Tuscania è minacciata dalla «morte del tufo»: mura, torri, castelli, chiese, conventi, palazzi sono crollati o minacciano di crollare. Un patrimonio artistico inestimabile rischia di andare completamente in rovina
Abbiamo lasciato alle nostre spalle il traffico della Via Aurelia, e l’etrusca e medioevale Tarquinia affollata di turisti, per prendere una strada che conduce a un’altra cittadina etrusca e medioevale: Tuscania. È una strada secondaria, ma ha il fondo asfaltato, è ben tenuta, ha lunghi rettilinei e presenta solo leggere pendenze; pure, in ventiquattro chilometri di percorso, non abbiamo incontrato una sola macchina: e questo tanto all’andata che al ritorno. […] La strada risale dapprima la valle del fiumicello Marta: una valle abbastanza spaziosa, chiusa da ogni parte da collinette nude, lisce, simili a dune […].
Fatti pochi chilometri, la strada infila una valle incassata tra due collinette dirupate e boscose che si fronteggiano a poca distanza. Quindi sale, e si porta sulla linea di cresta. Ora sembra di essere in pianura, o per dir meglio su un bassopiano, un bassopiano chiuso, in fondo, dalla mole selvosa del Cimino, sotto cui biancheggiano le case di Viterbo: e invece è un seguito di collinette, tutte alte uguali, e tra l’una e l’altra ci sono dei profondi valloni, e a volte addirittura dei precipizi; ma ci se ne avvede solo quando si arriva sull’orlo. È tutto così il Viterbese: il terreno è tufaceo, e il tufo è una roccia friabile, l’acqua la sgretola e la corrode con facilità, perciò anche i più insignificanti corsi d’acqua si sono scavati un letto profondo.
Ed ecco emergere Tuscania: una linea giallastra di mura, di torri, di case, di edifici più grandi che saranno palazzi o conventi. Il tufo, qui, è il solo materiale usato per le costruzioni: ed è, a mio parere, bellissimo, più bello delle pietre dure, della panchina, del travertino, dello stesso marmo: perché conferisce una snellezza, una grazia, anche alle moli più massicce, alle torri, ai castelli. Ma è una pietra porosa, di cui le intemperie finiscono con l’aver ragione. I competenti parlano addirittura di una «morte del tufo»: dopo un certo numero di secoli, anche gli edifici meglio costruiti sono destinati a crollare, se non si provvede a renderli più stabili con opportune iniezioni di cemento. È questa appunto la tragedia di Tuscania, minacciata dalla «morte del tufo»: mura, torri, castelli, chiese, conventi, palazzi sono crollati o minacciano di crollare: un patrimonio artistico inestimabile e, sotto certi aspetti, unico in Italia, rischia di andare completamente in rovina.
Singolare storia, questa di Tuscania. Nel secolo iv avanti Cristo, è una delle più potenti città etrusche: a quanto pare, fu lei a capeggiare la lega etrusca contro i Romani, in un momento in cui questi erano impegnati a fondo dai Sanniti. Con una leggendaria marcia attraverso la Selva Cimina, nel 311 il console Quinto Fabio Rulliano ridusse Tuscania all’obbedienza. Sembra che la città avesse allora 30 mila abitanti. Diventata prima una città fœderata, poi un municipio romano, Tuscania decadde; ma si riprese nel Medioevo, tanto che fu uno dei primi comuni dell’Italia centrale. […] Poi cadde sotto il dominio pontificio, e il vendicativo Bonifacio viii la punì di un atto di ribellione obbligandola ad assumere lo spregiativo nome di Toscanella, e a fornire ogni anno a Roma otto saltimbanchi in occasione dei giochi di Testaccio.
Costretta a cambiar nome, Tuscania fu costretta anche a cambiar sede. Nel 1494 ebbe infatti l’audacia di opporsi a Carlo viii che attraversava il territorio pontificio per recarsi a conquistare il Regno di Napoli: e il re di Francia, irato, non solo mise a sacco la città ma compì tali distruzioni che i tuscaniesi decisero di abbandonare i colli di Rivellino e di San Pietro per spostare il centro della città a sud-est; costruendo, naturalmente, una nuova cinta di mura. Così Tuscania non poteva nemmeno più vantarsi di essere edificata su sette colli come Roma; e, quel che è peggio, le sue più insigni basiliche, San Pietro e Santa Maria Maggiore, rimanevano fuori della città: e l’abbandono contribuiva, insieme alla morte del tufo, a minarne l’esistenza. Dei 30 mila abitanti dell’epoca etrusca e del periodo comunale, ne rimanevano 1500: Tuscania era minacciata di completa estinzione.
