{"id":891,"date":"1967-11-10T14:24:30","date_gmt":"1967-11-10T14:24:30","guid":{"rendered":"http:\/\/internal-pcons-be-fondazione-fr-dev-elb-1449244171.eu-west-1.elb.amazonaws.com\/?post_type=selezione_antologica&#038;p=891"},"modified":"2019-05-13T09:15:15","modified_gmt":"2019-05-13T09:15:15","slug":"vernice-di-un-cinquantenario","status":"publish","type":"selezione_antologica","link":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/selezione_antologica\/vernice-di-un-cinquantenario\/","title":{"rendered":"Vernice di un cinquantenario"},"content":{"rendered":"","protected":false},"excerpt":{"rendered":"","protected":false},"featured_media":1446,"template":"","categories":[],"tags":[32],"class_list":["post-891","selezione_antologica","type-selezione_antologica","status-publish","has-post-thumbnail","hentry","tag-viaggi-e-tempo-libero"],"acf":{"edizione":"N.6, 1967","autore":[{"ID":286,"post_author":"1","post_date":"2019-04-09 08:30:05","post_date_gmt":"2019-04-09 08:30:05","post_content":"Cultore di teatro e grande conoscitore della letteratura russa (1940-). Nel 1967 entra in Pirelli nella Direzione stampa e pubblicit\u00e0, dove rimane fino al 1972, affiancando poi i direttori Arrigo Castellani e Gianfranco Isalberti nella redazione della Rivista Pirelli. Docente di letteratura russa alle Universit\u00e0 di Arezzo, Bari, Pavia e Milano, cura l\u2019edizione italiana di diverse opere di Dostoevskij, Gogol\u2019, Turgenev, \u010cechov e dei simbolisti russi. \u00c8 autore della prima biografia di <em>Stanislavskji<\/em> (2004) e dell\u2019omaggio a \u010cechov <em>Il medico, la moglie, l\u2019amante<\/em> (2015); ha curato inoltre il volume <em>L\u2019ultimo atto. Interventi, processo e fucilazione di Vsevolod E. Mejerchol\u2019d<\/em> (2011).","post_title":"Fausto Malcovati","post_excerpt":"","post_status":"publish","comment_status":"closed","ping_status":"closed","post_password":"","post_name":"fausto-malcovati","to_ping":"","pinged":"","post_modified":"2019-05-10 10:24:47","post_modified_gmt":"2019-05-10 10:24:47","post_content_filtered":"","post_parent":0,"guid":"http:\/\/internal-pcons-be-fondazione-fr-dev-elb-1449244171.eu-west-1.elb.amazonaws.com\/?post_type=autori&#038;p=286","menu_order":0,"post_type":"autori","post_mime_type":"","comment_count":"0","filter":"raw"}],"riassunto":"","composizione_articolo":[{"acf_fc_layout":"composizione_articolo_testo","composizione_articolo_testo_testo":"<p><em><strong>Per la grande kermesse del 7 novembre, Mosca \u00e8 stata tutta ripulita e rimessa a nuovo, dalle cupole d\u2019oro delle sue chiese alle stelle rosse del Cremlino, dalle facciate dei vecchi palazzi alle semplici izbe di legno. Ma quanta parte del patrimonio artistico oggi rivalutato \u00e8 scomparsa, dimenticata o distrutta?<\/strong><\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00abQuando una bella donna vede metter del nero sul suo ritratto, s\u2019adira e ferma la mano al pittore. Ma ahim\u00e8, le ombre esistono in natura e senz\u2019ombra le parti luminose non avrebbero risalto\u00bb. Ricorro a Stendhal non per il gusto della bella epigrafe, ma perch\u00e9 fa proprio al caso mio. Conosco i moscoviti e so che c\u2019\u00e8 poca gente al mondo suscettibile come loro. Guai a toccarli. Cos\u00ec mi barrico dietro il saggio motto stendhaliano (ch\u2019egli us\u00f2 come prefazione \u00aba mo\u2019 di scusa\u00bb per il suo pungente diario italiano) e sfido chiunque a trovar malignit\u00e0 in queste righe: \u00abResta ben inteso: tutto ci\u00f2 che in queste pagine \u00e8 oggetto della minima critica \u2013 conclude il famoso viaggiatore ottocentesco \u2013 \u00e8 frutto di pura invenzione\u00bb.