Il piccolo mondo che va, lungo la costa del Ceresio, da Oria a Porlezza e che sale per colli, fratte e piccoli altipiani fin sotto le rocce dolomitiche del passo Stretto, appariva antico al Fogazzaro e appare antico ancora a noi, benché dai tempi di Leila abbia cercato di camminare e di aggiornarsi. Chiuso dal confine svizzero, dalle montagne e da rocciosi promontori, quel piccolo mondo di undici «terre» potrebbe ricordare la «Cinque terre» di Liguria tanto è appartato e quasi isolato dal mondo. Solo nel 1913 si è incominciata la strada che ora lo percorre lungo la costa, ma la costruzione è durata venticinque anni. E da quella strada una sola arteria automobilistica si dirama e sale fino a Dasio. I paeselli non toccati da queste due strade sono ancora congiunti dalle antiche mulattiere che scavalcano i dossi e guadano i piccoli torrenti.
Un automobilista della domenica può percorrere tutta la rete stradale della Valsolda in mezz’ora. Partito da Lugano e superata a Gandria la frontiera, dopo un quarto d’ora di curve lungo il litorale sbuca da una galleria davanti a Porlezza e viene attratto dalla strada Tremezzina che in breve lo porta a Menaggio in pieno lago di Como. Se proviene invece dal lago di Como e ha percorso la litoranea occidentale fino a Menaggio, svolta a sinistra verso le rampe della Tremezzina e, percorsa la ridente valle fino a Porlezza, in un salto è al confine e quindi a Lugano fra il verde umido e le acque azzurre del Ceresio, quasi senza essersi accorto della Valsolda.
Visitare la Valsolda vuol dire dunque fermarvisi, fare tappe di uno o due chilometri per volta, lasciare la macchina in una piazzetta e inerpicarsi per le mulattiere; oppure scendere per scalette, anditi e sottoportici attraverso gli agglomerati di Oria o di Cadate, fino alla riva del lago e di lì guardare in su alle logge, alle finestre, ai balconi che si affacciano al lago e ai monti verdi e inabitati dell’altra sponda.
Visitare la Valsolda non vuol dire soltanto comprendere la sua unità storica e geografica, riducibile a pochi elementi, ma tentarne l’identificazione poetica attraverso il Fogazzaro. Come Recanati può essere visitata solo tenendo in mano al posto di una guida i Canti di Giacomo Leopardi, così la Valsolda può essere visitata solo sulla scorta dei romanzi e delle poesie di Antonio Fogazzaro. Con una simile guida ogni paese, ogni casa, ogni scenario prende valore. E non si tratta soltanto di una sovrapposizione letteraria, ma proprio di una identificazione del paesaggio attraverso la decantazione storica e pratica che il Fogazzaro ha saputo operare. Qui meglio che altrove si potrebbe parlare di una poetizzazione del paesaggio. È certo infatti che nomi come Oria, San Mamete, Albogasio, Cressogno, Puria, e luoghi come la villa Fogazzaro, il Nisciorée, Looch, il picco di Cressogno, la darsena di Ombretta e tanti altri, prima del Fogazzaro dovevano dare altre sensazioni, legate a tutt’altro substrato.
Esisteva, ed esiste ancora sotto il denso velo della poetica fogazzariana, un’antica Valsolda, ricca di una sua fama di libera repubblica accantonata in un angolo remoto di Lombardia; una piccola e ben circoscritta regione grigia di ulivi, nereggiante di lauri e di cipressi, dalla quale nei secoli oscuri partirono i magister, i decoratori, gli scultori, gli stuccatori, i pittori e gli architetti che lasciarono opere egregie in tutta Europa; una Valsolda contadina e artigiana in tono minore, con qualche pescatore o barcaiolo annidato nei villaggi costieri.
Ma dopo che il vicentino Mariano Fogazzaro ebbe preso in moglie Teresa Barrera, valsoldese, il destino della piccola regione cambiò. I due coniugi vennero a vivere in Valsolda nella villa dello «zio Piero». Nacque da loro Antonio Fogazzaro «CUI (la Valsolda) ADOLESCENTE SVELÒ – DELLA NATURA IL DIVINO – NEL POMERIGGIO DELLA VITA DIEDE GLORIA – DOPO OGNI BATTAGLIA PACE», come dice l’epigrafe dettata da Tommaso Gallarati Scotti e murata sul fianco della antica villa.
Dopo Piccolo mondo antico, Malombra e Leila, la Valsolda divenne, come scrisse il Linati, «mecca e sospiro di anime innamorate, angolo romito di sogno e di poesia».
