere in meno parole il senso di questo documento. Lo stesso rapporto Kerner non è meno pessimista: «Questa è la nostra conclusione fondamentale: la nostra Nazione sta trasformandosi in due società, una nera, una bianca, separate e ineguali… Continuare sulla strada attuale significherà la crescente polarizzazione della comunità americana, e in ultimo la distribuzione dei valori democratici fondamentali». C’è un’alternativa a questa corsa verso il disastro? La risposta del rapporto Kerner è così formulata: «La crescente divisione razziale non è inevitabile. Il movimento di separazione può essere capovolto. Un’altra scelta è ancora possibile». Ma questa alternativa «richiederà un impegno di azione nazionale, volonterosa, massiccia e sostenuta, appoggiata dalle risorse della Nazione più potente e più ricca della terra. Da parte di ogni americano richiederà nuovi atteggiamenti, nuova comprensione, e soprattutto una nuova volontà. Delle dure scelte debbono essere fatte. Se necessario, delle nuove tasse dovranno essere adottate». Insomma, bisognerà fare una rivoluzione; perché, come diceva John Kennedy, la rivoluzione negra non interessa soltanto i 20 milioni di negri americani: è invece «una crisi morale, prima ancora che politica, del Paese e del popolo». Dice Robert Kennedy: «Il problema più pressante e immediato, quello che minaccia di paralizzare le nostre capacità di agire e, insieme, di distruggere la nostra visione del futuro, è quello delle condizioni di vita degli abitanti dei ghetti e della violenza che hanno fatto esplodere».

«La discriminazione e la segregazione – è scritto nel rapporto Kerner – da molto tempo permeano una gran parte della vita americana; ora minacciano il futuro di ogni americano… La segregazione e la povertà hanno creato nel ghetto razziale un ambiente distruttivo totalmente sconosciuto alla maggioranza dei bianchi americani. Quello che i bianchi americani non hanno mai pienamente compreso – ma che il negro americano non può mai dimenticare – è che la società bianca è profondamente implicata nei ghetti. Questi furono creati da istituzioni bianche, istituzioni bianche li mantengono, e la società bianca li tollera.»

Un momento di pausa su queste parole. Sono il «mea culpa» dei bianchi, non dei bianchi reazionari, ma dei bianchi moderati e liberali, che anch’essi si riconoscono colpevoli: ed è echeggiato come uno squillo in tutta l’America. Se il rapporto Kerner non avesse detto altro che questo, avrebbe già detto molto. Le rivoluzioni vere, quelle che cambiano realmente la vita e il potere degli uomini, si fanno anche con confessioni come questa. Si fanno anche con inchieste come questa, esemplare documento dell’«America che si conosce», di una società aperta, pluralista, che crede ancora (o la cui parte migliore, come sempre è accaduto, crede ancora) nei grandi principi su cui è fondata, principi che dopo quasi due secoli sono ancora veri e importanti, anche se, o forse proprio perché ancora rimangono, in parte, degli ideali irrealizzati. Ma viene il momento in cui l’inchiesta e la presa di coscienza e il programma d’azione non bastano e bisogna agire. Questo è il problema dominante di fronte a cui si troverà il nuovo Presidente, non il Vietnam: o meglio, lo è anche il Vietnam, nella misura in cui la guerra asiatica, con il suo costo di 25 e più miliardi di dollari l’anno, rende impossibile lanciare con tutti i mezzi necessari quella guerra alla povertà senza la quale l’America come oggi la conosciamo potrebbe non sopravvivere. […]

«Nessun programma governativo in atto – ha scritto Robert Kennedy nel 1967 – prospetta alcuna reale soluzione per la disoccupazione esistente all’interno delle città». In compenso il numero delle iniziative (dire esperimenti è troppo poco), sia federali che municipali o degli Stati o dei privati, è ormai tale da rendere chiaro che quello che manca non sono certo le idee: il nuovo Presidente degli Stati Uniti che sarà eletto a novembre non avrà che la difficoltà della scelta, quando dovrà indicare, nel suo primo «messaggio dell’Unione», quel grande programma di rinnovamento civile, sociale, economico, che l’America si aspetta da lui. E tuttavia, questo grande programma di ricostruzione della società americana, questo «piano Marshall» per i negri e i poveri d’America, è davvero alla portata dell’economia americana d’oggi, anche di un’economia in così rapido sviluppo come essa continua ad essere (il prodotto lordo è cresciuto, nel primo trimestre di quest’anno, del 6% in termini reali)? Le incognite, le difficoltà, gli ostacoli, continuano ad essere molti e gravi: altissime spese militari, minaccia di inflazione, difficoltà della bilancia dei pagamenti, necessità quindi non già di aumentare, ma addirittura di ridurre le spese di carattere sociale. Una democrazia, scriveva un anno fa Walter Lippmann, non può affrontare contemporaneamente due preoccupazioni soverchianti, ossia la guerra nel Vietnam, e la guerra alla povertà. Conti alla mano, è difficile contestare l’esattezza di questo giudizio. Bisogna quindi concludere che soltanto la pace nel Vietnam consentirà all’America di dedicare al problema negro quell’immenso volume di risorse che tutti gli esperti giudicano necessario? E se la pace non verrà, o non verrà abbastanza in fretta, potrà il nuovo Presidente trovare ugualmente le risorse necessarie per iniziare un «nuovo corso», capace almeno di ridare speranza ai negri dei ghetti, e quindi di placare o ridurre la disperazione e la rivolta? Ma intanto, che cosa accadrà in questa estate elettorale, che cosa faranno i negri, e come reagiranno i bianchi d’America? In quale misura l’assassinio di King, e la catena di reazioni che esso ha messo in moto, influiranno sull’evoluzione di questa crisi, certo la più grave della Nazione americana dopo la guerra civile? Non si approfondirà ulteriormente il solco, non si inaspriranno irreparabilmente i rapporti fra le due Americhe?