<\/p>\n<p>Un esercito di imbianchini, stuccatori, doratori ha invaso nei mesi scorsi le vie di Mosca, pennellando a tutto spiano muri e colonne, facciate e atri. Termine tassativo: la sera del 6 novembre. Per la grande kermesse del giorno dopo tutto doveva essere finito, rimesso a nuovo. Rapidissimi, saltavano da un palazzo all\u2019altro, come nelle vecchie comiche di Charlot: ieri erano al numero 18 di via Gorki, oggi al 25. Ettolitri di intonaco al giorno, chili e chili di stucco. Eppure, tutti ripuliti, i palazzi patrizi dell\u2019aristocrazia zarista hanno un\u2019aria garrula e pretenziosa che li rende antipatici. Chi sa, magari era cos\u00ec cento o duecento anni fa, ma ormai l\u2019occhio si era affezionato alle tinte spente, polverose, che facevano del neoclassico moscovita uno stile unico al mondo. Anche la facciata del gum, il grande magazzino di fronte al Cremlino, \u00e8 ora di un grigio uniforme, che di sera diventa spettrale. Le vetrine sono ancora tutte schizzate d\u2019intonaco ma, inter nos, non ci soffrono: inguardabili erano e inguardabili rimangono. Perch\u00e9 la vetrina qui a Mosca non \u00e8 un mezzo pubblicitario per attirare il cliente, \u00e8 la via pi\u00f9 spiccia per far sapere a chi passa di che cosa dispone il negozio in quel momento. Pigne di scatole e scatolette, prezzi scritti a mano, oggetti affastellati, privi di ogni risalto, manichini austeri, asessuati. Da lontano si confonde il farmacista col lattaio; tanto pi\u00f9 che i negozi, invece del nome, spesso hanno solo un numero d\u2019ordine. Non c\u2019\u00e8 dubbio che se c\u2019\u00e8 un paese dove i pubblicitari morirebbero di fame, questa \u00e8 l\u2019Unione Sovietica. Niente cartelloni, niente slogan, niente colori o luci intermittenti. In fondo il prodotto pi\u00f9 reclamizzato resta sempre il partito, e il cinquantenario ne \u00e8 prova eloquente: chilometri di scritte, di strisce, di stendardi, di faccioni.<\/p>\n<p>In questo campo, la fantasia dei cartellonisti \u00e8 stimolata dal continuo mutar degli eventi: qualche anno fa per esempio \u00abandava\u00bb la stretta di mano tra il negro e il cinese, oggi si preferisce il negro da solo che spezza le catene, fino al \u201956 si vedevano schiere di \u00abmuziki\u00bb coi baffi alla georgiana, ma dopo il xx Congresso si \u00e8 tornati al labbro rigorosamente rasato.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-1447\" src=\"\/\/d2snyq93qb0udd.cloudfront.net\/FondazionePirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11185041\/Vernice-di-un-cinquantenario_Malcovati-Fausto_2.jpg\" alt=\"\" width=\"560\" height=\"560\" srcset=\"https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11185041\/Vernice-di-un-cinquantenario_Malcovati-Fausto_2.jpg 560w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11185041\/Vernice-di-un-cinquantenario_Malcovati-Fausto_2-150x150.jpg 150w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11185041\/Vernice-di-un-cinquantenario_Malcovati-Fausto_2-300x300.