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Muri siciliani

La nostra terra è lontana, nel sud,

calda di lacrime e di lutti. Donne,

laggiù, nei neri scialli

parlano a mezza voce della morte

sugli usci delle case.

(da Ed è subito sera)

 

 

Da molto tempo non parlo con la mia terra, e questa potrebbe essere una lettera d’amore sollecitata da una, due case, da un brano di mare d’una spiaggia lontana. Parole e cuore sono venuti a poco a poco negli anni, e non è stato solo in ricordo d’una Sicilia greca a volerli, ma anche di quella primitiva, normanna, saracena, spagnola. Di tutte le mani che hanno alzato muri nell’isola, sulla costa orientale e dell’occidente, al vento chiuso o libero delle Madonie, dei Peloritani, degli Iblei, dell’Etna; muri svevi, arabi, barocchi, architetture del solleone e dell’autunno – di tutte le mani anonime o ornate da sigilli, voglio stringere quelle che hanno gettato un’immagine bianchissima sul mare di Trabia –. Ulisse al suo sbarco nella terra dei Ciclopi avrebbe potuto trovare una casa simile a questa tagliata nella luce, e gridare di gioia a quelle rette perpendicolari che ci giocano negli occhi. Lucide, care linee dinanzi alle quali sono rotolate innumerevoli civiltà intarsiate e solenni. L’uomo si alza un giorno dal suo letto di frasche e va in cerca di pietre e di calcina. Ha nella tasca un metro pieghevole da poche lire, un taccuino foderato di tela cerata su cui ha disegnato il «progetto» della sua casa con appunti di linee e cifre a matita copiativa: una matita bagnata sulla lingua, come fanno i ragazzi. L’uomo ha piedi nudi, pollici grossi e testa nera; ma sa come fare il tetto e inclinare spioventi. Muove l’architettura del suo cuore per squadrare e incatenare spigoli e capriate; sa che il sole vuole muri bianchi per essere mortificato. Non una voluta, un rotondo, spezza le sue linee; il suo occhio misura bene gli angoli, il suo martello incastra giusto la pietra. È solo a costruire: l’asino gli porta i macigni e un ragazzo li spacca a colpi fitti, succhiando scintille. Lavora, operaio e padrone, architetto e ingegnere, per tre quattro mesi, prima delle piogge, e del sole vischioso, senza conto di ore per altri. Di ore fa un calcolo per sé sui fogli a quadretti del piccolo quaderno: dodici di una giornata per cento, centoventi. Centoquarantaquattro mattini e crepuscoli per vedere una piccola bandiera sul tetto e vuotare bicchieri di vino con gli amici che vogliono portare l’augurio della casa nuova. Mani di carta vetrata, dita con un’unghia violacea pestata da una trave (unghia che impiegherà a ricrescere più del tempo che occorre alla casa a crescere coprirsi di cocci), dovevo un giorno cercarvi e stringervi con forza per salutare la mia terra. È stata un’immagine, appena uno spazio abbracciato da un volume leggero, un’architettura da muratore, a farmi attento a queste ignote mani isolane; e poteva essere la memoria a suggerirmi forme semplici e precise dove abita l’uomo che mi è stato compagno e amico per millenni; la memoria sfocata da altri oggetti, altri inganni. Non importa. È bastata una casa schiumante che potrebbe scivolare come un veliero dentro il mare di Trabia a farmi anche risalire, a pochi chilometri dalla sua riva, un sentiero di ciottoli e cardi per raggiungere Solunto, una collina con colonne atterrate, in una giornata di vento insieme ad altri ragazzi, molti ragazzi. Ma quando, in questa memoria?