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I fatti mi hanno dato ragione

Alfredo Binda chiarisce per noi in questo articolo le ragioni che lo hanno indotto a partecipare al Tour con la tanto discussa «squadra-mosaico»

 

Accetto volentieri l’invito di scrivere qualche cosa sul Tour de France 1952 per la rivista «Pirelli» nella pace della mia vecchia casa di Cittiglio. Alla «Pirelli» sono legato da vecchie tradizioni di amicizia e di lavoro sportivo in comune. In questa mia vecchia casa ritorno sempre con piacere, per ritrovare la vecchia mamma Marta, oggi ottantatreenne, che fra queste mura diede alla luce me, decimo dei suoi 14 figli.

[…] In linea generale mi sono stati fatti due addebiti principali: di avere costituito una squadra-mosaico per il Tour, che non avrebbe funzionato; e di aver detto pubblicamente che avrei applicato le sanzioni che l’uvi mi autorizzava ad adottare, a seguito della carta bianca che essa, senza mie sollecitazioni, mi aveva accordato.

Si dirà – io lo prevedo – che è facile per me parlare oggi, a cose fatte, dopoché gli uomini che ho avuto l’onore e il piacere di dirigere per un mese in Francia hanno fatto quello che tutti sanno. D’altra parte non potevo perdere il Tour solo per dare la soddisfazione, a coloro che mi avevano attaccato, di aver colpito nel segno. Hanno parlato di squadra-mosaico: e sia pure. Ma io sapevo che quando la battaglia sarebbe diventata dura e la strada si sarebbe messa a salire, due uomini sarebbero rimasti a fianco di Coppi: e cioè Bartali e Magni. Con questo non voglio dare un giudizio negativo su tutti i gregari, perché per esempio Carrea ha sorpreso tutti per alcune sue prestazioni veramente eccellenti. Sta però di fatto che all’inizio della salita del Col du Télégraphe, circa a metà della famosa undicesima tappa Le Bourg d’Oisans-Sestrières, quando Coppi ha forato solo Magni e Bartali facevano parte del gruppetto di testa. Magni, accortosi che Fausto aveva la gomma a terra, non ha aspettato che gliela offrisse Bartali o che arrivassi io per dare degli ordini. Ha pensato lui stesso, nel giro di un paio di secondi, che non era uno scalatore e che sarebbe stato molto più utile per Coppi poter avere a fianco, più avanti sulla salita, la presenza di Bartali. Quando io mi fermai con la «Matta», Coppi stava già ripartendo con la ruota datagli da Magni. Si potrà criticare finché si vuole la squadra-mosaico: ma se in quel momento Coppi non avesse avuto vicino Fiorenzo Magni, avrebbe certamente perduto contatto con gli uomini di testa e avrebbe dovuto faticare non poco per raggiungerli.

Diciamo pure qualche cosa anche di Gino Bartali, altro esponente della famigerata squadra-mosaico. Siamo sempre sulla stessa salita del Télégraphe, qualche chilometro più avanti. Io ero tranquillo in quanto vedevo Bartali a fianco di Coppi. Ed ero convinto, dentro di me, che se un’altra foratura ci fosse stata, Bartali si sarebbe dimostrato pronto a fare il suo dovere. La necessità quel giorno non si verificò e la tappa finì come tutti sanno.

Dopo di ciò nella tappa dell’indomani, la Sestrières-Monaco, la squadra-mosaico – di cui lo scrivente era il responsabile numero uno – doveva mettere al suo attivo tre episodi particolarmente significativi.

