[…] Siamo in una landa infinita di terra giallastra, su cui la larga strada polverosa è come un fiume di folla in movimento in mezzo a un deserto, una lenta migrazione di un popolo innumerevole, dove passano insieme le automobili, i carri trascinati dalle bufale, le biciclette, i cammelli carichi di cumuli immensi di fieno, i mendicanti pieni di croste e di mutilazioni, i bambini ciechi con gli occhi bianchi, le donne, avvolte nei sari, col passo di regine, gli operai: uomini in tutte le fogge, a migliaia, in gruppi, in file, solitari, coi piedi nudi che sollevano migliaia di nuvolette di polvere: avanti e indietro, in una circolazione secolare ininterrotta. Arriviamo così alle rive del sacro fiume Yamuna, che scorre tortuoso nel suo lungo corso verso il Gange. Il ponte è in costruzione, e dobbiamo fare, tra la folla agglomerata, un lungo giro sullo stretto passaggio provvisorio ingombro di vacche e di cammelli. Non si può camminare che a passo d’uomo: è il tempo di Acharya. «Tutto si fa lentamente qui», egli dice: «anche lavarsi i denti con le foglie di babul: le cose avvengono ugualmente: le piante non hanno fretta. Le piante vivono come i contadini. Come è la giornata di un contadino, di un vecchio contadino? Ha dormito sul letto, o per terra nella sua capanna o nel campo; si alza alle 4, si guarda attorno, dice qualche preghiera e canta qualche canzone. La moglie è in un’altra parte della casa, o, se hanno dormito nei campi, se n’è già andata altrove. Mette l’acqua e il tabacco nella sua hukah, nella sua pipa, l’accende col fuoco, e si mette a fumare. Se non è malato, esce, con la lunga pipa, e passeggia un poco pei campi, trova dell’acqua e si lava la faccia. Quando si è ben lavato, torna verso casa, beve qualcosa, e forse si ferma a chiacchierare un po’ con la gente che incontra. È l’alba. Allora per un’ora si lava, si pulisce i denti con le foglie di babul, e torna a chiacchierare. Come colazione prende un pugno di riso o un po’ di pane. Se è molto religioso, prima di mangiare fa un bagno. Poi va nei campi, e si mette a lavorare. Lavora duro, ma sempre chiacchierando, combinando qualcosa coi conoscenti e gli amici. Lavora, lavora, se il campo è lontano il cibo è portato là. Se i campi sono vicini, torna a casa a mangiare. Se il tempo è bello, mangia un po’ di canna da zucchero o una patata, e poi riposa un po’, e si rimette a lavorare. Se invece il tempo è caldo, smette di lavorare verso le 11 e torna a casa a riposare. Se ha da fare, si protegge dal caldo mettendosi qualcosa addosso e esce: in pratica va fuori con ogni tempo, anche con un caldo mortale. Se è poverissimo, non mangia niente. Quando è in casa, esce di quando in quando per fare delle grosse bevute di acqua. Ci sono molti modi di bere: a una fontana, a un ruscello, a un pozzo, a uno stagno, e così via: e intanto, mentre va a bere, si ferma a parlare con tutte le persone che incontra, e l’argomento è sempre quello: «Di dove vieni? Da quale villaggio?».

Acharya si deve interrompere: siamo fermi per un altro ponte in riparazione, e circondati da uno stuolo di pellegrini nudi, barbuti, bianchi di polvere. «Il pellegrino» dice Acharya «non è perfetto se non è completamente coperto di polvere. Questo è un detto tradizionale che viene messo in pratica: bisognerebbe vedere i grandi pellegrinaggi di Allahabad, dove arrivano i viandanti con la polvere di tutte le parti dell’India». In questi discorsi arriviamo alla cittadina di Gabiadad, e dobbiamo tornare a fermarci perché la strada è ingombra per un prestigiatore o mago, che, tra una gran folla di curiosi, va ipnotizzando un bambino e rivoltandogli la testa all’incontrario; e poi prende un coltello e si appresta, se gli diamo 2 rupie, a tagliare il bambino in due: cosa che non vedremo, perché il coltello, immerso nel lenzuolo che copre il bambino, invece che di sangue si copre di fiori rossi. Ripartire è difficile: attorno al finestrino dell’automobile c’è una siepe di facce di bambini dai denti luminosi e dagli occhi splendenti. La strada continua ugualmente popolosa nella campagna: tra gli alberi spunta una casa con una grande scritta: «Scuola Montessori». Più avanti, la campagna si fa più vasta e più aperta, costellata di tempietti indù, tra i campi di canna da zucchero fioriti, e i grandi alberi isolati; e dappertutto le vacche, i maiali magri e pelosi, i corvi, gli avvoltoi bianchi e gialli, enormi, che di lontano, nelle erbe alte, sembrano pecore. E arriviamo sullo stradone tra due file di alberi di mango, al villaggio di Dadri.