L’introduzione naturale alla Valsolda è costituita dal lago di Como e dalla Tremezzina. Chi vi proviene da quella strada ha l’impressione di essere arrivato in un rifugio ben protetto, in un’oasi di pace popolata da ombre note e ormai non più misteriose. Dopo la svolta di Cressogno, dove sorgeva la villa della Marchesa Scremin, l’occhio viene colpito dal bel santuario della Caravina. Da lassù l’intera Valsolda appare verso ovest tutta distesa al sole tra i monti e la riva: «Le sue case, i suoi giardinetti, i suoi piccoli moli accucciati a piè dei monti che le spalancano dietro un rigoglioso ventaglio di picchi, di selve e di burroni», invitano alla sosta e promettono un incanto durevole. «Veniamo avanti ma adagino – diceva Linati – perché in poco più di mezz’ora ce lo saremo bevuto tutto» questo piccolo mondo.
Ed ecco subito San Mamete, capoluogo della valle, con la sua piazzetta in pendio e le sue case a portici e loggiati. In alto, sopra uno sperone del monte, appare il paese di Castello, proteso nel vuoto col suo cerchio di case decrepite. Da uno di quei loggiati la famosa signora Cecca ispezionava con un lungo cannocchiale tutta la Valsolda.
Poco più avanti è Albogasio. La geografia valsoldese continua e si identifica con la topografia fogazzariana: ecco infatti lassù il Palazzo del Pasotti (el bargniff), la chiesa, la scalinata.
A Oria siamo «nel cuore delicato e fremente della poesia fogazzariana». Lì visse il Poeta, lì nacquero i suoi capolavori e quelle pagine serene dei primi libri, ancora lontane dai turbamenti mistici di dopo e tutte ventilate da un fresco umorismo paesano, da una capacità descrittiva alla quale i luoghi e le persone del suo tempo diedero quel fondamento realistico che li fa ancora resistere in così mutata atmosfera letteraria e morale.
Se il visitatore di Recanati può portarsi in tasca una piccola edizione dei Canti, non è pensabile che il visitatore della Valsolda si porti dietro tre o quattro romanzi del Fogazzaro. Né qui, come a Recanati (e per fortuna), l’amministrazione comunale ha provveduto a far murare piccole lapidi coi brani corrispondenti al luogo. Ma chi non ha letto almeno il Piccolo mondo antico? Basterebbe solo aver sentito questo titolo, e sapere che un grande scrittore del secolo scorso ha scelto come sfondo ai suoi romanzi quest’angolo di terra, coi suoi costumi, con le sue memorie, coi suoi personaggi, per essere coinvolti nella magia dei luoghi. Romantiche vicende di anime in tempesta agitate da nobili passioni e da grandi ideali, in quel titolo riprendono vita: e dove non soccorre memoria di lettura interviene ancora fresco il ricordo dei films fogazzariani con Isa Miranda e Alida Valli.
Il visitatore che fosse ammesso nella villa di Fogazzaro, dentro la cameretta del Poeta troverebbe ancora, scritti a matita sull’uscio, i quattro versi di Giacomo Zanella:
«Fra tanto variar d’ombre e di luce
che sui monti e sul lago il sole induce
una cosa non varia: il lieto volto
onde sempre vien qui l’ospite accolto».
10 ottobre 1865
Un po’ più sotto, quattordici anni dopo all’incirca e cioè il 13 settembre 1879, il musicista Coronaro musicò quei versi; e sempre a matita, su due righe di pentagramma lunghe quanto il traversino della porta, fissò le note di un motivo. Il Coronaro aggiunse alla data la parola «mezzanotte», tanto per sottolineare la sua partecipazione di buon romantico nell’atmosfera che lo circondava.
Nella cameretta oggi saltuariamente abitata dal Marchese Giuseppe Roi, pronipote del Poeta in quanto nipote di Gina Fogazzaro (maritata al senatore Roi), tutto è in ordine come in attesa di un ospite. Sul tavolino dove tante pagine ancora vive furono scritte, spicca un bel telefono nero: sembra che alzando la cornetta, senza bisogno di alcuno squillo avvisatore, si possano intendere non le voci dei fornitori o degli amici del Marchese, ma quelle misteriose e lontane di Leila, di Luisa, di Franco, della piccola Ombretta di cui parla sommessamente l’acqua nella darsena sottostante.
La villa del Fogazzaro non è aperta alle visite e solo eccezionalmente viene ammesso nel suo interno qualche ricercatore di memorie. Ma le richieste sono scarsissime. Finita la circolazione dei films Malombra e Piccolo mondo antico queste memorie sono rientrate nell’ombra. I lettori di Moravia e di Pasolini passano rombando sulle «alfette» senza badare al monito di Linati: «Adagino, perché in poco più di mezz’ora ce lo saremo bevuto tutto» questo piccolo mondo!
Tappa più certa anche oggi, specialmente verso mezzogiorno, è San Mamete con la sua ombrosa piazzetta aperta verso il lago. L’albergo Stella d’Italia, già caro al Fogazzaro, ha camminato coi tempi e può accogliere il turista più esigente tanto per una sosta che per un soggiorno. Lo regge ancora la famiglia Ortelli; e l’attuale proprietario, Umberto Ortelli, è figlio dello «omino per bene» che in Malombra riceve Leila al suo arrivo a San Mamete col battello che attracca proprio di fianco alla porta dell’albergo. Nella realtà l’albergatore riceveva il Fogazzaro; e ne resta testimonianza in due lettere autografe del Poeta conservate in vetrina. Le guardano ora disinteressati gli ospiti che scendono dalle camere diretti alla spiaggia tenendo nelle mani il salvagente di gomma colorata o il tubo di plastica del respiratore subacqueo.
