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Il fantasma nerazzurro

Come fa uno che scrive, che ha letto certi libri, un «intellettuale», ad appassionarsi, a prendere sul serio la partita della domenica e il campionato e i campioni del pallone? Abbiamo posto questa domanda a Vittorio Sereni. Ecco la sua risposta

 

Io qui sarei dunque incaricato di prendere le parti dell’Inter o piuttosto di giustificare la coloritura nerazzurra di una parte dei miei pensieri e sentimenti. È un discorso non dirò più difficile, ma certo più complesso che non si creda. Mi accorgo che è diverso da quello che si sarebbe potuto fare nel ’36 o nel ’54 o ancora nel ’60; e non solo perché io sono cambiato e la squadra è cambiata e i1 gioco, in generale, è cambiato; ma, più generalmente ancora, perché è cambiato il rapporto del fenomeno con noi, pubblico e nazione. […]

Oggi mi pare di poter osservare in me uno sdoppiamento tra considerazioni obiettive sulle vicende calcistiche – e su quelle della squadra del cuore in particolare: con un senso di distacco progressivo che in certi momenti sfiora la totale indifferenza – e il fantasma nerazzurro che mi accompagna dai tempi in cui non avevo occhi che per il «Peppino nazionale» – al secolo Giuseppe Meazza. (In quanto a Zizì o Cevenini iii, quello appartiene alla mia preistoria calcistica; del resto a quei tempi il mio cuore era per il Genoa e, in esso, per De Prà, portiere anche della nazionale – da notare l’identità delle due predilezioni, allora fondate quasi esclusivamente su un uomo, la qual cosa oggi non si ripete per me, tolto un debole, spiccato ma non determinante, per Giuliano Sarti, l’odierno portiere dell’Inter). Lo sdoppiamento di cui parlo s’è accentuato con gli anni, ma per carità non è il caso di prenderlo come un segno di saggezza, tant’è vero che il fantasma mi accompagna sempre e io continuo a penare o gioire per lui proprio come una volta e magari peggio di una volta. Dico «peggio» come quando si allude ai sintomi e agli effetti di una «passione», e questa continua ad essere per me una passione reale e a portarne tutti i segni. Solo, a chi si rivolge, chi ha veramente per oggetto, quella passione?

Mi è capitato spesso di sentirmi rivolgere una domanda come questa: «Ma dica un po’, uno come lei, con un certo tipo di interessi, uno che scrive, che ha letto e legge certi libri, un “intellettuale”, come fa ad appassionarsi, a prendere sul serio certe cose? Non ci sarà mica un po’ di posa, un vezzo, appunto, da intellettuale? Un’ostentazione, una voglia di differenziarsi dagli altri del suo solito ambiente?». So di essere in buona fede rispondendo che queste sono malattie che si prendono da ragazzi: magari passano, e se non passano com’è nel mio caso, non c’è che da prenderne atto, davvero non è un problema e non è nemmeno una vergogna.

L’interlocutore di solito scuote il capo, non ci crede, o almeno il dubbio gli rimane. Si capisce, lui quella malattia, da ragazzo, non l’ha presa. C’è da sperare che non tiri in ballo la psicanalisi, la sociologia, la civiltà di massa, eccetera. Magari io leggerò con deferenza il saggio che quello eventualmente scriverà su questa aberrazione e continuerò a fare il tifo, disposto, magari, a tenere per buona la sua diagnosi un’altra volta che sarò chiamato a render conto della mia malattia. Come si vede, il discorso sul cosiddetto tifo non si disgiunge da quello più generale per l’interesse al gioco. Sono di quelli che ritengono che senza tifo non si dà reale interesse per il gioco, il tifo essendo essenziale ingrediente dell’interesse. Ma parlando di quello sdoppiamento volevo per caso dire, in parole povere, che l’interesse è calato e il tifo è rimasto? Come si spiega tutto questo?