Ce l’ha fatta, invece, ad arrivare fino ai tempi nostri. Nel 1911 il Comune deliberava di ripudiare lo spregiativo nome di Toscanella per riassumere quello glorioso di Tuscania. […] Eredi di uno splendido passato, ma costretti a vivere in un presente mediocre, con scarse prospettive per l’avvenire, i tuscaniesi sono pieni di risentimento per i veri o supposti responsabili della loro decadenza. Ce l’hanno con i viterbesi, che si son presi il vescovo […] Ce l’hanno coi tarquiniesi, che grazie all’ubicazione della loro città, posta a fianco della ferrovia e della Via Aurelia, hanno valorizzato il loro patrimonio archeologico, mentre Tuscania, per essere fuori mano, non ha potuto fare altrettanto. Ce l’hanno con chi li ha spogliati delle loro urne, dei loro sarcofaghi, dei loro buccheri, delle loro suppellettili etrusche: che ora abbelliscono i musei di Tarquinia, Roma, Firenze, Londra. Ce l’hanno con Roma, che ha lasciato crollare metà delle torri, e andare in rovina chiese, palazzi, fontane, affreschi senza muovere un dito.
Bisogna riconoscere però che anche i tuscaniesi hanno contribuito e contribuiscono la loro parte a sfigurare e a spogliare la città. Le amministrazioni comunali del passato hanno sfondato le mura in più punti per discutibili esigenze di viabilità, e hanno permesso ai privati di costruire case modernissime intonacate di bianco nei punti panoramici (una di queste orribili case sorge proprio sulla stupenda collina di San Pietro, a due passi dalla basilica, dalle torri e dal rudere del Palazzo Vescovile). Quel che è ancora peggio, gli scavi clandestini, con conseguente trafugamento e smercio di oggetti etruschi e romani, in questo dopoguerra sono diventati un’attività sistematica, causando un danno incalcolabile al patrimonio archeologico della città. […]
Scavatori clandestini e morte del tufo: si potrebbero riassumere così i mali di Tuscania. Per fortuna alla morte del tufo, e all’abbandono in cui era lasciata la maggior parte dei monumenti, si è cercato di porre qualche rimedio in questi ultimi anni. Così si è provveduto a puntellare qualcuna delle torri che circondano San Pietro, si sta riedificando il vicino Palazzo Vescovile, si è ricostruita la torre del Bargello, crollata nel ’54, è stato eliminato lo sconcio della cappella di San Francesco inclusa nel recinto del mattatoio e ridotta a servire da stalla. Ma il più resta da fare […]. Conosciamo ben poche cittadine che possano vantare tanti tesori artistici e archeologici; nessuna in cui l’incuria e l’abbandono siano a questo punto.
Speriamo che siano per lo meno preservate e rimesse in pristino le due gemme di Tuscania: San Pietro e Santa Maria Maggiore. San Pietro, come abbiamo già accennato, sorge in cima alla collinetta che un tempo, prima delle distruzioni operate da Carlo viii, era la cittadella di Tuscania. Esistente già nel vii secolo, fu poi rifatta nel periodo romanico, ma conserva numerosi elementi architettonici dei secoli precedenti. […] Santa Maria Maggiore sorge ai piedi del colle. Anch’essa è romanica, con elementi arcaici: così i plutei che compongono il pergamo sono del secolo ix.
Custode delle due basiliche è una vecchietta ottantenne, Felicetta Zampelli. Malgrado l’età, è contentissima di fare la strada in su e in giù per aprire ai visitatori. Ma è anche convinta, a quel che pare, che dopo di lei non ci sarà più bisogno di custodi. «Qui crolla tutto» mi dice. «Non lo vede? Qui sta andando tutto in malora». Ma gli operai che lavorano a ricostruire il Palazzo Vescovile mi dicono che al primo piano verrà sistemato un museo, mentre il pianterreno servirà da abitazione per il custode. Auguriamo lunga vita a Felicetta Zampelli, ma speriamo anche che la casetta del custode non rimarrà disabitata.