Non sappiamo dove e quando in Europa cominciò la pittura su vetro (che più propriamente sarebbe da dire sotto vetro, poiché della lastra dipinta si offriva, incorniciato con un certo splendore, il rovescio: e dunque il pittore lavorava a modo dell’incisore xilografo o acquafortista). Gli esperti dicono che già nel Seicento si praticava, ne trovano esemplari in qualche collezione. Ma certo è che la grande fioritura l’abbiamo nel Settecento, come partecipe di quel movimento di stupenda «degradazione» dell’arte nella natura e nella materia degli oggetti d’uso.
La pittura su vetro è effettivamente una invenzione «materica»: la pennellata, di solito piuttosto povera, si impreziosisce incorporandosi al vetro, acquista luce, riflessi, intensità, smalto, e un che di minerale, quasi che il colore fosse immemorabile secrezione e cristallizzazione; e così, prodigiosamente, l’immagine. È considerata arte popolare. […] Ma nella sua estrazione e nella sua prima destinazione la pittura su vetro è tutt’altro che popolare. Per quanto riguarda la Sicilia, giustamente è stata formulata l’ipotesi che, «a somiglianza di altre nazioni europee, il costume di dipingere su vetro si sia venuto a determinare in area culturale aristocratica, fra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento»; e la «notevole differenza stilistica e contenutistica delle pitture su vetro dei secoli xviii e xix» si spiega col fatto che «mancando una piccola borghesia contadina, nel Settecento l’artigianato viveva all’ombra dei ceti agiati», mentre «col lento trasformarsi, poi, della struttura sociale e col conseguente costituirsi di un ceto intermedio, nasce e si sviluppa un tipo nuovo d’artigianato, che imita, sì, come il nuovo ceto è portato a fare, i modelli culturali delle classi più elevate, ma risolvendoli secondo i dettami della cultura tradizionale del popolo, al quale il nuovo ceto e l’artigiano restano inconsapevolmente ma strettamente legati» (Antonino Buttitta, Cultura figurativa popolare in Sicilia, Palermo 1961).
La pittura su vetro non ebbe mai, dunque, una destinazione propriamente popolare: almeno in Sicilia (ma forse anche altrove, se in un museo polacco che moltissime ne raccoglie si segnala come curiosità, a quanto ci dicono, il fatto che simili quadri fossero segreto ricettacolo del denaro). Ad un certo punto, tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, entrò nelle case dei «borghesi», cioè dei contadini agiati, dei contadini piccoli proprietari; mai in quelle dei contadini poveri, dei braccianti. Ne troviamo prova nelle descrizioni che studiosi e narratori dell’Ottocento ci hanno lasciato delle abitazioni dei «villani». […] Le pitture su vetro comportavano, come abbiamo detto, cornici di un certo pregio: e la condizione del «villano» era di incredibile miseria, raramente passava dalle sue mani il denaro, delle sue giornate di lavoro i due terzi almeno, da un raccolto all’altro, andavano a scomputo delle derrate che il padrone gli anticipava per il sostentamento della famiglia (e delle usure che su quell’anticipo crescevano). Contrariamente all’impressione che si può avere frequentando le marché aux puches di Palermo, dove le pitture su vetro sembra affiorino continuamente (ma raramente capita ormai all’intenditore di fare il buon colpo), la produzione, anche al momento della più lunga diffusione, era non solo limitata ma localizzata. Nella Sicilia orientale se ne trovano pochissime e certamente importate dai centri di produzione della parte occidentale dell’Isola, che dovevano poi trovarsi tra Palermo e Trapani. La presenza nelle pitture di certi santi patroni, e l’assenza o la scarsa frequenza di altri, può servire a localizzare i centri. Per esempio: abbonda santa Rosalia, protettrice di Palermo, ed è invece rara sant’Agata, alla quale i catanesi sono devoti; rarissimi sono i famosi tre santi Alfio Cirino e Filadelfo, che tra la provincia di Catania e quella di Siracusa godevano e godono di un fanatico culto; manca san Calogero, che nell’agrigentino è patrono di ben sette paesi, capoluogo compreso. Né contraddice a questo tentativo di localizzazione la rilevante presenza di santa Lucia (Siracusa) e di san Michele (Caltanissetta): ché la prima, nel coro celeste, ha la taumaturgica esclusiva degli occhi ed è dunque in ogni luogo venerata; mentre il secondo, bello, forte, armato, è stato sempre e da tutti invocato contro le tentazioni. I soggetti più frequenti sono la Sacra Famiglia, le Sacre Conversazioni, (Sacra Famiglia con aggiunta di santi); la Natività, la fuga in Egitto; la Madonna col Bambino (a volte riconoscibile come patrona di un determinato paese); Gesù buon pastore (o san Giovannino); san Giuseppe; santa Rosalia. Si trovano anche dei soggetti biblici; e non è rara la caduta di San Paolo. Il che conferma l’estrazione non popolare di questo tipo di pittura, poiché gli avvenimenti biblici sono pochissimi conosciuti a livello popolare […].
Per tutto il Settecento, e forse fino ai primi dell’Ottocento, alla pittura su vetro si dedicarono pittori di valore o di fama; né questo modo di far pittura doveva essere già diffuso in campo artigianale se un pittore di scarso talento ma di estrema arroganza come Giuseppe Velasco, autore degli affreschi in quella sala detta d’Ercole in cui oggi si celebrano i fasti del siculo parlamento, fece e firmò qualche vetro (e si firmava, con modestia impareggiabile, Velasquez). Ma la pittura su vetro, per così dire, «colta» non ci interessa poi molto; è quando diventa artigianale e popolare che comincia a interessarci. E si direbbe che succeda un curioso fenomeno: a livello «artistico» la pittura su vetro è quanto mai impersonale, genericamente classificabile più per i contenuti, per i soggetti, che per qualità di esecuzione, di stile […]; ma a livello artigianale non solo è facilmente classificabile come francese o tedesca o slovena o siciliana, ma offre anche, a chi riesce ad acquistare una certa familiarità con la produzione locale o a chi si trova ad esaminare una raccolta anche non eccessivamente numerosa, gli elementi che permettono di identificare in due o più quadri la stessa fantasia, lo stesso sentimento, la stessa mano. E sarà magari un’impressione: ma ci sono due o tre vene, nella produzione siciliana dell’Ottocento, che non sarebbe difficile seguire attraverso le diverse collezioni; due o tre personalità di un qualche rilievo che è possibile identificare stilisticamente. Non mai anagraficamente, beninteso. Ed è un peccato: ché sarebbe bello poter raccontare la vita di uno di questi pittori popolari su vetro, ricostruirla, come Jean Giono ha fatto con Charles Frédéric Brun detto «il disertore», pittore candido e povero come i pittori siciliani suoi contemporanei che sul vetro vividamente raccontano la Natività, la fuga in Egitto, la Passione di Cristo o fermano l’immagine gloriosa di un santo guerriero, di una santa martire.