A pensarci bene ho continuato per anni a sperare nell’avvento, tra le schiere dell’Inter, di un nuovo Meazza. Questo grandissimo giocatore ha avuto, come si sa, una lunga parabola nella quale c’è stato posto per alcune eclissi temporanee più o meno lunghe, metamorfosi, reincarnazioni, eccetera. Da solo lui era, come si dice, l’Inter. Lo era, naturalmente, nell’immaginazione; e, se poi si dovesse parlare con rigore, questo è, calcisticamente e tecnicamente parlando, un nonsenso. Del resto si potrebbe fare un ritratto, fino ai peculiari somatici del giocatore interista degli anni trenta: ci si è provato il mio amico Giansiro – milanista, ahimè, e talmente milanista da coinvolgere nella propria trepidante attenzione anche un po’ della parte avversa: non ci sarebbe il Milan se non ci fosse l’Inter (e reciprocamente, è ovvio) e l’amore viscerale per una delle due parti assorbe anche un po’ del suo opposto.

Dunque il tipico esponente interista di allora sarebbe longilineo, biondo con qualche tendenza al fulvo, razionale (cioè tanto tecnico da sembrare veloce anche giocando al piccolo trotto), freddo e corretto, cattivo: che non vuol dire soltanto capace di cattiverie vere e proprie dissimulate, in barba all’arbitro, sotto la correttezza apparente, ma soprattutto di soluzioni impreviste, di colpi di mano a gioco ormai spento, di prodezze tanto spietate quanto inattese, esplose a freddo, di quelle che trasformano in dato di fatto inoppugnabile, che fanno essere in modo allucinante – un  attimo prima che lo stadio impazzisca – ciò che una determinata fase del gioco pareva escludere come incredibile. Vedo che con queste ultime caratteristiche sto sconfinando in zona Meazza, mentre volevo dire che il ritratto della bella e tipica media interista di allora era da cercare altrove, nei Castellazzi, nei Campatelli, negli Olmi – biondi e longilinei, la qual cosa non era affatto Meazza: portatori d’acqua di gran livello, dunque, rispetto al mio divo, al quale era riservata la parte dell’invenzione, della punta di diamante, della cattiveria abbagliante e risolutiva rispetto alla cattiveria razionale e funzionale degli altri? È così e non è così, anche perché Meazza, per via di una di quelle tali metamorfosi ridimensionanti, a un certo punto della sua carriera ha operato una conversione delle sue qualità proprio nel senso dell’aurea media sopra evocata, biondezza e longilineità a parte.

Ma il ricordo ha continuato a filmare nella immaginazione tre o quattro momenti emblematici del Peppino, il repentino cambio di marcia su un allungo in diagonale, la schioppettata da fuori area con la palla che acquista velocità a un certo punto della traiettoria, la «punizione» parabolica che sembra alta e si curva improvvisamente (oggi direbbero «a foglia secca», ma forse non è la stessa cosa) quel tanto che basta per azzeccare l’angolino all’incrocio dei pali (e tutti immobili, giocatori e pubblico, come davanti all’ineluttabile che arriva), la finta che fa sbattere l’uno contro l’altro i due difensori avversari, la palla filtrata in mezzo, ritrovata più in là, il portiere a terra, aggirato, l’entrata in porta quasi al passo, palla al piede…; e persino certe civetterie di contorno, il doppio salto mortale di gioia – mi dicono, perché non c’ero – dopo una rete segnata all’Austria nel ’31, a San Siro; un ritardo calcolato al Littoriale di Bologna, con le squadre già quasi schierate, il pubblico inquieto (non c’è Meazza, manca Meazza) e lui che sbuca finalmente dal sottopassaggio trotterellando e si ferma ad allacciarsi le stringhe sotto i colpi di fischietto dell’arbitro spazientito… o ancora, la mischia sotto porta, una palla che spiove alta dal corner, tutti saltano e ricadono, meno lui che sembra sommerso tra le maglie e infine, all’ultimissimo istante utile, lassù nel punto più alto, la testolina fulgida che sbuca dal mucchio e colpisce di taglio, con la fronte, inesorabilmente…

