{"id":997,"date":"1968-11-10T16:36:53","date_gmt":"1968-11-10T16:36:53","guid":{"rendered":"http:\/\/internal-pcons-be-fondazione-fr-dev-elb-1449244171.eu-west-1.elb.amazonaws.com\/?post_type=selezione_antologica&#038;p=997"},"modified":"2019-05-13T08:57:40","modified_gmt":"2019-05-13T08:57:40","slug":"il-paradosso-americano","status":"publish","type":"selezione_antologica","link":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/selezione_antologica\/il-paradosso-americano\/","title":{"rendered":"Il paradosso americano"},"content":{"rendered":"","protected":false},"excerpt":{"rendered":"","protected":false},"featured_media":1248,"template":"","categories":[],"tags":[40],"class_list":["post-997","selezione_antologica","type-selezione_antologica","status-publish","has-post-thumbnail","hentry","tag-politica-economia"],"acf":{"edizione":"N.5-6, 1968","autore":[{"ID":252,"post_author":"0","post_date":"2019-04-08 16:49:58","post_date_gmt":"2019-04-08 16:49:58","post_content":"<!-- wp:paragraph -->\n<p>Giornalista, scrittore e conduttore televisivo (1926). Fuggito in Argentina nel 1942 per sottrarsi alle persecuzioni razziali, muove i primi passi come giornalista con \u00abL\u2019Italia Libera\u00bb, divenendo corrispondente da Mosca del \u00abCorriere della Sera\u00bb nei primi anni Sessanta. Fra i primi giornalisti a condurre il telegiornale RAI, \u00e8 direttore del quotidiano \u00abLa Stampa\u00bb dal 1973 al 1978 e collaboratore di \u00abTimes\u00bb e \u00abNewsweek\u00bb. Fino al 2013 sar\u00e0 consigliere per le relazioni esterne del Quirinale sotto le presidenze di Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Fra le sue pubblicazioni: <em>Il potere in Russia<\/em> (1967); <em>Ipotesi sull\u2019Italia<\/em> (1983); <em>Tra Est e Ovest<\/em> (1990); <em>Rapporto sul Medio Oriente<\/em> (1998).<\/p>\n<!-- \/wp:paragraph -->","post_title":"Arrigo Levi","post_excerpt":"","post_status":"publish","comment_status":"closed","ping_status":"closed","post_password":"","post_name":"arrigo-levi","to_ping":"","pinged":"","post_modified":"2019-04-08 16:50:03","post_modified_gmt":"2019-04-08 16:50:03","post_content_filtered":"","post_parent":0,"guid":"http:\/\/internal-pcons-be-fondazione-fr-dev-elb-1449244171.eu-west-1.elb.amazonaws.com\/?post_type=autori&#038;p=252","menu_order":0,"post_type":"autori","post_mime_type":"","comment_count":"0","filter":"raw"}],"riassunto":"","composizione_articolo":[{"acf_fc_layout":"composizione_articolo_testo","composizione_articolo_testo_testo":"<p><strong><em>Quest\u2019articolo era gi\u00e0 scritto, corretto, copiato, quando ci ha folgorato la notizia dell\u2019attentato a Robert Kennedy. L\u2019articolo incominciava cos\u00ec:<\/em><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019America, Paese dei paradossi, non finisce mai di sorprendere. Si sono compiuti, col primo semestre del 1968, 88 mesi di \u00abboom\u00bb ininterrotto, un periodo di sviluppo economico che non ha precedenti nella storia dell\u2019America, e, per le dimensioni della crescita, in quelle di nessun altro Paese (dal 1961 ad oggi il prodotto lordo annuo \u00e8 aumentato di circa 300 miliardi di dollari, 186 mila miliardi di lire: l\u2019America ha cio\u00e8 \u00abaggiunto\u00bb a se stessa in sette anni qualcosa come Germania, Francia e Italia messe insieme); e tuttavia, 8 milioni di americani poveri sono assistiti in vario modo dal Governo federale o dagli Stati (nel 1956 erano soltanto 5,8 milioni). Le elezioni del 1968, con i loro appassionanti colpi di scena, hanno portato in primo piano quattro o cinque \u00ableaders\u00bb di statura veramente nazionale, che in vario modo rappresentano e impegnano tutta la societ\u00e0 americana e muovono all\u2019azione politica tutti i suoi strati sociali pi\u00f9 attivi; e tuttavia, mentre si svolge questa bella e vivace battaglia politica, chiara prova di vitalit\u00e0 di una vera democrazia, delle forze oscure continuano ad agitarsi sul fondo di quella stessa societ\u00e0 (la violenza sembra ancora essere una componente essenziale della formula americana).