{"id":3525,"date":"2026-06-12T12:57:02","date_gmt":"2026-06-12T12:57:02","guid":{"rendered":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/?post_type=selezione_antologica&#038;p=3525"},"modified":"2026-06-12T12:57:02","modified_gmt":"2026-06-12T12:57:02","slug":"promemoria-italiano","status":"publish","type":"selezione_antologica","link":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/selezione_antologica\/promemoria-italiano\/","title":{"rendered":"Promemoria italiano"},"content":{"rendered":"","protected":false},"excerpt":{"rendered":"","protected":false},"featured_media":3527,"template":"","categories":[],"tags":[21],"class_list":["post-3525","selezione_antologica","type-selezione_antologica","status-publish","has-post-thumbnail","hentry","tag-cultura-e-letteratura"],"acf":{"edizione":"N\u00b0 6, 1961","autore":[{"ID":444,"post_author":"1","post_date":"2019-04-09 10:39:31","post_date_gmt":"2019-04-09 10:39:31","post_content":"<p class=\"p1\">Scrittore, giornalista e regista cinematografico (1906-1999). Esordisce come narratore nel 1929 con la raccolta di racconti <i>Salmace<\/i>, cui segue <i>America, primo amore <\/i>(1935). Per il grande schermo dirige quasi trenta film, da <i>Piccolo mondo antico<\/i> (1940) con Alida Valli, grande successo di critica e pubblico, a <i>La provinciale<\/i> (1952), tratto dall\u2019omonimo romanzo di Moravia. Due anni dopo pubblica il romanzo <i>Lettere da Capri<\/i> (1954), con cui si aggiudica il premio Strega e una altrettanto vasta popolarit\u00e0 come scrittore. Nel 1956, per la rai, realizza l\u2019importante e fortunata inchiesta televisiva <i>Viaggio lungo la valle del Po alla ricerca dei cibi genuini<\/i>.<\/p>","post_title":"Mario Soldati","post_excerpt":"","post_status":"publish","comment_status":"closed","ping_status":"closed","post_password":"","post_name":"mario-soldati","to_ping":"","pinged":"","post_modified":"2019-04-09 10:39:31","post_modified_gmt":"2019-04-09 10:39:31","post_content_filtered":"","post_parent":0,"guid":"http:\/\/internal-pcons-be-fondazione-fr-dev-elb-1449244171.eu-west-1.elb.amazonaws.com\/?post_type=autori&#038;p=444","menu_order":0,"post_type":"autori","post_mime_type":"","comment_count":"0","filter":"raw"}],"custom_sticky":false,"riassunto":"","composizione_articolo":[{"acf_fc_layout":"composizione_articolo_testo","composizione_articolo_testo_testo":"<p>Non mi ero mai occupato di mostre, n\u00e9 mai avevo pensato che un giorno mi sarei occupato di mostre. Perci\u00f2, quando fui chiamato a Torino dal Comitato di Italia \u201961 per fare la Mostra delle Regioni, pensai che dovevo, prima di tutto, <em>imparare a farla<\/em>.<\/p>\n<p>Questo, a ben guardare, accade sempre: anzi, il grande pittore, il grande poeta, il grande artista \u00e8 proprio chi, ogni volta, di fronte alla sua ispirazione, si sente zero. Per lui, l\u2019ispirazione \u00e8 un fatto cos\u00ec importante che egli deve, ogni volta, rimettere tutto in discussione: dimenticare ci\u00f2 che sa, e rifare ogni cosa da capo.<\/p>\n<p>Ma, evidentemente, queste sono le ignoranze sublimi, gli impeti che distruggono e ricreano, dei grandi: i quali dimenticano e poi <em>riimparano<\/em>, ogni volta, tutto ci\u00f2 che sapevano: in modo che l\u2019opera \u00e8 sempre fresca, genuina, come priva di cultura e di memoria, mentre invece ne \u00e8 satura.