C’era intorno a Meazza la luce della nazionale o piuttosto era la nazionale a prendere luce da lui? In certe domeniche un po’ morte, all’Arena, quando i vuoti delle gradinate permettevano di spostarsi comodamente giù alle inferriate e di lì guardare i giocatori fino a coglierne le brevi voci scambiate nel corso del gioco, esortazioni, imprecazioni e altro, e di individuarne la fisionomia vera – meno vera, di fatto, dal punto di vista normale dello spettatore, per il quale la faccia reale del giocatore è quella che si è abituati a vedere a distanza, dall’alto delle gradinate – Meazza era il solo – così mi pareva – la cui identità ottica non subiva modifiche sostanziali; e per quanto incolore, a livello «provinciale», risultasse quel giorno la partita, era il solo, qualunque cosa facesse, fosse o no in giorno di vena, a conservare l’impronta evocatrice di altre partite, ad avere su sé, nel suo gioco, la sigla di ben altri confronti qualitativi, altri campi di gioco, stadio di Colombes, Prater di Vienna o che altro fosse… Non saprei spiegarmi meglio su questo punto, ma il fascino della nazionale non fu avvertito allora da una buona parte di noi nella direzione che si potrebbe legittimamente pensare, di uno strumento cioè di prestigio all’estero e all’insegna dell’orgoglio nazionale, ma piuttosto come uno dei pochi tramiti concessi verso l’esterno, verso il mondo, come uno spiraglio d’aria continentale sul chiuso mondo della penisola.

Allo stesso modo si potrebbe osservare come sia reversibile un’altra opinione corrente: che la passione sportiva e più propriamente calcistica fosse una specie di oppio propinato o largito dal regime di allora, consapevolmente o meno, per distogliere le folle da altre ben più serie passioni. Esisteva cioè un altro impulso, che veniva per così dire dal basso e faceva cercare energia, vitalità e freschezza là dove ancora ci si illudeva di trovarle – e già di tipo diverso da quelle che venivano predicate e dunque in antagonismo, consapevole o meno, con l’atmosfera ufficiale. Che poi tutto questo assorbisse troppo di noi, tanto da perdurare sin qui, in tutt’altra atmosfera e con altri caratteri, è un altro discorso. Altro discorso ancora che il fenomeno non solo abbia ripreso vigore ma si sia dilatato fino alle forme odierne oltre il Ventennio e nonostante il marchio impressogli dal Ventennio; questa non è del tutto una prova che esso vada esente da quello stampo, che non abbia in sé qualche germe della mentalità di allora, ma ricordo il modo con cui in tanti, dal fronte, dalle zone d’occupazione, dai campi di concentramento pensassimo a questa come a una delle tre o quattro cose cui non avremmo saputo rinunziare tornando, come a una delle immagini più semplici e dirette del tempo di pace:

 

…fioche larve senza impronta si schieravano sulla «pelouse» ombreggiata della reviviscenza: le squadre di calcio più acclamate, nella loro stesura a ventaglio, senza profili precisi di atleti evocati soltanto nel segno assente del loro nome. Una girandola; e nessuno si fermava più del tempo necessario al suo transito: diventava importante quel nome che rifiutava di dispiegarsi per essere inserito ordinatamente al suo posto a saldare la disposizione degli undici occupando un punto nel triangolo steso a vertice verso il bianco limite della porta spalancata. La ricerca cresceva fin quasi all’affanno, servendosi di suggerimenti provocati dall’accostamento di vocali e consonanti: oppure speravo che un nome richiamasse quello del compagno ancora renitente, quando si trattava di accoppiamenti famosi, accaparrati a centinaia di migliaia di lire per il tumulto domenicale delle folle. Quel buco nella stesura quasi compiuta come accentuava su di sé i tentativi caparbi con l’incubo del suo vuoto! ma infine anche l’atleta più riottoso compiva la sua galoppata sul campo ridisteso della memoria riconquistata a brani.

 

Questo, da una prosa inedita dell’amico Giosue, e un momento di recupero della coscienza e della memoria dopo un tifo purtroppo non calcistico ma petecchiale contratto durante la segregazione in terra tedesca. È anche un segno di come le immagini dello spettacolo prediletto avessero lavorato in profondità dentro di noi, di come stessero annidate tra gli spigoli dell’inconscio.