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>No, non prevedevo certo un attentato a Robert Kennedy; avevo in mente l\u2019assassinio di Martin Luther King, e il problema negro, che \u00e8 il tema di fondo di questo articolo; il problema negro come problema americano, come finale banco di prova della vitalit\u00e0 della societ\u00e0 americana. Caduto Kennedy, abbiamo rischiato di essere travolti dallo sconforto, dalla disperazione. E tuttavia, quello slancio corale, impetuoso e solenne, popolare e civile, con cui l\u2019America, piangendo e celebrando Robert Kennedy, ha come ridedicato se stessa ai suoi pi\u00f9 profondi ideali, ci ha offerto subito dopo l\u2019immagine di un Paese nelle sue contraddizioni ancora fortissimo, nei suoi contrasti ancora profondamente unito, nel suo travaglio ancora tremendamente vivo e vitale; l\u2019immagine di una societ\u00e0 che l\u2019uccisione di Robert Kennedy \u2013 il pi\u00f9 battagliero, intelligente, trascinatore fra i suoi \u00ableaders\u00bb \u2013 ha certo ferito gravemente, ma che rivela ancora in s\u00e9 riserve di energia morale e civile sufficienti per risollevarsi e guarire. Neppure l\u2019assassinio di Los Angeles ha distrutto questa nostra speranza e fiducia; anche se ha accresciuto la nostra attenta, critica preoccupazione, la nostra trepidazione. Riprendiamo dunque il discorso sull\u2019America e i suoi problemi, come l\u2019avevamo svolto. Vedremo alla fine che cosa significhi, in questo quadro, la morte del secondo Kennedy. Intanto continuiamo a svolgere il filo della nostra inchiesta l\u00e0 dove l\u2019avevamo interrotto.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Un grande uomo, Martin Luther King, viene assassinato, e decine di citt\u00e0 sono nuovamente sconvolte da disordini, incendi, saccheggi; l\u2019America si prepara all\u2019estate coll\u2019animo teso, pressoch\u00e9 rassegnata a vivere la sua quinta stagione di \u00abriots\u00bb.<\/p>\n<p>[&#8230;] \u00abAttraversate questo grande Paese da un capo all\u2019altro \u2013 ha scritto James Reston \u2013 e che troverete? Ricchezze che superano i sogni dei Re, e gli \u201cslums\u201d di Watts; la pi\u00f9 bassa percentuale di disoccupazione da molti anni a questa parte, e la pi\u00f9 alta percentuale di disoccupazione giovanile negra, e di criminalit\u00e0 nella storia della repubblica. I paradossi non finiscono mai. Noi non abbiamo mai avuto nella nostra storia tanta indifferenza morale, e tanto impegno morale. Non abbiamo mai avuto tanta prosperit\u00e0 e povert\u00e0 allo stesso tempo, come l\u2019abbiamo ora. Non abbiamo mai avuto tanti problemi, e tante opportunit\u00e0, come in questo momento.\u00bb I paradossi non finiscono qui. Se un negro americano, uscito dal suo Paese dieci anni fa, vi ritornasse, lo troverebbe trasformato: libert\u00e0 di voto, libert\u00e0 di iscrivere i figli alle scuole o universit\u00e0 bianche, abolizione delle discriminazioni nei luoghi e mezzi pubblici, queste e molte altre riforme farebbero dell\u2019America del 1968 un Paese per molti aspetti molto pi\u00f9 giusto e civile, per i negri, di venti o anche appena dieci anni fa. [&#8230;]<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-2218\" src=\"\/\/s3-eu-west-1.amazonaws.com\/psi-dotcom-prd\/FondazionePirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/18151157\/il_paradosso_americano_001.