Arrigo Castellani è morto prima di essere divenuto un vecchio. Non sto a dire che sia una sorte invidiabile. Dico, pensando ad Arrigo, che la sua vita è stata interrotta in un punto oltre il quale avrebbe subìto un trauma, comune, sì, a molti, ma in lui assai rilevante. Se è vero che in ciascuno di noi è la maturità che progetta la vecchiaia, che in una certa misura la maturità già contiene la vecchiaia, mi pare che la maturità di Arrigo sia stata, sotto questo aspetto, inadeguata. Direi di più, direi che è stata ed è rimasta sino alla fine ambigua, non mai assimilata. Così come lo vedo, egli non è mai stato compitamente ciò che le sue varie esperienze, la funzione aziendale, il ruolo sociale avrebbero dovuto fare di lui. Non si è mai lasciato istituzionalizzare in modo completo. Ha sempre portato, nel reggere un complesso compito direzionale, nelle manifestazioni della vita associata, nel suo modo di esprimersi, negli stessi atteggiamenti del volto, i segni – le riflessioni, gli slanci – di un volontarismo giovanile; quasi che reclamasse a propria difesa e giustificazione l’alibi di una sua definizione non ancora avvenuta; quasi che gli fosse stata garantita la possibilità di ridefinire la propria esistenza – eppure così inverata in un ruolo, immessa in una sequela senza fine di sensi unici, così saldamente inserita in un reticolo di rapporti convenzionali –, di retrocedere per prendere slancio e ripartire in una prospettiva mutata. È questo solo un risvolto della sua personalità, un aspetto marginale? Può darsi. Ma è quello che faceva di lui, a mio giudizio, nel contesto nel quale operava, un uomo diverso; come un quadro appeso un po’ di sbieco in una galleria di quadri, di ritratti che si presentano tutti bene allineati. Diverso: difficile e facile di giorno in giorno, da occasione a occasione, talvolta perentorio, prevaricante, talvolta duttile, problematico, addirittura indifeso, talvolta irritante, altre volte avvincente. Il rapporto di lavoro con lui – parlo di parecchi anni di collaborazione nella redazione della Rivista Pirelli – è sempre stato a sorpresa; un rapporto da reinventare continuamente senza avere alle spalle nulla di stabilmente acquisito. Avrebbe potuto essere insopportabile ed invece, nel prolungarsi del rapporto, riusciva via via più simpatico. Ed aveva un dono oggigiorno sempre più raro, specialmente a Milano: sapeva essere allegro, sapeva essere malinconico. Non grigio, non noioso; malinconico. Se per ogni personaggio esiste una chiave d’interpretazione, per Arrigo Castellani adotterei la seguente: ha conservato attraverso tutta la vita il gusto per la vita. Quand’anche non fosse la chiave, questa non è, non può essere un’annotazione marginale. Se dietro uno scrittoio, nei pranzi di lavoro, nei viaggi di affari, se nei rapporti col prossimo – tutti o quasi tutti legati a una funzione e ad essa condizionati – l’uomo aziendale riesce a tener desto il gusto del vivere, ad assaporare il sale della vita, ebbene, non è cosa da poco. Penso, per tornare al punto da cui sono partito, che Arrigo avrebbe avuto una vecchiaia difficile. Non era individuo da accettare serenamente o bonariamente la regressione, la rinuncia all’alternativa – anche se solo ipotizzata –, la scomparsa dell’imprevedibile, l’insieme delle norme che rispondono a quest’unica ed ultima norma: vivere male per sopravvivere a lungo.
Mi avrà mandato al diavolo, di Leonardo Sinisgalli
Si faceva ancora un po’ d’illusione sul potere magico della pubblicità e – in genere – sull’Arte che deve servire a ornare la vita. I poeti, i pittori, i filosofi godevano le sue simpatie; aveva in uggia i burocrati. Arrivò a tal punto a credere nella parola poetica che non trovò affatto straordinario mettersi lui stesso a scrivere per traslati. Nella storica «campagna» di qualche anno fa, quella degli scioglilingua, che fece scalpore presso i benpensanti, riuscì nientemeno a rifare il verso di Duchamp, di Desnos, a utilizzare il nonsense dadaista a fini di seduzione. Ricordate gli esquimesi che schivano le quisquilie e le ecchimosi, o Nausicaa che spiega la musica alle lumache?
A lui che era un candido, in fatto d’arte, che non era passato attraverso nessun seminario, che non aveva subìto la tonsura, piaceva il giuoco, piaceva la libertà. Credeva nella religione del bello e del gratuito quando gli stessi artisti se ne infischiano del sacro e del sublime. Pensava all’ispirazione, al miracolo, ora che i poeti si sono tecnicizzati, hanno chiesto aiuto ai calcolatori. Era commovente la sua fede opposta allo scetticismo degli stessi sacerdoti.
Egli è stato l’ultimo caposaldo a resistere contro l’assalto delle Agenzie, delle ghenghe, delle congreghe, delle équipes, delle percentuali, delle taglie. Gli uomini della sua scuderia sono oggi gli unici a conoscere qualche manfrina e qualche segreto del mestiere. Quei pochi centri di resistenza che pure esistevano a Milano sono caduti nelle mani dei sociologi e dei semiologi. Codificata in norme, statuti, leggi, provvedimenti, codicilli, la pubblicità ha rinunciato a tutto il suo tesoro, la sua tradizione, la sua capacità inventiva, per servire soltanto il buon senso e la statistica. Niente più colpi di testa e coups de foudre. Soltanto impiombature e, in qualche caso, occultismo e sessuologia.
Pensavo, fino a qualche anno addietro, che il nostro mestiere fosse quello del giornalista, dell’architetto, dell’illustratore. Ora vedo bene che il «deus ex machina» è soltanto il fotografo; tutti gli altri, compresi gli psicologi e gli economisti, sono suoi umili servi. Aveva conosciuto il Mostro che sembrava prima un agnellino, poi diventò un montone, si trasformò in tigre, eccetera: un essere che aveva fatto corpo tutt’uno col suo strumento, l’obiettivo fotografico, simile a quei mostri cari a Ernst o a Sutherland, mezzo uomini e mezzo macchine, che rappresentano l’incarnazione odierna del Minotauro. Seppe tenere duro a questo assalto, a questa furia. Alzò coraggiosamente i vessilli dell’ispirazione, dell’invenzione, dell’improvvisazione. E finché ci fu lui, nessuno ebbe il coraggio di sputarci addosso.
Arrigo non si sarebbe aspettato da me un piagnisteo. Tante volte mi avrà mandato al diavolo per via delle mie scontentezze irritanti. Mi sfogavo con lui che mi sapeva prendere, conosceva il mio debole, mi faceva grandi elogi: «La tua lettera è bellissima ma il tuo giudizio è ingiusto…». «Fammi lavorare per te» continuavo a celiare. «Sarebbe bello, ma chi lavorerebbe per noi?»