Dicevo dunque che per anni ho aspettato un Meazza redivivo o qualcuno che in qualche modo prendesse il suo posto. Nel frattempo non potevo che continuare a parteggiare per l’Inter, sede naturale del grande ritorno qualora si fosse verificato. Venne Lorenzi e mi parve di ravvisarlo in lui, tanto più che alla sua prima – o seconda? – partita di campionato, giocata nell’Inter contro la Juventus, a metà circa del primo tempo il futuro «Veleno» aveva già segnato due reti a Sentimenti iv bruciando sullo scatto niente meno che Parola. Chi c’era a consigliarlo lungo la linea laterale e a chi il nuovo astro faceva osservare, in modo per la verità alquanto teatrale, la maglia strappata da un avversario che non riusciva a fermarlo altrimenti? Meazza, proprio lui, passato in quel periodo ad allenatore dell’Inter. Non ci volle molto a capire che Lorenzi non era Meazza, senza togliere niente a quello che poi fu Veleno, certe sue prodezze e stranezze, alcune reti strabilianti, ma insomma una altra cosa, tutta un’altra cosa. Le volte – non molte – che Lorenzi ricordava Meazza, ciò era dovuto a un’eccezionale carica nervosa, laddove nell’altro, nel maestro, s’era trattato semplicemente di un profondo istinto del gioco tradotto in uno stile.

Queste attese messianiche accentuano l’aspetto dell’infatuazione e il vero competente le rifiuta, le vede addirittura come una degenerazione: gente così comincia col guardare a un solo uomo e finisce, nel migliore dei casi, col vedere soltanto il gioco della «propria» squadra. Per essa i giocatori vengono e vanno, per non parlare degli allenatori, passa Nyers, passa Skoglund, passa Angelillo, si rinnovano le formazioni, cambiano tecniche e moduli di gioco e quelli sono ancora lì ad aspettare l’avvento, a godere o a rattristarsi per una squadra che con la squadra del cuore ha in comune nient’altro che il colore delle maglie.

Sono come quel tifoso bolognese, poveretto, che venendo giù in treno da Lugano dopo un nefando Svizzera-Italia finito uno a uno, rimpiangeva i tempi in cui un Biavati, un Sansone – visti da lui, in allenamento, con questi occhi, caro il mio signore – riuscivano a tenere la palla in aria settanta, ottanta volte di seguito col collo del piede, col tacco, con la fronte, con la nuca, passandosela e ripassandosela con assoluta naturalezza dall’avanti al dietro e viceversa. Avresti voluto dirgli che la questione non era questa, non questa la differenza, non era detto che i giocatori di adesso non sappiano, volendo, fare le stesse cose, ma preferivi tacere – perché è vero o non è vero che lui era vittima, come te, di una infatuazione?

Meno male, eri un po’ più smaliziato, il buon senso ti diceva che la nazionale non ha senso, che non riflette in alcun modo la fisionomia reale del campionato, e ti auguravi che le buscasse all’infinito, che diventasse addirittura una squadra materasso, così un giorno o l’altro la finiranno di disturbare le società – per conto loro sempre più riluttanti a cedere uomini, sempre meno sensibili all’onore della convocazione –, guarda invece come riescono bene certe partite, anche amichevoli, magari in notturna, tra una squadra di Amburgo e una di Barcellona, di Mosca e di Losanna, Milano e Stoccolma: squadre di gente abituata a giocare insieme, con una organizzazione di gioco non imposta dall’esterno, ma sperimentata tanto da diventare naturale. Viene dunque un giorno in cui, distolti per un momento gli occhi dal fantasma nerazzurro, verifichi in te il mutamento e l’evoluzione, il tempo degli assi è passato, per questo Meazza non ritorna, sei maturo anche tu, come spettatore, per la Coppa dei Campioni.

