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Sociologia della musica sulla rivista “Pirelli”

Il suono come parte essenziale del complesso rapporto tra uomo e macchina non poteva sfuggire alle pagine della rivista “Pirelli”, che proprio in quei primi anni di rinascita postbellica stava contribuendo a sua volta a sviluppare il moderno concetto di Cultura d’Impresa. “Musica e macchine” s’intitola infatti l’articolo che l’illustre critico musicale Silvestro Severgnini, tra i fondatori del Centro Culturale Pirelli, scrive per la rivista n° 4 del 1949: un sintetico quanto profondo excursus sulla musica contemporanea ispirata al lavoro meccanico. Oltre ai maestri Stravinskij e Prokof’ev, oltre al “canto” della trebbiatrice del compositore Darius Milhaud e al suono della fonderia di Aleksandr Vasil’evič Mosolov, a colpire la sensibilità musicale di Severgnini è “Pacific 231” composta nel 1923 da Arthur Honegger. E’ la rappresentazione sinfonica di “un treno da 300 tonnellate lanciato nella notte a 120 kmh: un’impressione visiva, un godimento fisico”. Dalla “musica del lavoro” alla “musica per chi lavora” il passo è breve: è il titolo dell’articolo che la Rivista dedica nel n° 4 del 1952 all’influenza della musica sul rendimento del lavoratore, argomento tipicamente mutuato dalla psicologia americana degli anni Cinquanta. Il risultato è facilmente immaginabile: la musica ha un valore industriale, il suo impiego sul posto di lavoro aumenta la produttività e diminuisce gli infortuni, le percentuali di rendimento sfiorano il +25%. Mai banale o scontata e sempre aperta al sorgere dei fenomeni sociali, la rivista “Pirelli” torna sul tema musicale qualche anno dopo: siamo nel pieno degli anni Sessanta, con la loro portata di innovatività, cambiamento, anche rivoluzione. E parlando di musica, la cartina di tornasole dei cambiamenti epocali è il blues. “Gli archeologi del blues” titola l’articolo pubblicato sul numero 5 del 1965, e da subito si capisce che per l’autore  -il critico musicale Arrigo Polillo–  è finita un’era. Da New Orleans al Greenwich village di New York i buoni vecchi “old timers” – King Oliver, Louis Armstrong –  non suonano più: la “musica nera” tradizionale e armoniosa ha lasciato il posto al jazz di protesta, alla rabbia di John Coltrane, quando non agli intellettualismi d’avanguardia dei “far out cats”. Lontani, lontanissimi dalla gente comune che ormai guarda al rock. Ma secondo Polillo, “presto i ragazzi si stancheranno delle orchestrine ye-ye e dei cantanti con la lunga zazzera e le chitarre piatte a tracolla, e si rivolgeranno ancora ai musicisti di jazz”. Ancora più avanti nella dissertazione storico-sociologica attorno al blues si spingono Philippe Carles e Jean-Louis Comolli in “Black Music”, pubblicato sul n° 9 del 1971: uno degli ultimi numeri della Rivista. E’ subentrata la critica politica degli anni Settanta: la “black music” è anche una presa di coscienza politica: siamo lontani dalla “musica delle macchine” celebrata solo vent’anni prima sulle stesse pagine del periodico edito da Pirelli. Nel 1971 la Rivista ha dato il proprio contributo anche sul tema dell’istruzione musicale in Italia, in un interessante articolo che l’autore Corrado Augias conclude così: “E’ facile che essendo familiari con Bach si finisca per apprezzare anche i Beatles”.

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