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 560px) 100vw, 560px\" \/>A due passi da San Basilio e a quattro dal Cremlino, sul lato della Piazza Rossa che guarda alla Moscova, c\u2019\u00e8 la pi\u00f9 grossa novit\u00e0 che Mosca ha preparato per i visitatori del cinquantenario: un super-albergo, un Waldorf-Astoria del regime, un mastodontico quadrilatero di seimila camere, tutto alluminio e vetri che si chiama \u00abRoss\u00eda\u00bb.<br \/>\n\u00abSe ne parlava da parecchio tempo \u2013 mi racconta un amico dell\u2019Unione degli Architetti. \u2013 L\u2019idea era di Krusciov ma tutti pensavano a un effimero attacco della sua arcinota mania di grandezza. C\u2019era un precedente, mi dirai: il Palazzo dei Congressi fra le mura del Cremlino. Ma quella volta gli era andata bene. In fondo, messo l\u00ec, nessuno lo vede. Dovevi sentire i conservatori: ha copiato l\u2019America, strillavano. L\u2019aria del building ce l\u2019ha, siamo d\u2019accordo, ma bisognava pure rompere con Stalin e i suoi assurdi torrioni tibetani. Per l\u2019albergo per\u00f2 le opposizioni erano molto forti anche nel Comitato Centrale. Sembrava che, fra incertezze e burocrazia, il progetto dovesse naufragare. E invece and\u00f2 in porto. Appena si seppe della decisione definitiva, si scaten\u00f2 un putiferio. Proteste di qua, repliche di l\u00e0. Se n\u2019\u00e8 occupata perfino la Pravda, che di solito in questioni del genere \u00e8 una tomba. Oltre a tutto, l\u00ec c\u2019erano i resti di un quartiere antichissimo, il Kitaj-gorod: le pi\u00f9 vecchie case di Mosca. Ma un bel giorno arrivarono le scavatrici. Hanno lasciato quelle tre chiesine (me le indica, affondate a met\u00e0 tra macerie e calcinacci), tre autentici gioielli. Le restaureranno, dicono. Ma dopo averle soffocate con quella interminabile parete di vetro.\u00bb<\/p>\n<p class=\"Testo\">Seimila camere non sono uno scherzo per una citt\u00e0 intasata di turisti come Mosca, e poi a chi non fa piacere avere per qualche giorno come dirimpettaio il Cremlino?<\/p>\n<p class=\"Testo\">Dentro \u00e8 un casermone gelido e anonimo. Una grande hall, il bureau (anzi due, uno per gli stranieri, uno per i russi), l\u2019edicola, la veranda e il bar, un vero bar all\u2019occidentale, con sgabelli al banco e liquori in mostra. Specialit\u00e0 della casa, il \u00abkoktel\u00bb: un bicchierone a base di maraschino e succo d\u2019ananas, con qualche ciliegina sul fondo, d\u2019una dolcezza nauseabonda.<\/p>\n<p class=\"Testo\">Ogni ascensore (ce ne sono sei) ha la sua \u00abdiezurnaia\u00bb, la sorvegliante che aziona i tasti: assonnata e sgarbata, mastica chewing gum, investe i passeggeri che si azzardano a fumare in corsa e caccia fuori con energici spintoni gli ubriachi. Qualcuna invece (o prodigio della cultura popolare) sale e scende con un libro in mano. Ma il cuore dell\u2019albergo \u00e8 il ristorante. Al di l\u00e0 di un pesante sipario, ci si trova di colpo in piena Hollywood anni trenta: un soffitto rutilante di ori e di luci, tappeti e velluti, stucchi e colonne, scalinata, veranda e pista da ballo. Chi vuol cenare in pace vada prima delle 7, se no ci rinunci: la sera i russi, che ignorano i night, invadono i ristoranti soprattutto per ballare. L\u2019orchestra \u00e8 assordante, le canzoni vecchiotte, pi\u00f9 in l\u00e0 del fox non si va. Ma i russi si divertono come bambini, fanno saltelli, mossette, girotondi e carovane, ondeggiano con goffaggine senza il minimo complesso, felici e soddisfatti di ridere e di far ridere. Gli altri, ai tavoli, se li mangiano con gli occhi pronti a fare altrettanto al giro successivo.