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"700\" srcset=\"https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/18151157\/il_paradosso_americano_001.jpg 500w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/18151157\/il_paradosso_americano_001-214x300.jpg 214w\" sizes=\"auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/p>\n<p>Cos\u00ec, l\u2019America \u00e8 un Paese di paradossi. Mi \u00e8 capitato di scrivere un\u2019altra volta un\u2019altra definizione dell\u2019America: \u00abil Paese che si conosce\u00bb, come nessun altro Paese conosce se stesso. Ho tra le mani l\u2019ultimo documento dell\u2019America che si conosce, il rapporto Kerner, ossia il rapporto \u00abdella Commissione nazionale sui disordini civili\u00bb, costituita dal Presidente Johnson il 29 luglio del 1967, subito dopo quelle tragiche settimane di sangue a Newark e Detroit. Il rapporto \u00e8 uscito ai primi di marzo di quest\u2019anno, pochi giorni dopo un\u2019edizione tascabile e integrale di oltre 600 fittissime pagine era nelle librerie e nei \u00abdrugstores\u00bb, e apprendo da \u00abBusiness Week\u00bb che ai primi di maggio ne erano gi\u00e0 state vendute 1 milione e 100 mila copie. Ho letto questo rapporto, l\u2019ho messo a fianco del mucchietto di ritagli sul problema negro che ho accumulato negli ultimi mesi (solo l\u2019essenziale, ossia una dozzina di nutrite e minuziose inchieste di riviste e giornali americani), poi mi sono riletto le cinquanta pagine che Robert Kennedy ha dedicato al problema negro, alla crisi degli \u00abslums\u00bb e della povert\u00e0, nel suo libro-manifesto \u00abVogliamo un mondo pi\u00f9 nuovo\u00bb; ora ho la testa zeppa di dati, di cifre, e i dati e le cifre mi hanno riportato alla mente tutti i ricordi sopiti di una mia inchiesta, vecchia di quattro anni, nel \u00abprofondo Sud\u00bb e nei ghetti negri del Nord; e continuo a ripetermi una frase pensata allora, che era: \u00abdiventer\u00e0 peggio, prima che diventi meglio\u00bb, e non trovo alcuna consolazione nel ritrovarmi cos\u00ec facile profeta, ma piuttosto mi chiedo: \u00e8 ancora oggi vera questa frase, deve cio\u00e8 ancora peggiorare, la crisi negra dell\u2019America, prima che incominci a migliorare?<\/p>\n<p>A questo non so rispondere, ma certo non me la sentirei di dire con sicurezza che il peggio \u00e8 passato, anche se mi rendo ben conto che le forze materiali e morali che l\u2019America del 1968 mobilita attorno al problema negro sono gi\u00e0 incomparabilmente maggiori di quelle del 1964; ma anche la tensione \u00e8 cresciuta, e la disperazione, e sono trascorsi due anni giusti da quel caldo giorno di giugno in cui Stokely Carmichael promise, parlando dall\u2019alto di un autocarro a una folla negra di Greenwood, Mississippi, di dare ai negri il \u00abblack power\u00bb (e molti intesero e ancora intendono non gi\u00e0 una fetta, la giusta fetta, di potere politico democratico, e di potere economico, ma semplicemente la rivolta, l\u2019insurrezione negra contro il bianco oppressore); e il grido del \u00abblack power\u00bb ha ancora tutta la sua forza. Cos\u00ec oggi l\u2019America \u00e8 davvero di fronte all\u2019\u00abAmerican dilemma\u00bb di cui scrisse profeticamente Gunnar Myrdal pi\u00f9 di un quarto di secolo fa; e se non incomincer\u00e0 abbastanza presto ad andare meglio, presto potr\u00e0 andare molto ma molto peggio.