Primo episodio. Sul Colle di Tenda la nazionale francese, e in particolare Dotto che è nativo di quelle parti, porta un attacco a Coppi. Io ero a conoscenza di queste intenzioni e avevo raccomandato a tutti di stare molto guardinghi sotto il lungo e difficile tunnel, dove il terreno era viscido e pericoloso. Nessun incidente in quel tratto, tre uomini sono nel gruppo di testa, pronti a rispondere alla offensiva avversaria: Coppi, Bartali, Magni, sempre loro. Dopo Breglio, finita la veloce discesa, comincia la seconda salita della giornata, il Col de Brouis. Bartali è nella scia di Coppi e gli grida: «Fausto hai forato». Coppi si ferma e Magni, che è lì, dà la ruota alla maglia gialla senza esitazione. Coppi, in compagnia di Bartali, riprende quasi immediatamente il gruppo di testa.

Secondo episodio. Magni, autore di un formidabile inseguimento, si ricongiunge con i primi al controllo di Sospel. Un chilometro dopo, Magni fora. È la sua prima foratura, ma in effetti è la seconda volta che deve mettere il piede a terra, perché prima ha dato la ruota a Coppi. Con Fausto c’è sempre Bartali e quindi la situazione può essere ancora giudicata tranquilla. Superata anche la salita del Col de Castillon si affronta la lunga discesa verso Mentone. Dopo circa due chilometri di discesa, Coppi fora per la seconda volta. Bartali, senza bisogno del mio intervento, gli dà subito la propria ruota posteriore. Questo è il secondo episodio della squadra-mosaico, che in partenza pareva dovesse rappresentare la fossa delle possibilità italiane al Tour e invece si rivelava come la sua vera forza.

Terzo episodio. Coppi, avuta la ruota da Bartali, raggiunge il gruppo di testa prima del termine della discesa. È il solo uomo della squadra italiana presente in quel momento. Davanti intanto sono fuggiti Dotto e Nolten. Bartali, con un altro magnifico inseguimento, raggiunge i primi all’inizio della Turbie ma nel tratto finale della salita, per uno scatto di Robic, perde contatto anche perché provato dallo sforzo precedente. Coppi si butta in discesa insieme con Robic. È di nuovo rimasto l’unico uomo della squadra italiana. La catena di Coppi salta via dagli ingranaggi e il nostro corridore deve fermarsi. Robic prosegue furioso nell’attacco. Bartali, che è staccato di pochi secondi, quando arriva su Coppi fermo, rallenta, lo aspetta e insieme proseguono fino al traguardo, tirando un pezzo per ciascuno e perdendo solo 13 secondi.

Mi sono dilungato di proposito su questi tre momenti della corsa, per dimostrare ai miei simpatici avversari due cose: 1° facendo la squadra-mosaico sapevo che gli inconvenienti derivanti dalla rivalità fra i tre capitani sarebbero stati largamente ripagati dalla loro capacità e dal loro valore; 2° ero ben convinto di riuscire a metterli d’accordo, assai più con la persuasione e la comprensione reciproca che non con quella tale carta bianca che l’uvi mi aveva accordato e di cui io mi sarei servito solo in casi disperati, quando avessi visto che tutti gli altri mezzi erano risultati insufficienti. Voglio aggiungere anche questo: ero talmente convinto di arrivare all’accordo che, mentre l’anno scorso si parlò delle bucature e si previde una dettagliata casistica di quello che si sarebbe dovuto fare e di come ognuno si sarebbe dovuto comportare nei confronti di Coppi e di Bartali, questa volta non se ne è fatta assolutamente parola.

Concludo: sarebbe stato troppo facile formare una squadra con un solo capitano, se nel ciclismo italiano ci fosse stato soltanto Fausto Coppi. Siccome c’erano anche un Gino Bartali e un Fiorenzo Magni, sulle doti dei quali nessuno poteva avanzare delle riserve, ho pensato che tutti e tre avevano il diritto di partecipare alla massima competizione francese. I fatti mi hanno rato ragione.

La parentesi del Tour è chiusa ma non posso dire altrettanto della mia attività: mi aspettano ora le eliminatorie regionali del «iv Gran Premio Pirelli», del quale – per ambito incarico della grande Casa italiana – sono stato fin dalla prima edizione il consulente tecnico.