<\/p>\n<p class=\"Testoafilo1Rsopra\">Prendere un taxi a Mosca \u00e8 sempre una avventura. Attenzione, i taxisti si dividono in due categorie: quelli che sanno tutto e quelli che non sanno niente. Questi, gli inurbati, i neoassunti, sono rozzi e sbrigativi, non conoscono la citt\u00e0 e ti prendono solo se sai la strada, perch\u00e9 da soli non ci sanno andare. Se non la sai, ti aprono la portiera e ti cacciano fuori senza complimenti, seccatissimi: \u00abCosa prende un taxi \u2013 ti borbottano dietro \u2013 se non sa dove vuole andare?\u00bb. Gli altri invece, i vecchi moscoviti, attaccano subito discorso: girare Mosca con loro \u00e8 uno spasso, sanno vita, morte e miracoli di ogni angolo, di ogni casa, di ogni porta. Conoscono le stradine, le scorciatoie, in pochi minuti ti portano da un capo all\u2019altro della citt\u00e0. S\u00ec, perch\u00e9 Mosca, la citt\u00e0 che ha le strade e le piazze pi\u00f9 larghe d\u2019Europa, in macchina diventa impossibile: vie a doppia carreggiata sono inspiegabilmente a direzione unica e ci sono divieti di svolta a ogni pi\u00e8 sospinto, sensi rotatori in piazze chilometriche e vuote.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-1448 alignleft\" src=\"\/\/d2snyq93qb0udd.cloudfront.net\/FondazionePirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11185058\/Vernice-di-un-cinquantenario_Malcovati-Fausto_3.jpg\" alt=\"\" width=\"560\" height=\"560\" srcset=\"https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11185058\/Vernice-di-un-cinquantenario_Malcovati-Fausto_3.jpg 560w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11185058\/Vernice-di-un-cinquantenario_Malcovati-Fausto_3-150x150.jpg 150w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11185058\/Vernice-di-un-cinquantenario_Malcovati-Fausto_3-300x300.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 560px) 100vw, 560px\" \/><\/p>\n<p class=\"Testo\">In realt\u00e0 il ritmo della citt\u00e0 \u00e8 dato dal pedone, non dalla macchina: \u00e8 il lento, anonimo, ordinato, greve incedere della folla che dilaga dappertutto. Per un occidentale impaziente e individualista l\u2019esperienza dei marciapiedi moscoviti \u00e8 esasperante: se non hai il suo ritmo, la gente ti intralcia, ti urta, ti sballotta e alla fine ti ingloba. Eppure i moscoviti li conosco, non sono cos\u00ec: bisogna seguirli nelle loro case, sedersi al loro tavolo, lasciarli parlare. Allora ritrovano il loro volto umano. Chi li ha conosciuti cos\u00ec, non li pu\u00f2 dimenticare. C\u2019\u00e8 un\u2019ansia, un\u2019inquietudine, un bisogno di aprirsi che pi\u00f9 in noi si esaurisce, pi\u00f9 in loro si fa insaziabile. E gli incontri non sono mai abbastanza frequenti, le sere mai abbastanza lunghe, le idee mai abbastanza discusse. Sparisce in noi la facile superiorit\u00e0 del gusto, la presunzione di una cultura troppo facilmente raggiunta: e ci si trova di fronte a uomini meno fragili, meno dispersi, ma anche meno sereni di noi. La sorpresa pi\u00f9 sconcertante \u00e8 di trovarli, al fondo, cos\u00ec tenacemente attaccati alle loro radici, alla loro difficile terra, cos\u00ec orgogliosamente sicuri di percorrere una via pi\u00f9 dura, forse pi\u00f9 giusta. Ma fuori, per una strana mimesi, le loro facce diventano