<\/p>\n<p>Leggo le prime parole dell\u2019introduzione di Tom Wicker, giornalista, al rapporto Kerner (Kerner \u00e8 governatore dell\u2019Illinois: e gli undici membri della Commissione d\u2019inchiesta erano quasi tutti dei \u00abliberali moderati\u00bb, bianchi e neri): \u00abQuesto rapporto \u00e8 il quadro di una Nazione divisa\u00bb. Wicker non poteva riassumere in meno parole il senso di questo documento. Lo stesso rapporto Kerner non \u00e8 meno pessimista: \u00abQuesta \u00e8 la nostra conclusione fondamentale: la nostra Nazione sta trasformandosi in due societ\u00e0, una nera, una bianca, separate e ineguali&#8230; Continuare sulla strada attuale significher\u00e0 la crescente polarizzazione della comunit\u00e0 americana, e in ultimo la distribuzione dei valori democratici fondamentali\u00bb. C\u2019\u00e8 un\u2019alternativa a questa corsa verso il disastro? La risposta del rapporto Kerner \u00e8 cos\u00ec formulata: \u00abLa crescente divisione razziale non \u00e8 inevitabile. Il movimento di separazione pu\u00f2 essere capovolto. Un\u2019altra scelta \u00e8 ancora possibile\u00bb. Ma questa alternativa \u00abrichieder\u00e0 un impegno di azione nazionale, volonterosa, massiccia e sostenuta, appoggiata dalle risorse della Nazione pi\u00f9 potente e pi\u00f9 ricca della terra. Da parte di ogni americano richieder\u00e0 nuovi atteggiamenti, nuova comprensione, e soprattutto una nuova volont\u00e0. Delle dure scelte debbono essere fatte. Se necessario, delle nuove tasse dovranno essere adottate\u00bb. Insomma, bisogner\u00e0 fare una rivoluzione; perch\u00e9, come diceva John Kennedy, la rivoluzione negra non interessa soltanto i 20 milioni di negri americani: \u00e8 invece \u00abuna crisi morale, prima ancora che politica, del Paese e del popolo\u00bb. Dice Robert Kennedy: \u00abIl problema pi\u00f9 pressante e immediato, quello che minaccia di paralizzare le nostre capacit\u00e0 di agire e, insieme, di distruggere la nostra visione del futuro, \u00e8 quello delle condizioni di vita degli abitanti dei ghetti e della violenza che hanno fatto esplodere\u00bb.<\/p>\n<p class=\"Testo\">\u00abLa discriminazione e la segregazione \u2013 \u00e8 scritto nel rapporto Kerner \u2013 da molto tempo permeano una gran parte della vita americana; ora minacciano il futuro di ogni americano&#8230; La segregazione e la povert\u00e0 hanno creato nel ghetto razziale un ambiente distruttivo totalmente sconosciuto alla maggioranza dei bianchi americani. Quello che i bianchi americani non hanno mai pienamente compreso \u2013 ma che il negro americano non pu\u00f2 mai dimenticare \u2013 \u00e8 che la societ\u00e0 bianca \u00e8 profondamente implicata nei ghetti. Questi furono creati da istituzioni bianche, istituzioni bianche li mantengono, e la societ\u00e0 bianca li tollera.\u00bb<\/p>\n<p class=\"Testo\">Un momento di pausa su queste parole. Sono il \u00abmea culpa\u00bb dei bianchi, non dei bianchi reazionari, ma dei bianchi moderati e liberali, che anch\u2019essi si riconoscono colpevoli: ed \u00e8 echeggiato come uno squillo in tutta l\u2019America. Se il rapporto Kerner non avesse detto altro che questo, avrebbe gi\u00e0 detto molto. Le rivoluzioni vere, quelle che cambiano realmente la vita e il potere degli uomini, si fanno anche con confessioni come questa. Si fanno anche con inchieste come questa, esemplare documento dell\u2019\u00abAmerica che si conosce\u00bb, di una societ\u00e0 aperta, pluralista, che crede ancora (o la cui parte migliore, come sempre \u00e8 accaduto, crede ancora) nei grandi principi su cui \u00e8 fondata, principi che dopo quasi due secoli sono ancora veri e importanti, anche se, o forse proprio perch\u00e9 ancora rimangono, in parte, degli ideali irrealizzati. Ma viene il momento in cui l\u2019inchiesta e la presa di coscienza e il programma d\u2019azione non bastano e bisogna agire. Questo \u00e8 il problema dominante di fronte a cui si trover\u00e0 il nuovo Presidente, non il Vietnam: o meglio, lo \u00e8 anche il Vietnam, nella misura in cui la guerra asiatica, con il suo costo di 25 e pi\u00f9 miliardi di dollari l\u2019anno, rende impossibile lanciare con tutti i mezzi necessari quella guerra alla povert\u00e0 senza la quale l\u2019America come oggi la conosciamo potrebbe non sopravvivere. [&#8230;]<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-1257 alignleft\" src=\"\/\/s3-eu-west-1.amazonaws.com\/psi-dotcom-prd\/FondazionePirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11162029\/il_paradosso_americano_002.jpg\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"450\" srcset=\"https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11162029\/il_paradosso_americano_002.jpg 700w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11162029\/il_paradosso_americano_002-300x193.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px\" \/><\/p>\n<p>\u00abNessun programma governativo in atto \u2013 ha scritto Robert Kennedy nel 1967 \u2013 prospetta alcuna reale soluzione per la disoccupazione esistente all\u2019interno delle citt\u00e0\u00bb. In compenso il numero delle iniziative (dire esperimenti \u00e8 troppo poco), sia federali che municipali o degli Stati o dei privati, \u00e8 ormai tale da rendere chiaro che quello che manca non sono certo le idee: il nuovo Presidente degli Stati Uniti che sar\u00e0 eletto a novembre non avr\u00e0 che la difficolt\u00e0 della scelta, quando dovr\u00e0 indicare, nel suo primo \u00abmessaggio dell\u2019Unione\u00bb, quel grande programma di rinnovamento civile, sociale, economico, che l\u2019America si aspetta da lui. E tuttavia, questo grande programma di ricostruzione della societ\u00e0 americana, questo \u00abpiano Marshall\u00bb per i negri e i poveri d\u2019America, \u00e8 davvero alla portata dell\u2019economia americana d\u2019oggi, anche di un\u2019economia in cos\u00ec rapido sviluppo come essa continua ad essere (il prodotto lordo \u00e8 cresciuto, nel primo trimestre di quest\u2019anno, del 6% in termini reali)? Le incognite, le difficolt\u00e0, gli ostacoli, continuano ad essere molti e gravi: altissime spese militari, minaccia di inflazione, difficolt\u00e0 della bilancia dei pagamenti, necessit\u00e0 quindi non gi\u00e0 di aumentare, ma addirittura di ridurre le spese di carattere sociale. Una democrazia, scriveva un anno fa Walter Lippmann, non pu\u00f2 affrontare contemporaneamente due preoccupazioni soverchianti, ossia la guerra nel Vietnam, e la guerra alla povert\u00e0. Conti alla mano, \u00e8 difficile contestare l\u2019esattezza di questo giudizio.\u00a0Bisogna quindi concludere che soltanto la pace nel Vietnam consentir\u00e0 all\u2019America di dedicare al problema negro quell\u2019immenso volume di risorse che tutti gli esperti giudicano necessario? E se la pace non verr\u00e0, o non verr\u00e0 abbastanza in fretta, potr\u00e0 il nuovo Presidente trovare ugualmente le risorse necessarie per iniziare un \u00abnuovo corso\u00bb, capace almeno di ridare speranza ai negri dei ghetti, e quindi di placare o ridurre la disperazione e la rivolta? Ma intanto, che cosa accadr\u00e0 in questa estate elettorale, che cosa faranno i negri, e come reagiranno i bianchi d\u2019America? In quale misura l\u2019assassinio di King, e la catena di reazioni che esso ha messo in moto, influiranno sull\u2019evoluzione di questa crisi, certo la pi\u00f9 grave della Nazione americana dopo la guerra civile? Non si approfondir\u00e0 ulteriormente il solco, non si inaspriranno irreparabilmente i rapporti fra le due Americhe?