Il gioco del calcio, il campionato di calcio sono oggi a questo punto: che se appena lo sguardo si spinge oltre il campo di gioco, fruga negli spogliatoi e nei sottopassaggi, nelle sedi sociali, nei ritrovi più battuti dalla gente che ci vive sopra, sempre più a stento, sempre più di malavoglia torna al campo di gioco. Bisognerebbe che la vicenda che una partita rappresenta si spegnesse veramente, senza strascico o residuo, nel fischio finale dell’arbitro così come sul video nelle parole ultime dell’annunziatore. Sarebbe in tal caso legittima ogni pretesa, come e più che per un qualunque altro spettacolo, pena la diserzione degli stadi e l’abolizione dai programmi televisivi. L’esperienza compiuta e l’evoluzione del fenomeno porterebbero a una distaccata, non vincolante, non eterna, convertibile predilezione per la squadra che con pazienza, razionalmente, senza puntare all’acquisto clamoroso, o puntando ad esso solo in armonia con le proprie reali necessità, mirando a un equilibrio tra le qualità degli uomini a disposizione e una chiara, in parte precostituita, visione del gioco, si costruisce pezzo per pezzo nel giro di qualche stagione e, anziché formarsi con i campioni, forma essa i campioni nella misura in cui si costruisce come squadra. La Fiorentina di Bernardini, dunque? Oppure il Bologna di adesso? O il Milan di due o tre anni or sono? E perché no l’Inter di Herrera (e di Moratti)?

Nessuna delle nominate prende o prendeva luce dalla nazionale, in grave travaglio da tempo per le note ragioni (ricostruirla è sempre più un’astrazione, un tentativo artificioso, un doppione, una sovrapposizione, in questa fase che è molto più di competizioni tra squadre di club che non tra rappresentative o selezioni), le ragioni del campanile vivono solo, in tanta intercambiabilità dei «pezzi» utili, al livello dell’assurdo e del selvaggiume tifoideo, un buon presidente non può avere altra faccia che quella dell’amministratore capace, dell’impresario che ci sa fare – altrimenti è uno scellerato pasticcione –, un giocatore non lo si tollera se non sia anzitutto un serio professionista. Con queste sagge considerazioni sarei io dunque avviato a diventare un competente vero?

Vediamo un po’. L’Inter di adesso non ha più niente della squadra «stramba» ed elegante di cui aveva fama una volta. Si distingue semmai per una certa regolarità di tenuta. Si fonda – dicono – su un «pacchetto» difensivo organizzatissimo e articolatissimo, su una retrovia dal gioco manovrato ma estremamente energico; e in più – sono sempre parole altrui – su un contropiede micidiale (quando gira; e a volte non gira, ma il bello è qui, che la squadra oggi regge anche quando non gira). Semmai l’Inter d’una volta – biondi e longilinei compresi – è più facile che si specchi nel Milan di oggi, nel suo gioco di due o tre anni or sono, nei suoi stessi alti e bassi. E allora? Oh, non è tutto. Ci sono partite in cui le cose si mettono decisamente male, a partire da un certo momento scuoto la testa, quasi non guardo più, per mio conto sono già seduto e arreso, disposto ad accettare il meno peggio, a mollare per paura del peggio assoluto e del ludibrio (del resto, in un lontano Milan-Inter finito poi bene per me, non ero arrivato a distogliere gli occhi dal campo, per pura vigliaccheria, nei primi minuti di gioco?)… È qui che salta fuori l’Inter di oggi e una parte del suo pubblico, quello delle trombe multiple e dello striscione con la scritta: «Sia la sorte azzurra o nera – viva l’Inter viva Herrera»: non si siede e non molla; e spesso, non sedendosi e non mollando, ce la fa a rovesciare le sorti della gara.

La radice del tifo è reperibile qui: nel punto in cui avverti il nesso tra il tuo carattere e la sembianza, la cifra che la squadra assume ai tuoi occhi, per analogia ma anche per contrasto o semplicemente per complementarità rispetto all’immagine che hai di te stesso. Diventa una metafora della tua esistenza, la sorte della squadra – senza per questo diventare la tua stessa sorte, che sarebbe davvero troppo – è un possibile diagramma del tuo destino: o, con parole meno solenni, di come vanno o possono andarti, nel bene e nel male, le cose. Certi momenti prima che l’incontro cominci, tra la fine di una partita d’avanspettacolo e il brusco silenzio che accompagna l’annunzio per altoparlante delle formazioni – certi momenti per niente rasserenati dal disco che diffonde sulle gradinate musiche che ti sembrano di morte o di preannuncio di duello all’ultimo sangue o di corrida o di epilogo western, dove siano in ballo onore e coraggio, sono crepacci subitanei che si aprono nella coscienza, frane silenziose nel paesaggio interiore, presagio di una resa di conti che ti coinvolge oscuramente come rami, arbusti e foglie toccati dalle avvisaglie dell’uragano: come l’attesa d’un esame impegnativo o come in guerra i sintomi dell’attacco imminente.