impassibili, scolorite e monotone come le loro strade, le loro piazze. Ci si chiede se sappiano ridere. Talvolta poi scoprono un fondo di moralismo antico, ostile, aggressivo. Sono capaci di fermarti se ti vedono troppo stretto alla ragazza con cui cammini o di zittirti se ti sentono parlare troppo forte in una lingua che non \u00e8 la loro. Si sentono autorizzati, chi sa da chi, a trasformare in norme generali quei principi elementari di una morale contadina. Ecco, forse \u00e8 cos\u00ec: cresciuta a singhiozzo, Mosca non ha ancora cancellato del tutto le tracce di quella grossa borgata che era fino a qualche secolo fa. Pietro il Grande, che vi era nato e vi era stato incoronato zar, diceva: \u00abCapitale non si diventa, si nasce. E Mosca non \u00e8 nata capitale\u00bb. Cos\u00ec, appena pot\u00e9, le tolse quel privilegio secondo lui immeritato e lo trasfer\u00ec a un\u2019altra citt\u00e0 che per suo volere era nata capitale, lei s\u00ec, dalla prima pietra fino all\u2019ultima. Le impose il suo nome: Pietroburgo. Quanto a Mosca, Pietro non aveva torto. Nell\u2019anno 1000 non esisteva ancora: e quando nacque centocinquant\u2019anni pi\u00f9 tardi, in mezzo alle foreste, sulla riva della Moscova, un\u2019altra citt\u00e0 fastosa e civilissima reggeva i destini dei turbolenti principati russi: Kiev. Furono le orde tartariche a favorire l\u2019ascesa del paesotto nordico: il rogo di Kiev spinse il patriarca ortodosso a cercar rifugio pi\u00f9 a nord. Scelse Mosca, che era fuori mano e ragionevolmente potente. Diventare sede del patriarcato era gi\u00e0 una mezza consacrazione. Intanto abitata da mercanti e bottegai, Mosca cresceva alla bell\u2019e meglio, con le sue izbe in legno, destinate ogni dieci o quindici anni a bruciare tutte da capo a piedi. I moscoviti ci avevano fatto l\u2019abitudine, tanto che un viaggiatore del Seicento, l\u2019Olearius, accenna stupefatto a una specie di self-service per i senza tetto: \u00abFuori dalle mura del Cremlino c\u2019\u00e8 un mercato di case gi\u00e0 pronte e smontate; chi perde la sua in un incendio ne compra un\u2019altra e con poca spesa la fa montare al posto di quella bruciata\u00bb. Pochi anni prima della scoperta dell\u2019America, i moscoviti scoprirono il mattone. Il lancio del nuovissimo materiale fu merito di un mercante di nome Tarakan, seguito a ruota dal patriarca Geronzio e dallo zar Ivan il Terribile, che lo adott\u00f2 per la nuova cinta del Cremlino; e la piazza antistante prese il nome di \u00abrossa\u00bb. Dalla scoperta del mattone alla prima rappresentazione teatrale passarono altri duecento anni: nel 1672, in una sala di fortuna, i moscoviti ebbero il loro primo incontro col teatro. Vent\u2019anni pi\u00f9 tardi arriv\u00f2 al trono Pietro. Prima di trasferirsi sulle rive del Baltico, vicino all\u2019Occidente che ammirava, volle fornire ai moscoviti una prova della sua illuminata liberalit\u00e0: fond\u00f2 il primo giornale. Non lo lessero che i suoi amici. Arriv\u00f2 al punto da offrire lauti pranzi a chi si faceva vedere per strada con il giornale in mano. La tiratura non aument\u00f2. Si ritir\u00f2 sdegnato nella limpida serenit\u00e0 delle architetture pietroburghesi.