<\/p>\n<p>Queste sono ancora domande senza risposta. La verit\u00e0 \u00e8 che l\u2019America ha capito in ritardo che il problema dell\u2019integrazione dei negri nella societ\u00e0 era senza precedenti, che esso non poteva cio\u00e8 essere in alcun modo paragonato all\u2019integrazione delle altre minoranze etniche e nazionali. Irlandesi, slavi, italiani, ebrei. Non \u00e8 paragonabile, e non soltanto per il \u00abfattore-pelle\u00bb, per l\u2019elemento di irrazionalit\u00e0 cio\u00e8 che accompagna le questioni di questo tipo; ma per la stessa evoluzione della societ\u00e0 e dell\u2019economia. Nel mondo dell\u2019automazione non \u00e8 concesso farsi strada quando si dispone soltanto di due braccia; risalire la scala sociale, in queste condizioni, \u00e8 impossibile; le \u00abforze spontanee\u00bb della societ\u00e0 e dell\u2019economia non bastano a mettere in moto il meccanismo di recupero delle masse arretrate; occorre un\u2019iniziativa organizzata e multiforme dello Stato, e lo Stato deve poter disporre, per condurre a buon fine quest\u2019immensa impresa, di risorse altrettanto immense. Per far questo, infine (ed \u00e8 la conclusione del \u00abKerner report\u00bb), la societ\u00e0 americana deve convincersi che \u00abnessun\u2019altra intrapresa nazionale deve avere la precedenza su questa, nessun\u2019altra ha pi\u00f9 alti diritti sulla coscienza della Nazione\u00bb.<\/p>\n<p>Il problema di fondo, dunque, \u00e8 politico. Solo il popolo americano pu\u00f2 decidere se davvero vuole risolvere il \u00abparadosso americano\u00bb, realizzare la promessa del \u00absogno americano\u00bb. Questo \u00e8 anche il tema di fondo di questa appassionante battaglia elettorale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Ora Robert Kennedy \u00e8 morto, e il sentimento di profonda inquietudine e di sconforto politico, che si sovrappone all\u2019angoscia che questa tragedia ha fatto esplodere in noi, nasce dalla precisa convinzione che nessun altro aspirante candidato, nessun altro uomo politico americano anzi, aveva una cos\u00ec chiara percezione della necessit\u00e0 di concentrare tutte le energie dell\u2019America nella soluzione del duplice problema negro-problema della povert\u00e0; nessun altro era cos\u00ec profondamente convinto del fatto che soltanto impegnando tutte le sue risorse civili, economiche e morali in quest\u2019impresa l\u2019America avrebbe potuto superare la crisi, ed emergere anzi da questa crisi profondamente rafforzata, finalmente unita.<\/em><\/p>\n<p><em>La conclusione che ho citato sopra del rapporto Kerner (che \u00abnessun\u2019altra intrapresa nazionale deve avere la precedenza su questa\u00bb) riassumeva esattamente il messaggio politico che Robert Kennedy portava alla Nazione.<\/em> [&#8230;]<em>Il \u00abparadosso americano\u00bb era insomma diventato l\u2019ossessione di Bobby Kennedy, e tutti coloro che lo seguirono nei suoi ottanta giorni di campagna elettorale videro la sua determinazione diventare sempre pi\u00f9 salda; l\u2019incontro con le passioni popolari era stato come il crogiuolo in cui il ferro diventa acciaio. Del resto, tutta la storia politica di Bobby Kennedy \u00e8 la storia di un progressivo raffinamento delle idee politiche, che diventavano via via pi\u00f9 coerenti, pi\u00f9 organizzate, pi\u00f9 sistematiche. Questo processo era gi\u00e0 incominciato durante i mille giorni del primo Kennedy; quella che si era iniziata come una grande avventura personale, era diventata gradualmente un\u2019intrapresa storica.