La sorella di Acharya, una bruna fanciulla graziosa, ci aspetta sulla strada; e lì ci lascia scomparendo col fratello per non so quali preparativi: torneranno a riprenderci poi. Restiamo nel sole sulla grande strada, dove è il mercato, e arrivano da ogni parte i contadini sui carri, alti come pagode o grandi gabbie da uccelli, con le grate di legno e le tendine, dentro cui stanno le donne velate. I bambini ci avvolgono come una nuvola: ci guardano, ci circondano: nessuno chiede l’elemosina. Sui fuochi accesi qua e là, su grandi piatti di metallo, cuociono i grani e gli ortaggi colorati: da un lato, una baracca coperta di scritte e di pitture che rappresentano un uomo senza denti e uno coi denti: un giovanotto bruno sta seduto lassù, in alto, tra ferri e boccette: su un tavolino messo in terra, davanti alla scaletta che porta alla baracca, è posato un grande vassoio con un mucchio di migliaia di denti. Acharya ricompare improvviso, e ci avviamo con lui in un largo stradale di campagna, tra gli alberi bo, i grandi pipal, gli alberi di Buddha. Camminiamo, tra il sole e l’ombra, per un lunghissimo tratto, fino a un canale sui cui bordi delle donne seminude grattano il terreno accovacciate, con delle grappette per togliere le erbacce, e si coprono il viso col velo al nostro passaggio. Saliamo sull’argine e continuiamo in mezzo alla campagna. Queste terre» dice Acharya «erano tutte della mia famiglia, rette col sistema samindari. Eravamo i padroni del paese, ma ora, con la riforma agraria, non ci è rimasto che la casa e qualche campo di mio zio contadino. A me basta di potermi rifugiare qua al villaggio: ho tenuto una stanza per me, dove mi raccolgo a meditare». Così conversando, traversato il canale su un ponticello, arriviamo, per uno stretto sentiero, alla casa. È una casetta in muratura, con una stanzuccia a pianterreno dietro un portico, due stanze al primo piano e una terrazza al posto del tetto. Davanti alla casa, sull’aia, una bufala nera dall’aria selvaggia pare voglia impedirci il passaggio; due vacche magre e picchiettate stanno sdraiate più in là. Sotto il portico, su un lettuccio contadino di stuoia, solennemente avvolto in una coperta, sta un vecchio dagli occhi fiammeggianti; e, dentro la coperta, con lui, due bambini bellissimi di cui si vedono soltanto le teste vivaci. È il vecchio zio di Acharya; oggi è malato e non si può alzare. Dietro l’angolo della casa, accovacciate in terra, ci sono le zie, occupate a tagliuzzare delle verdure, ad accendere un fuoco, a scegliere dei chicchi di riso per la nostra colazione; e, dietro ad esse, un pozzo primitivo e altre vacche vaganti. Per una scaletta strettissima saliamo al primo piano: una delle due stanze è chiusa con un lucchetto: dalla porticina a vetri vedo dei vecchi libri in disordine, coperti di polvere: è la stanza abbandonata di Acharya. Per un’altra scaletta saliamo sulla terrazza. Acharya ci dice di aspettare lì che il pranzo sia pronto. Di lassù si vede la campagna stendersi tutto attorno da ogni parte, fino al villaggio lontano, con le sue case di terra, a una antica moschea in mezzo agli alberi: si vedono i canali, i boschetti, i sentieri polverosi, il passare dei carri, i contadini nei campi. In cielo girano i corvi e gli avvoltoi: da un albero all’altro volano, come verdi saette, i pappagalli: un silenzio asciutto e brulicante ci avvolge d’ognintorno. Poiché nessuno ci chiama per il pranzo, scendiamo a passeggiare nella campagna. Dietro la casa è un bel frutteto di mandarini giganteschi e di manghi: poi i sentieri si perdono tra i canneti, dove i contadini sono intenti, sotto delle tettoie, alla bollitura dello zucchero nelle grandi caldaie, e insistono ospitali offrendoci il sugo fresco di canna. Ci avviamo verso la moschea diroccata e il cimitero musulmano, per una strada di polvere dove passano i carri dei contadini tirati da piccoli bufali al galoppo.
[…] È ormai sera; il pranzo qui non è ancor pronto: ma arriva un messaggero dal villaggio, dicendo che la madre di Acharya e le sorelle ci aspettano in paese. Ci avviamo, nei campi già bruni.