<\/p>\n<p>Cos\u00ec per oltre duecento anni Mosca fu lasciata ai suoi mercanti e ai suoi bottegai. Ebbe un quarto d\u2019ora di gloria con l\u2019epopea napoleonica. \u00abAmica mia, sono a Mosca \u2013 scrive l\u2019imperatore a Giuseppina. \u2013 Non avevo idea della citt\u00e0. Pensa che aveva ben cinquecento palazzi arredati con lusso incredibile, regge, caserme, ospedali. Ma tutto ci\u00f2 \u00e8 sparito: da quattro giorni il fuoco consuma la citt\u00e0. L\u2019hanno appiccato i russi per la rabbia della sofferta sconfitta. E sono andati tant\u2019oltre nel loro proposito quei miserabili, da portarsi via le pompe da spegner gli incendi. Addio amica mia, tutto tuo. Nap.\u00bb Per Napoleone era la prima sconfitta mentre per i moscoviti non era n\u00e9 il primo n\u00e9 l\u2019ultimo incendio. E la vita riprese, alacremente. Per tutto l\u2019ottocento Mosca, snobbata dalla impeccabile Pietroburgo, non fece che arricchirsi, divenne l\u2019impero del censo, e il sogno irraggiungibile di uno stuolo di piccole provinciali frustrate come la cechoviana Irina: \u00abA Mosca, a Mosca, a Mosca!\u00bb.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-1449\" src=\"\/\/d2snyq93qb0udd.cloudfront.net\/FondazionePirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11185146\/Vernice-di-un-cinquantenario_Malcovati-Fausto_1.jpg\" alt=\"\" width=\"560\" height=\"560\" srcset=\"https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11185146\/Vernice-di-un-cinquantenario_Malcovati-Fausto_1.jpg 560w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11185146\/Vernice-di-un-cinquantenario_Malcovati-Fausto_1-150x150.jpg 150w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11185146\/Vernice-di-un-cinquantenario_Malcovati-Fausto_1-300x300.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 560px) 100vw, 560px\" \/><\/p>\n<p>Nel \u201917 ricevette da Pietroburgo la notizia dell\u2019attacco al Palazzo d\u2019Inverno e si associ\u00f2. Ma Pietroburgo, ora Pietrogrado, scottava sotto i piedi dei bolscevichi: troppo vicina all\u2019Occidente; bastava uno sbarco per mandare all\u2019aria tutto. Cos\u00ec Mosca nei primi mesi del \u201918 si ritrov\u00f2 capitale di un paese divorato dalla Rivoluzione. Il governo provvisorio arriv\u00f2 in fretta e furia, si sistem\u00f2 al Cremlino non prima di aver scrostato, limato e scalpellato il maggior numero possibile di aquile bicipiti. Ma non era tempo per certe finezze. Freddo, fame, miseria, attentati, terrore, collasso delle forze produttive, l\u2019armata bianca alle porte della citt\u00e0. Era arrivato il momento pi\u00f9 critico della Rivoluzione; il 29 maggio, a Mosca, capitale da due mesi, fu proclamata la legge marziale. Chi poteva sfollava: alla fine dell\u2019anno la citt\u00e0 si era svuotata di met\u00e0 dei suoi abitanti. Per due o tre anni il problema pi\u00f9 grosso fu quello di sopravvivere. Nel \u00a0\u201921 si cominci\u00f2 a respirare e a ricostruire. Difficile descrivere lo slancio che ne segu\u00ec: per pi\u00f9 di un anno operai, studenti, impiegati offersero il loro sabato ai lavori pi\u00f9 faticosi e pi\u00f9 umili. Scomparvero le macerie, le case diroccate, le strade impraticabili. Intanto dal Cremlino partivano le prime direttive per dare un volto sovietico alla borghesissima Mosca: primo, abbattere tutte le effigi imperiali, statue, busti, scritte, eccetera, secondo, smantellare gli edifici del culto ortodosso, in attesa di sgomberarne le coscienze. Cum grano salis, naturalmente: e Lenin, mentre ordinava la trasformazione di chiese in depositi e musei, radunava nello stesso tempo una commissione per il restauro delle chiese del Cremlino.