Da San Mamete, chi volesse davvero conoscere la Valsolda può salire in auto fino a Dasio, sotto il ventaglio delle rocce dolomitiche. Un chilometro prima dell’alpestre paesello troverà Puria. Da Puria in un quarto d’ora potrà andare a Castello lungo un bel sentiero tra le forre del fiume Soldo. Quel sentiero resterà, unico residuo della rete stradale antica, perché Castello sta per essere raggiunta da una strada automobilistica dalla direzione opposta. È infatti in costruzione il tronco in partenza da Oria, che attraverso Albogasio Superiore raggiungerà Castello correndo sotto l’antico sentiero a strapiombo sul lago.
Una mattinata, tra le nove e mezza e le dodici e mezza, può bastare per i sette chilometri di sponda del Piccolo mondo antico e per l’escursione a Dasio, Puria e Castello e viceversa, che riporterà il visitatore a quei vivaci o meditabondi passi che i personaggi del Fogazzaro hanno segnato indelebilmente su quelle pietre sempre calde di sole.
A Castello bisognerebbe andarci da Oria, salendo ad Albogasio e poi proseguendo per il sentiero a mezza costa. Ad ogni svolta appare l’aereo paese sullo sfondo del picco di Cressogno, in un vuoto d’aria azzurrina. Sotto si dispiegano i brevi versanti con i paeselli aggruppati intorno alla chiesa e tra il verde spuntano qua e là gli oratorii sancarlini costruiti al tempo delle visite pastorali del gran santo lombardo. Castello è ancora un paese al quale si giunge per i sentieri; un paese senza automobili e senza motociclette, una vera reliquia d’altri tempi. Ma la strada nuova è ormai arrivata ad Albogasio e presto lo raggiungerà.
Le ore del pomeriggio serviranno per una sosta a Lugano a chi è venuto dal lago di Como, o per una rapida visita alla valle d’Intelvi a chi è venuto attraverso Lugano. Da San Mamete, raggiunta in pochi minuti Porlezza, si può proseguire per Menaggio e percorrere la riviera del Lario fino a Como; oppure, sempre da Porlezza, si può deviare verso Osteno seguendo la costa del lago di Lugano. Da Osteno si vedrà di fronte tutta la Valsolda e si continuerà a vederla, sempre più dispiegata, salendo verso Lanzo. A Lanzo una ricchezza di strade, di panorami e di belvederi consentirà di capire l’andamento di quel dedalo d’acque e di vallate che è il lago di Lugano o Ceresio.
Un ultimo consiglio per qualche superstite romantico: arrivati a Gandria, tra Oria e Lugano, si può scendere nell’incantevole paesello aggrappato alla sponda e percorrere il Sentiero di Gandria. Gli svizzeri, maestri di turismo, hanno conservato e incastonato qualche chilometro dell’antica strada pedonale che portava alla Valsolda.
Il Sentiero di Gandria ricorda la passeggiata a mare di Nervi, tra gli scogli e la roccia sovrastante; ma è di uno squisito sapore fogazzariano e sembra una perfetta introduzione alla sinfonia romantica che scoppierà poco più avanti, tra i cipressi e gli oleandri di Oria.
Inutile dire che al di fuori di questo sentiero tutta la costa e il breve entroterra, tanto sul territorio italiano che su quello svizzero, sono disseminati di nuove villette che in breve soffocheranno il Piccolo mondo antico e il Piccolo mondo moderno instaurando un Piccolo mondo contemporaneo di indefinibile atmosfera. Fra gli ulivi, i lauri e i cipressi spiccano i cartelli: «Si vende». Gli antichi statuti medioevali della Valsolda proibivano rigorosamente le vendite dei terreni e l’insediamento dei forestieri. Ora invece la Valsolda accoglie a braccia aperte tedeschi, francesi, svedesi e milanesi; lottizza, scorpora, tagliuzza poggi e pendii, si popola di ville, di casette e di darsene. Presto cominceranno i condominii: Condominio Malombra, Società immobiliare Ombretta, Società immobiliare Leila, eccetera. Gli «omini per bene» si ritireranno a Menaggio, a Lugano o a Como a godersi i soldi della Valsolda venduta a ventimila lire il metro; e finalmente diventerà chiaro quell’oscuro nome che gli antichi scrivevano qualche volta Val Solida e qualche volta Valsolda, pensando a etimi orobici o celtici e non certo a questo destino così poco romantico di febbrile abbondanza e di furore monetario che ha finito per raggiungerla da più parti soffocandone l’antico e mite splendore.