Ai margini del villaggio, come un esercito accampato tutto attorno sotto le tende, stanno gli zingari; ci spiano, avide e oscure, le donne della buona ventura. Il villaggio è un chiuso incanto di muri, di terra, di voci interne, di vita misteriosa. Nell’ultima luce che ha già colore di stella, giriamo per le stradette tra i greggi ritornanti. Davanti a una casa dipinta sta seduto un vecchio dai grandi baffi. È uno zio di Acharya, già ispettore di polizia, che per la meticolosa regolarità delle sue abitudini è considerato il vivente orologio del villaggio. Tutta la famiglia viene sulla soglia, e ci scambiamo, a mani giunte, il saluto. Ed ecco, un poco più in là, la casa della madre di Acharya. Le sorelle, le nipoti nei loro sari, come figure di una Grecia arcaica, con le lunghe trecce nere e i neri occhi, ci fanno entrare in una corte selciata, dove vanno e vengono amici, parenti, contadini, ragazzi, e ci offrono l’acqua per lavarci. Acharya è felice di vederci in questa casa, e in segno di amore mi invita, per prima cosa, a far visita agli dèi della famiglia. Saliamo per una stretta scaletta aerea, senza ringhiera, appoggiata al muro della corte, alle stanze superiori. Ci togliamo le scarpe, e entriamo, riverenti, nella camera degli dèi. Sono molti gli dèi: ci sono quelli di sua madre, delle sue sorelle, ci sono i suoi, ci sono gli dèi principali, Shiva, Vishnu, Krishna, Ganesh, e tanti altri. C’è una pietra rotonda, un’altra a forma di lingam, una conchiglia, ci sono dei fiori, del riso, dei frutti, delle collane, e c’è anche, tra gli dèi, l’immagine di Cristo, e quella di uomini santi e miracolosi. Finita la visita agli dèi, in attesa del pranzo, passiamo in un’altra stanza, piena di letti di stuoia. La nipote di Acharya, una ragazza bellissima dal viso viola e rosa, ci canterà delle canzoni religiose antiche. Un lume a olio manda una luce gialla e oscillante sul grande pavimento nudo della stanza vuota. Sdraiati sui miseri letti, accanto al muro, ascoltiamo quelle sacre nenie. Per terra i bambini dalle grosse teste rotonde ascoltano, a bocca aperta, le canzoni.

E finalmente, digiuni dal mattino, scendiamo per la cena, sotto il portico. Ci togliamo di nuovo le scarpe (anche il mangiare è cosa sacra) e ci accoccoliamo per terra lungo il muro. La notte è fredda, fredda la stuoia sull’impiantito per i piedi nudi. Davanti a ciascuno sta posato in terra un vassoio di rame, e le donne, gentili, con povera eleganza ci offrono le vivande: del riso quasi freddo e qualche scodellina microscopica di verdure, di curry, di latte rappreso: una cena vegetariana, per cui, in tante, avevano lavorato tutto il giorno. Finita in breve la cena la conversazione cade sull’India, sui suoi principi spirituali, sulla politica. Acharya, a piedi nudi, con la sua redingote nera e gli stretti pantaloni di cotone bianco, in piedi, in mezzo al portico, comincia un lunghissimo discorso, parlando di Gandhi, della non-violenza, della tradizione religiosa che è il fondamento di ogni politica, allungandosi in una casistica di quando sia lecito difendersi anche con le armi, parlando dell’eterna vicenda delle vite e delle morti che vietano a ogni uomo la violenza, finendo col valore dello yoga e della santità. Acharya, commosso per la sua stessa eloquenza, e tanto più amandomi per questo, finito il discorso, vuole mostrarmi il suo tesoro più segreto, quello che, egli dice, non aveva mai mostrato a nessuno. Era una cassettina di metallo chiusa a chiave. Dentro c’erano le cose più sacre. La fotografia del padre (vale a dire, secondo il suo modo simbolico, l’immagine del passato), del padre nato contadino e andato poi a Oxford e diventato ministro dell’educazione. Sotto il padre c’era la santità del presente, l’immagine del suo guru, Bansuria baba, un guru miracoloso, che non insegna tuttavia i miracoli ma l’amore degli dèi; e il disegno di un altro guru, dal viso femminile di giovinetto dai lunghi capelli, un guru che sta sull’Himalaya, ma che in circostanze straordinarie compare nello stesso tempo altrove, misteriosamente giovane nella sua antichità; e infine la più sacra delle cose sacre, il suo dio, un oggetto nero fatto di due sferette attaccate insieme, di una sostanza indefinibile, forse di legno fossile o di pietra, un oggetto divino creato dal nulla nella mano miracolosa di Bansuria. Per la prima volta mi avviene di poter toccare un dio, e lo tengo a lungo, liscio e nero, nella mia mano.
Ci alziamo infine per partire, e ci avviamo, verso la strada, nella corte semibuia. Da una porticina nera che dà su un bugigattolo oscuro, esce, a un tratto, la madre. È una piccola vecchia, col sari avvolto alle gambe come le contadine, rugosa, curva, sottile, minuta e nera. Mi viene incontro, mi pone le mani sul capo, le fa scendere lente attorno al mio viso, sul collo, sulle spalle, e, antica madre, mi benedice.
Passiamo per le strade oscure del villaggio addormentato. Il taxi ci aspetta fuori del paese. Ripassiamo il fiume Yamuna, corriamo verso la città. La grande luna giace, navigando per il cielo, tra le stelle limpidissime.