Aligi Sassu racconta con ritmo veloce e riassuntivo la sua esperienza ciclistica che gli suggeriva le forme e i colori dell’esperienza pittorica
Il fruscio delle gomme leggere sull’asfalto, quell’odore acre di fumo bagnato di terra che il corridore assorbe, la testa incassata nelle spalle, china sul manubrio, i paesi, le campagne, gli acciottolati sconnessi attraversati di volata, le salite polverose ed estenuanti sotto il sole, solo chi ha lungamente lottato sulle strade può comprenderne tutta la poesia.
Ho imparato ad andare in bicicletta in un solaio, con mio fratello. Una bicicletta da ragazzo, senza copertoni, trovata lassù fra le ragnatele e gli avanzi che si scoprono in tutti i solai e che ci disputavamo accanitamente; poi per anni, con biciclette raffazzonate, ho continuato ad esplorare il mondo, migliorando lentamente il materiale, il telaio, e infine il sellino Brow originale, lungamente desiderato. Così conobbi le prime escursioni verso i laghi e la Brianza, ch’era la prima meta dei ragazzi milanesi appassionati a questo sport.
Sorgeva l’astro di Guerra. Girardengo correva ancora, ma Binda era il dominatore. Mara, dal canto suo, mi stupiva per la proterva volontà con cui correva e staffilava gli avversari sullo spunto di turbinosi guizzi finali. Andavo agli arrivi e alle partenze di tutte le corse, qualche volta incontravo Tomea, che allora girava per i mercati a vendere i dolci ed era appena sceso dal Cadore, un’altra volta riuscii a trascinarmi dietro Manzù a Legnano per assistere all’arrivo di una corsa, e ricordo che Manzù in volata ci batteva tutti.

Mio fratello ed io conoscevamo tutto della storia del ciclismo. Le salite della Cicognola, la Mascolina, la Madruzza, lo strappo di Bevera. Amo il Ghisallo e il Ballabio, salite famose di tutte le corse lombarde dei dilettanti, che già non avevano più segreti per noi. Andavo abbastanza bene in salita, ero più resistente alla fatica che veloce, ero come si dice in gergo sportivo un duro a morire.
Si usciva a sera verso Lodi, sulla via Emilia, ad allenarci, con lunghe ed estenuanti volate: per fare il fiato e allenarci allo scatto. La mia prima corsa però si risolse in un ritiro mentre ero in testa, perché caddi nel chinarmi a stringere una cinghietta del pedale, e insaccai il telaio andando a sbattere, a 50 all’ora, contro un paracarro. Mio fratello, arrivato nono, fu tolto dall’ordine di arrivo per avere accorciato la strada. Il risultato non era consolante. Ricordo quegli anni come un susseguirsi di lunghe volate nella polvere delle strade di campagna, nella pioggia e nel vento, perché uscivo anche d’inverno tanta era la passione.
Imperava allora tra i dilettanti un certo Giovanni Rossi di Stradella. Quando egli si presentava alla partenza, non c’era nulla da fare: o per distacco o in volata vinceva sempre.
Quelle gite e il tumulto colorato delle maglie e delle biciclette filanti hanno contribuito in una maniera fondamentale ad avvicinarmi alla natura, ai paesaggi verdi della Lombardia, alla figura dell’uomo intesa nella sua integrità.
I colori delle maglie sulla strada bluastra o bianco-rosa mi tentavano ad esprimere con la pittura quel senso estremamente vivo della lotta, della fatica dura dell’uomo, manifestata in modo aperto e leale.
Rivestivo di contenuto epico quel lirico senso di vita, di giovinezza, di scoperta ch’era nel mio cuore, mentre le ruote agili fischiavano sull’asfalto, e la campagna grigia scorreva rapida verso le montagne violacee, sul fondo di cieli bianchi di nuvole. Le ore solitarie nella calura della campagna lombarda d’agosto, mentre lungo il lago m’avviavo solo verso il pian di Spagna e la valle Spluga, erano un invito continuo ad una riflessione attiva e veloce. Il mondo era tutto da scoprire, era tutto da dipingere. Le forme e i colori si riassumevano nella mia mente in una icasticità compendiaria, in un contatto diretto e continuo con la terra ed il cielo.
Così, a poco a poco, nacque il mio quadro «I ciclisti», di cui strappai i colori e le forme alla velocità, al vento delle discese e alla polvere acre delle provinciali. E al mio sudore sano di ciclista cocciuto e sfortunato.