<\/p>\n<p>All\u2019urbanistica moscovita pens\u00f2 poi Stalin. Cominci\u00f2 dalla Piazza Rossa. Commission\u00f2 all\u2019accademico \u0160\u010dusev un degno mausoleo per il suo predecessore. Fu scelto il cubo, simbolo di eternit\u00e0. E mentre arrivavano le prime lastre di granito rosso dall\u2019Ucraina, tolse dal centro della piazza l\u2019insipido monumento neoclassico al patriota Pozarskij e lo sistem\u00f2 davanti a San Basilio. Rase al suolo la secentesca e turrita porta Iverskaja, che chiudeva uno degli accessi alla Piazza Rossa, sulla destra del Museo Storico, e la cappella omonima, con la miracolosa icona proveniente dal Monte Athos, che lo zar faceva portare in giro per Mosca da un cocchio a sei cavalli per la benedizione delle case patrizie. Viet\u00f2 poi definitivamente l\u2019accesso all\u2019interno del Cremlino e chiuse anche l\u2019ultima porta con due sentinelle armate.<\/p>\n<p>Nel recinto delle mura si limit\u00f2 a distruggere, con il benestare della Commissione per la tutela del Cremlino, il Monastero dei Miracoli del xiv secolo, dove fu battezzato Pietro il Grande, e quello della Resurrezione, dove venivano sepolte le zarine. Cos\u00ec ci fu spazio per il palazzo del Senato e quello del Governo. Infine sistem\u00f2 sulle torri di cinta cinque stelle di vetro color rubino con un diametro di quattro metri e un potentissimo faro all\u2019interno; erano la prova pi\u00f9 luminosa che la vecchia cittadella zarista era diventata la mecca del comunismo.<\/p>\n<p>E la citt\u00e0? Fece allargare di sedici metri tutta la via Gorkij, spostando qualche palazzo e demolendo il resto. Poi scelse l\u2019area per il nuovo Palazzo dei Congressi: la piazza di San Salvatore, dove c\u2019era la chiesa pi\u00f9 venerata di Mosca. Era stata eretta per voto del popolo dopo la vittoria su Napoleone. Era la pi\u00f9 bella e la pi\u00f9 grande chiesa moscovita. Scomparve in pochi giorni. Il concorso per il nuovo Palazzo dei Congressi, a cui parteciparono Gropius e Le Corbusier, fu vinto dal russo Josaf, con un orripilante torrione assirobabilonese (che, guarda caso, piacque al nostro Piacentini) e una grande statua di Lenin s\u00f9 in cima, che avrebbe dovuto sostituire nel cuore dei moscoviti il luccichio delle cupole ortodosse. Il progetto and\u00f2 a monte: e al posto di San Salvatore oggi c\u2019\u00e8 una piscina all\u2019aperto.<\/p>\n<p>Stalin, che impose ovunque la sua elefantiasi architettonica, ai successori trasmise l\u2019ostentata indifferenza verso il patrimonio artistico moscovita. Anche la direzione collegiale di oggi non ha tradito la linea staliniana: lo ha dimostrato con l\u2019\u00aboperazione Arbat\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abTutto potevano fare \u2013 mi dice l\u2019amico architetto \u2013 ma non toccare l\u2019Arbat. Per noi non era una strada, era un mito. Era la via dei vagabondi e delle coppiette, la via delle matricole e degli ubriachi nottambuli. Dove ci vediamo? All\u2019Arbat, si diceva. Larga e silenziosa, case e cortili. L\u00ec si andava a parlare di filosofia e a smaltire le sbornie. Non dovevano farlo. I moscoviti queste cose non le perdonano.