<\/em><em>La ricerca di una<\/em> \u00ab<em>nuova frontiera\u00bb si era spontaneamente, gradualmente indirizzata lungo una traccia politica ben pi\u00f9 precisa. <\/em><em>Tutto questo aveva comportato anche una certa radicalizzazione del messaggio politico kennediano; dal primo al secondo Kennedy questo messaggio era divenuto pi\u00f9 ideologizzato, oltre che pi\u00f9 radicale; aveva accolto in s\u00e9, insieme con il \u00abcahier de dol\u00e9ances\u00bb dell\u2019America negra, l\u2019inquietudine delle masse giovanili universitarie; e aveva reagito a questi fermenti elaborando l\u2019ideologia di una \u00abdemocrazia partecipata\u00bb dominata da un\u2019ispirazione sociale appunto quasi ossessiva. <\/em><em>Questo era il kennedismo di Bobby, una reazione alle tensioni dell\u2019America non puramente negativa o passiva, ma creativa; tale che riusciva appunto ad accogliere in s\u00e9 e utilizzare spinte altrimenti distruttive ed eversive, trasformando la protesta giovanile o la protesta negra in forze costruttive di una societ\u00e0 migliore.<\/em><\/p>\n<p><em>Che cosa rimane del kennedismo senza Bobby? Era un grande animatore, ed era un \u00aborganization man\u00bb. L\u2019organizzazione c\u2019\u00e8 ancora, le forze che egli suscitava e organizzava ci sono ancora tutte; ma non ci si pu\u00f2 illudere che queste forze, quest\u2019organizzazione, possano continuare ad agire sulla societ\u00e0 americana, almeno a breve scadenza, cos\u00ec come avrebbero agito con alla testa Robert Kennedy. Cos\u00ec, il colpo \u00e8 stato tremendo, la ferita \u00e8 grave e profonda e raggiunge quasi al cuore la societ\u00e0 americana. Chi succeder\u00e0 a Robert Kennedy? Chi riempir\u00e0 questo vuoto, chi torner\u00e0 a organizzare e chiamare attorno a s\u00e9 gli intellettuali, i giovani, gli esperti, le masse, quella singolare combinazione di forze che era il suo movimento kennediano? Chi si prender\u00e0 sulle spalle l\u2019immane compito di portare avanti la trasformazione dell\u2019America?<\/em><\/p>\n<p><em>Non so rispondere a queste domande.<\/em><\/p>\n<p><em>L\u2019assassinio di Los Angeles ha risospinto l\u2019America sull\u2019orlo dell\u2019ignoto, ha restituito al futuro tutta la sua problematica inconoscibilit\u00e0, tutte le sue potenzialit\u00e0 negative. La tempesta s\u2019\u00e8 portata via il timoniere, o almeno colui che stava rincuorando gli animi, organizzando gli uomini, tracciando la rotta che la nave avrebbe dovuto seguire fra tanti scogli verso la salvezza. Ora il \u00ableader\u00bb \u00e8 scomparso, rimangono le sue idee e la sua passione morale. Basteranno perch\u00e9 un altro uomo si faccia presto avanti a colmare questo vuoto?<\/em><\/p>\n"}]},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/selezione_antologica\/997","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/selezione_antologica"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/selezione_antologica"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/1248"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=997"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=997"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=997"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}