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Vittorio Sereni, un poeta interista all’Ufficio Stampa Pirelli

Nel numero di aprile 1952, la Rivista Pirelli pubblica “Case lombarde”: una riflessione sull’architettura popolare che, con i suoi cascinali e le sue stalle, punteggia la pianura padana, disegnandone una sorta di “geografia del cuore”. La prosa asciutta ed evocativa porta la firma di Vittorio Sereni: è la prima collaborazione del poeta luinese con la rivista edita dalla Pirelli e diretta da Arturo Tofanelli e Leonardo Sinisgalli. Poco meno che quarantenne, Sereni è già un autore affermato. Nel 1941 -prima di essere richiamato al fronte- ha pubblicato la raccolta di poesie “Frontiera”, mentre è del 1947 il “Diario di Algeria” nato dall’esperienza da prigioniero di guerra in Nordafrica tra il ’43 e il ’45. Nel 1952 Sereni  insegna italiano e latino al Liceo Classico Carducci di Milano e vive con la moglie Maria Luisa e le due figlie Maria Teresa e Silvia.

È una delle “grandi firme” della Rivista Pirelli, che fin dalla sua nascita, nel 1948, ospita contributi di grandi scrittori e intellettuali contemporanei: la “triade ermetica” Ungaretti-Quasimodo-Montale nel 1949, Riccardo Bacchelli nel 1950, Piero Chiara e Michele Prisco nel 1952. Lo stesso direttore Leonardo Sinisgalli è soprannominato il “poeta ingegnere”. E’ proprio quello di Sinisgalli il nome che Sereni indica nella casella “referenze” della domanda di assunzione alla Pirelli Spa, inoltrata il 16 agosto 1952. I due si conoscono fin dai tempi dell’Università: poeti “compagni di viaggio” cui si aggiungevano Alfonso Gatto, Carlo Betocchi, Giancarlo Vigorelli e nientemeno che il grande Salvatore Quasimodo che già aveva avuto modo di lodare la tesi di laurea del giovane Sereni su Guido Gozzano. La Pirelli e la sua Rivista diventano fatalmente il punto di reincontro tra Sereni e Sinisgalli. La domanda di impiego è accettata: destinazione il Servizio Propaganda, che altro non è che la Direzione Comunicazione di oggi. Ne è capo indiscusso Arrigo Castellani che, lungimirante, ha intenzione di creare un ufficio appositamente dedicato ai rapporti con la stampa: a Sereni -già collaboratore di riviste come “Corrente” e “Rassegna d’Italia”- la responsabilità di guidarlo. Sarà lo stesso Castellani, a ridosso della scadenza del contratto annuale, a scrivere alla Direzione del Personale: “siamo completamente soddisfatti del lavoro svolto dal Dr.Sereni e riterremmo anzi che a suo tempo lo stesso passasse nella categoria dei funzionari”. Impiego a tempo indeterminato: il fascicolo personale del Dr. Prof. Vittorio Sereni, conservato presso l’Archivio Storico Pirelli, è contrassegnato dalla matricola 4062, centro contabile 0400, Direzione Propaganda.

Nei sei anni di lavoro dipendente in Pirelli -uscirà nel 1958, destinazione Mondadori– Sereni dirada via via le sue apparizioni sulla Rivista. Pochi articoli, ma di grande spessore: uno è già sul n°6 del 1953 in cui, firmandosi V.S., fa un “Bilancio segreto di un anno di pubblicità” dopo che il “suo” Servizio Propaganda ha vinto il premio Palma d’Oro dell’advertising, grazie alle suole Coria di Bruno Munari, al pneumatico Stelvio di Ezio Bonini, alle boule per l’acqua calda di Bramante Buffoni. Un altro articolo del  Sereni “pirelliano” è ormai diventato una pietra miliare nella storia della Rivista: “Una P lunga cinquant’anni”, narrazione leggendaria della nascita del logo Pirelli a New York.

Sereni continuerà a collaborare con la Rivista anche dopo aver lasciato l’azienda: è del 1963 il racconto “La cattura”, apertamente autobiografico, giocato sul conflitto morale tra vincitori e vinti durante lo sbarco degli Alleati in Sicilia. A partire dal 1964, da collaboratore esterno della Rivista, Sereni dà vita alla rubrica di critica letteraria “Nei libri e fuori”. E così il pubblico italiano conosce “La tregua” di Primo Levi, e Mary Mc Carthy e Massimo Bontempelli, e “Il colosso di Maroussi” di Henry Miller e le poesie di Georgios Seferis, fino al postumo “Festa mobile” di Hemingway, recensito sulla Rivista n°4 del 1964.

E poi arriva “Il fantasma nerazzurro”, n° 5-6 del 1964: “Io qui sarei dunque incaricato di prendere le parti dell’Inter o piuttosto di giustificare la coloritura nerazzurra di una parte dei miei pensieri e sentimenti”; l’intellettuale cede al tifo rimpiangendo il leggendario calciatore Giuseppe Meazza, detto Peppino, “il fantasma nerazzurro”. E dove c’è un “fantasma”, c’è anche un mistero. L’articolo originale è corredato infatti da un disegno astratto di Alberto Sughi. Risale però allo stesso anno – il 1964 – un disegno di Riccardo Manzi, recentemente acquisito dalla Fondazione Pirelli, che raffigura proprio un giocatore di calcio in maglia nerazzurra accompagnato dall’appunto di mano pirelliana “Naso troppo grande!”. Era forse destinato a illustrare l’articolo di Sereni? Non è sicuro, mentre con assoluta certezza possiamo datare l’ultimo intervento di Vittorio Sereni sulla Rivista Pirelli: si tratta di “Due voci veneziane”, sul n°5/6 del 1970.

 

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