\u00bb<\/p>\n<p>Cos\u2019\u00e8 stata l\u2019\u00aboperazione Arbat\u00bb? C\u2019era da costruire un centro direzionale non lontano dal Cremlino che permettesse di riunire una parte degli infiniti comitati, istituti, associazioni, di cui Mosca \u00e8 invasa. Si pens\u00f2 all\u2019Arbat. In fondo non era che una serie di casone grigie e un po\u2019 tristi che gli autori del nuovo progetto definirono \u00abtopaie indegne\u00bb. Non avevano fatto i conti con la natura terribilmente sentimentale dei moscoviti.<br \/>\nTra gli studenti dell\u2019Universit\u00e0 si scaten\u00f2 una seconda rivoluzione. Si form\u00f2 un Comitato per la difesa della strada. Si batterono con tutte le armi, dibattiti, proiezioni, ciclostilati, perfino una marcia dimostrativa fino al Cremlino. Inutile. A loro non \u00e8 rimasta che la ballata di Okudzava, cantautore clandestino: \u00abArbat, mio Arbat, mio passato, mia follia\u00bb. Ma hanno deciso di non mollare: sanno gi\u00e0 che dopo l\u2019Arbat, ci sar\u00e0 dell\u2019altro. E continuano in questa loro patetica crociata per la \u00abRussia da salvare\u00bb, illudendosi di poter fermare con qualche volantino le scavatrici del partito.<br \/>\nIntanto oggi la strada \u00e8 scomparsa. Scomparsa, intendiamoci: il fondo stradale, i marciapiedi sono rimasti. Al posto delle topaie indegne e delle chiesette cadenti ci sono possenti grattacieli, tutti uguali, tozzi e luccicanti, un incrocio tra la casa popolare e il motel. In fondo c\u2019\u00e8 un prisma triangolare, ancora pi\u00f9 alto: il progetto pi\u00f9 \u00abos\u00e9\u00bb dell\u2019architettura moscovita degli anni sessanta.<\/p>\n<p>Non basta: la piazza omonima, l\u2019Arbataskaja, con i suoi palazzotti patrizi del primo Ottocento e lo storico caff\u00e8 Praga, la piazza immortalata nei romanzi di Tolstoj e Dostojevskij, dove nel 1812 l\u2019avanguardia francese fece il suo ingresso a Mosca, \u00e8 stata sventrata per creare una sottovia, allo scopo \u2013 dicono \u2013 di snellire il traffico inesistente. Adesso c\u2019\u00e8 una doppia balaustra che l\u2019attraversa tutta, e poi aiuole pedonali, segnaletica e via dicendo. Anche qui, l\u2019esempio era stata dato da Stalin che all\u2019antichissima chiesa di San Boris e Gleb aveva preferito la bella stazione di metr\u00f2 \u00abArbat\u00bb. Con la crisi degli alloggi che si ritrovano, dir\u00e0 qualcuno, si permettono anche di fare i sentimentali. Eppure \u00e8 cos\u00ec: ai moscoviti stanno togliendo tutto, vecchie case, palazzi, chiese. Gli stanno togliendo il loro passato.<\/p>\n<p>Per capirli bisogna farsi portare, attraverso le prospettive tutte uguali e scoraggianti, i vialoni piatti e incombenti, l\u00e0 dove sono le ultime case di abete, con le finestre incorniciate da festoni di legno intagliato e i gerani sul davanzale, dove c\u2019\u00e8 la chiesa che sta per crollare o gli affreschi tutti macchiati di Vrubel\u2019. Non \u00e8 pi\u00f9 una gita turistica, \u00e8 un pellegrinaggio attraverso i resti di una citt\u00e0 quasi cancellata.<\/p>\n"}]},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/selezione_antologica\/891","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/selezione_antologica"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/selezione_antologica"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/1446"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=891"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=891"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=891"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}