Si assume d’istinto un atteggiamento difensivo, e, mentre i primi giocatori sbucati all’aperto saltellano sul campo e fanno qualche tiro di prova, è normale il confronto tra il tuo e il loro stato d’animo, ci si domanda se anche in loro passi quel colpo di vento, se anche su di loro cali quella vertigine, se dentro di loro si apra lo stesso trauma. È cosa tua, che ti riguarda incredibilmente da vicino – la vicenda che sta per iniziare; e non vale prendersi idealmente per le spalle, obbligarsi a ragionare, cercare di convincersi che sei a uno spettacolo e che dunque tanto vale goderselo più o meno comodamente seduti sperando che sia buono. Questa esortazione non serve, non più di quanto serva nell’assistere a un ben congegnato film del terrore, la riflessione che è tutta una faccenda di celluloide che non cambierà niente della tua vita. In momenti come questi la tua fede nerazzurra la senti come una colpa d’origine, come un marchio che non puoi cancellare – e farebbe tanto comodo, adesso –, daresti qualcosa per liberartene, per assumere modi indifferenti, toni divertiti…

Esiste, naturalmente, l’altra faccia, quella della piega favorevole, dell’euforia, della concessione al vicino anche se di parte avversa – e tanto più se di parte avversa, quando la cosa va per il meglio. Ed esiste ancora lo spettacolo sbalorditivo della folla compatta attorno a una squadra, sbalorditivo perché in quanti altri casi è dato trovare tanta gente unanime attorno a qualcosa in uno spazio relativamente ristretto, tanto da illuderti che lì si riveli e ti si apra il cuore autentico di un’intera, sterminata città (la partita notturna col Borussia quest’anno – e la muraglia ininterrotta di facce, dentro la quale è come se si sommassero tutte le folle passate di tanti anni di gioco)? Ma il quadro non sarebbe completo se tralasciassi l’istantaneità con cui tutta questa febbre – almeno per quanto mi riguarda – si spegne per far posto a un senso amaro di vacuità e quasi di rimorso non appena le gradinate si svuotano e l’enorme catino ormai silenzioso è l’immagine stessa dello sperpero del tempo.

[…] Placato l’antico fantasma nerazzurro, mettiamoci calmi anche noi a guardare le cose dall’alto mentre un ragazzo che assomiglia a quello che noi eravamo si beve con gli occhi il suo Suárez o il suo Rivera né più né meno che noi il nostro Meazza trent’anni fa. Macché, tutto è già ricominciato, tutto è da rifare.

E anche questo assomiglia stranamente alla vita, al lavoro, all’arte stessa. All’origine c’è un oscuro fatto personale, o piuttosto una predilezione, la scelta di un colore fatta una volta per tutte e non veramente motivabile, che si è oscuramente mutato in fatto personale, con tutto l’orgoglio e le ansie e le viltà piccole e grosse di questo. Lo sanno bene quelli che ci vivono sopra. E lo sanno, in un modo diverso, i tecnici, i competenti veri, i quali hanno – beati loro – la forza di obiettivare tutto ciò dentro la visione dell’intero fenomeno, di questa fornace che si alimenta delle nostre frenesie, dell’identità tra queste e gli episodi del gioco. Detto questo, è del tutto irrilevante, almeno agli effetti di un discorso fatto in pubblico, che uno sia per un colore o per un altro. Non potremo mai dire di intendercene veramente noi che ancora, dopo tanti anni, non sappiamo vedere tempestivamente se un’azione è viziata o no da fuorigioco e che non abbiamo nessuna difficoltà ad ammettere che il gioco del Bologna, oggi come oggi, ci diverte di più.