Queste sono ancora domande senza risposta. La verità è che l’America ha capito in ritardo che il problema dell’integrazione dei negri nella società era senza precedenti, che esso non poteva cioè essere in alcun modo paragonato all’integrazione delle altre minoranze etniche e nazionali. Irlandesi, slavi, italiani, ebrei. Non è paragonabile, e non soltanto per il «fattore-pelle», per l’elemento di irrazionalità cioè che accompagna le questioni di questo tipo; ma per la stessa evoluzione della società e dell’economia. Nel mondo dell’automazione non è concesso farsi strada quando si dispone soltanto di due braccia; risalire la scala sociale, in queste condizioni, è impossibile; le «forze spontanee» della società e dell’economia non bastano a mettere in moto il meccanismo di recupero delle masse arretrate; occorre un’iniziativa organizzata e multiforme dello Stato, e lo Stato deve poter disporre, per condurre a buon fine quest’immensa impresa, di risorse altrettanto immense. Per far questo, infine (ed è la conclusione del «Kerner report»), la società americana deve convincersi che «nessun’altra intrapresa nazionale deve avere la precedenza su questa, nessun’altra ha più alti diritti sulla coscienza della Nazione».

Il problema di fondo, dunque, è politico. Solo il popolo americano può decidere se davvero vuole risolvere il «paradosso americano», realizzare la promessa del «sogno americano». Questo è anche il tema di fondo di questa appassionante battaglia elettorale.

 

Ora Robert Kennedy è morto, e il sentimento di profonda inquietudine e di sconforto politico, che si sovrappone all’angoscia che questa tragedia ha fatto esplodere in noi, nasce dalla precisa convinzione che nessun altro aspirante candidato, nessun altro uomo politico americano anzi, aveva una così chiara percezione della necessità di concentrare tutte le energie dell’America nella soluzione del duplice problema negro-problema della povertà; nessun altro era così profondamente convinto del fatto che soltanto impegnando tutte le sue risorse civili, economiche e morali in quest’impresa l’America avrebbe potuto superare la crisi, ed emergere anzi da questa crisi profondamente rafforzata, finalmente unita.

La conclusione che ho citato sopra del rapporto Kerner (che «nessun’altra intrapresa nazionale deve avere la precedenza su questa») riassumeva esattamente il messaggio politico che Robert Kennedy portava alla Nazione. […]Il «paradosso americano» era insomma diventato l’ossessione di Bobby Kennedy, e tutti coloro che lo seguirono nei suoi ottanta giorni di campagna elettorale videro la sua determinazione diventare sempre più salda; l’incontro con le passioni popolari era stato come il crogiuolo in cui il ferro diventa acciaio. Del resto, tutta la storia politica di Bobby Kennedy è la storia di un progressivo raffinamento delle idee politiche, che diventavano via via più coerenti, più organizzate, più sistematiche. Questo processo era già incominciato durante i mille giorni del primo Kennedy; quella che si era iniziata come una grande avventura personale, era diventata gradualmente un’intrapresa storica.La ricerca di una «nuova frontiera» si era spontaneamente, gradualmente indirizzata lungo una traccia politica ben più precisa. Tutto questo aveva comportato anche una certa radicalizzazione del messaggio politico kennediano; dal primo al secondo Kennedy questo messaggio era divenuto più ideologizzato, oltre che più radicale; aveva accolto in sé, insieme con il «cahier de doléances» dell’America negra, l’inquietudine delle masse giovanili universitarie; e aveva reagito a questi fermenti elaborando l’ideologia di una «democrazia partecipata» dominata da un’ispirazione sociale appunto quasi ossessiva. Questo era il kennedismo di Bobby, una reazione alle tensioni dell’America non puramente negativa o passiva, ma creativa; tale che riusciva appunto ad accogliere in sé e utilizzare spinte altrimenti distruttive ed eversive, trasformando la protesta giovanile o la protesta negra in forze costruttive di una società migliore.

Che cosa rimane del kennedismo senza Bobby? Era un grande animatore, ed era un «organization man». L’organizzazione c’è ancora, le forze che egli suscitava e organizzava ci sono ancora tutte; ma non ci si può illudere che queste forze, quest’organizzazione, possano continuare ad agire sulla società americana, almeno a breve scadenza, così come avrebbero agito con alla testa Robert Kennedy. Così, il colpo è stato tremendo, la ferita è grave e profonda e raggiunge quasi al cuore la società americana. Chi succederà a Robert Kennedy? Chi riempirà questo vuoto, chi tornerà a organizzare e chiamare attorno a sé gli intellettuali, i giovani, gli esperti, le masse, quella singolare combinazione di forze che era il suo movimento kennediano? Chi si prenderà sulle spalle l’immane compito di portare avanti la trasformazione dell’America?

Non so rispondere a queste domande.

L’assassinio di Los Angeles ha risospinto l’America sull’orlo dell’ignoto, ha restituito al futuro tutta la sua problematica inconoscibilità, tutte le sue potenzialità negative. La tempesta s’è portata via il timoniere, o almeno colui che stava rincuorando gli animi, organizzando gli uomini, tracciando la rotta che la nave avrebbe dovuto seguire fra tanti scogli verso la salvezza. Ora il «leader» è scomparso, rimangono le sue idee e la sua passione morale. Basteranno perché un altro uomo si faccia presto avanti a colmare questo vuoto?

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