Per vincere il Campionato Mondiale 1951, Juan Manuel Fangio è stato in Europa oltre due anni e ha moralmente impegnato il prestigio argentino. Questo dimostra che l’idolo degli sportivi sudamericani non ha preso le cose alla leggera ed è giunto al suo obiettivo coi mezzi necessari, è vero, ma anche dimostrando pazienza, costanza, coscienza.
Crediamo di far piacere allo stesso Fangio stabilendo questa premessa. Fangio ha sempre tenuto a fissare tre motivi essenziali nella sua vita e nella sua carriera sportiva: il primo è quello che abbiamo esposto, il secondo è la riconoscenza verso i nostri piloti e le nostre Case costruttrici, il terzo è la devozione per Perón e la riconoscenza per gli argentini, ma anche il riconoscimento della sua italianissima discendenza.
L’indole buona, paziente e intelligente di Fangio gli hanno permesso di affrontare quei sacrifici che la folla non conosce e non valuta esattamente. Innanzitutto la rivalità di avversari di grandi qualità e segnatamente di quattro di essi: Ascari, González, Farina e Villoresi. Si dirà che Farina gli era compagno di squadra e González fraterno amico. Ma va aggiunto che in corsa queste prerogative valgono sino a un certo punto, come dimostrano gli stessi Ascari e Villoresi che a volte hanno lottato fra di loro sino allo spasimo pur essendo legati da vincoli e sentimenti. Fangio pensò di convincere innanzitutto proprio i tecnici, i dirigenti, i corridori dell’Alfa Romeo. Nel 1951 fu senza dubbio più fortunato di Farina, ma la sorte gli era stata assolutamente avversa l’anno prima. Nelle sette prove del Campionato mondiale «El Chueco» segnò sempre i giri più veloci, diede lezione di stile, di irruenza calcolata, di intuito, vinse tre gare (G.P. di Svizzera a Berna. G.P. d’Europa a Reims e G.P. di Spagna a Barcellona) e conobbe l’ironia della sorte a Spa, quando già si poteva ritenere primo o secondo assoluto nel G.P. del Belgio.

La calma e il puntiglio dell’argentino possono essere rivelati da alcuni particolari. Fangio pesava 92 chili e decise di dimagrire per resistere alle lunghe distanze, per avere i riflessi più svegli, per essere più agile in macchina. Convinse l’amico González (che risiedeva con lui a Galliate nella villa del compianto Achille Varzi) a seguire un regime speciale di alimentazione e a fare molta ginnastica. I due acquistarono alcune biciclette. Fangio ogni mattina compì gite sempre più lunghe sino a 100 km e dimagrì di oltre 7 chili in pochi mesi. González invece rimase ai suoi 98 chili, anche perché cadde e si ferì a una caviglia. A Barcellona «El Chueco» cercò persino di muoversi il meno possibile in macchina per non sfiancarsi. Aveva studiato di sera i punti più difficili del percorso e di giorno, durante le prove, aveva affrontato le curve, o al largo o con virate strette, pensando che in gara avrebbe potuto incontrare tutte le eventualità, fuggire o inseguire, superare avversari. Inoltre Fangio si ripromise di non fumare più. E ci riuscì.
[…] Manuel […] non era per la vita dei campi e cominciò a fare il meccanico presso l’officina di Miguel Viggiano. Era l’inizio di una delle carriere più romanzesche del nostro secolo, tanto romanzesca quanto imprevista poiché, all’inizio, pur sporcandosi le mani nei motori delle vetture, J. Manuel preferiva il gioco del calcio e giocava mediano. Ma con Viggiano, a 18 anni, scelse la strada giusta: quella del corridore. Col suo principale fece il secondo pilota nella Buenos Aires-Rosario, quindi qualche altra corsa. Ma dovette entrare nella Scuola di artiglieria e dopo diverso tempo tornò a Balcarce. Creò una ditta di assistenza automobilistica: la «Fangio, Duffart e Cavallotti» e nel 1934 partecipò alla sua prima corsa, non più in coppia, ma a bordo di una Ford, che gli aveva prestato Bianculli. Il resto lo sapete. Con Ford e Buick di proprietà di amici e che egli stesso si preparava intensificò l’attività, cominciò e continuò a vincere con la Chevrolet e altre marche. Nel 1940 nel G.P. Argentino (la Buenos Aires-Lima-Buenos Aires) si confermava «numero 1» di un movimento automobilistico che stava venendo alla ribalta con sempre più prepotente energia. I successi del 1941 e particolarmente il G.P. Vargas e la Mille Miglia argentina del 1942 furono la consacrazione.
Nel dopoguerra le vittorie ai circuiti di Pringle e di Rio, i G.P. di Buenos Aires, Montevideo, Rosario portarono Fangio alla popolarità di un idolo. Una sosta nel 1948 servì ad organizzare una autentica spedizione in Europa. Nel 1949 il libro d’oro del campione si arricchì di queste affermazioni: G.P. Buenos Aires, Trofeo Wimille, Circuito Mar del Plata, G.P. Perpignano, G.P. Marsiglia, G.P. Autodromo di Monza, G.P. Albi, oltre a numerosi piazzamenti. Nel 1950 vinse il G.P. di Pau, il G.P. San Remo, il G.P. Monaco, il Circuito des Remparts, il G.P. del Belgio, il G.P. di Francia, il G.P. delle Nazioni, il G.P. Pescara, il G.P. di Silverstone e infine, nel 1951, tre gare del Campionato Mondiale e il G.P. Bari, senza elencare i molti posti d’onore guadagnati.
Partendo, Fangio ha lasciato in Europa la convinzione di essere veramente un campione di classe internazionale degno dei Varzi e dei Wimille dei quali egli si dice l’allievo e ai quali, in effetti, tanto assomiglia nello stile e nel temperamento. Ha lasciato in molti la convinzione di essere effettivamente il più forte pilota del mondo, con Ascari, che Fangio addita come l’esponente del domani.
Fangio tornerà in primavera e riposerà per l’inverno, ma sino a gennaio, dovendo partecipare alle gare sul nuovo Autodromo della Capitale e forse in febbraio in Uruguay. Intanto riorganizzerà la sua compagnia di importazione, vendita e assistenza: via Bernardo de Irigoyen 1315, Buenos Aires.