<\/p>\n<p>Non si trattava di questo. Molto pi\u00f9 semplicemente, c\u2019era tutta una tecnica, e c\u2019era un complesso di fenomeni non artistici, ma organizzativi, ma finanziari, ma sociali, che dovevano essere analizzati e sfruttati e ordinati per arrivare a questa Mostra. E della tecnica vera e propria della Mostra, e di tutti questi fenomeni che possiamo chiamare collettivi, organizzativi, ero assolutamente digiuno.<\/p>\n<p>Quindi, mentre facevo la Mostra, dovevo imparare a farla.<\/p>\n<p>Purtroppo, per\u00f2, una mostra non \u00e8 come un romanzo: che un autore pu\u00f2 scrivere e riscrivere quante volte gli pare. Una mostra non \u00e8 un\u2019opera d\u2019arte. \u00c8 un\u2019opera di divulgazione, alla quale concorrono tante arti, forse tutte le arti.<\/p>\n<p>E qui, se dobbiamo essere sinceri, la mostra, l\u2019esposizione, come la si intendeva una volta, \u00e8 cosa morta: finita.<\/p>\n<p>Altri mezzi, dalla televisione al cinema, alla enorme diffusione dei quotidiani e dei rotocalchi, rendono assurde mostre ed esposizioni, come le si intendevano una volta.<\/p>\n<p>Due sono i tipi di mostre od esposizioni, che ancora funzionano:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ul>\n<li>mostre particolari e limitate: da quelle delle opere di un grande pittore, o di un secolo di pittura in una data nazione, a quelle del salone dell\u2019automobile o della tecnica;<\/li>\n<li>immani complessi espositivi e celebrativi: che comprendono delle mostre, s\u00ec: ma il loro vero senso e carattere non \u00e8 dato dalle mostre, del resto cos\u00ec numerose che nessun visitatore pu\u00f2 vederle tutte sistematicamente, a meno di non dedicarvi un mese della propria vita: il loro vero senso e carattere \u00e8 proprio in questa variet\u00e0, in questa quantit\u00e0, in questo complesso, in questo coacervo di mostre, manifestazioni, spettacoli, divertimenti, concerti, sfilate, trovate di ogni genere: con il risultato finale di un immenso e nobilitato luna-park: un luna-park che si componga, non di giostre e divertimenti, ma di spettacoli in gran parte immobili, e, almeno nelle intenzioni, non soltanto piacevoli \u2013 ma soprattutto utili, seri, istruttivi.<\/li>\n<\/ul>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019Esposizione di Torino apparteneva a questo secondo genere di mostre: colossali, turistiche, e istruttive.<\/p>\n<p>La prima cosa che ho imparato \u00e8 stata questa: che, a differenza di un film o di una trasmissione televisiva, una mostra di questo tipo non pu\u00f2 essere fatta da un uomo solo.<\/p>\n<p>Intendiamoci: anche in un film, anche in una trasmissione televisiva, c\u2019\u00e8 bisogno di collaboratori. Ma, prima di tutto, sono in numero infinitamente minore: cinquanta, al massimo, quelli di un film normale; quindici, o venti, quelli di una trasmissione.<\/p>\n<p>I collaboratori di una mostra come questa sono centinaia e centinaia. Io solo, per esempio, come direttore della Mostra delle Regioni, ho dovuto trattare almeno con un migliaio di collaboratori. Quindi, una mostra come questa non pu\u00f2 essere fatta da un uomo solo, e sfugge al suo controllo assoluto ed esclusivo.<\/p>\n<p>Altro elemento, che concorre a sottrarre al dominio di una persona sola una grande esposizione, \u00e8 il fatto finanziario. Anche qui, non si tratta dei capitali necessari a produrre un film normale: ma molto di pi\u00f9.<\/p>\n<p>Poi, la variet\u00e0 delle tecniche necessarie: alcune delle quali, come per esempio la costruzione di un padiglione destinato a rimanere, non pu\u00f2 essere appresa con un\u2019infarinatura, n\u00e9 giudicata col solo gusto, come un effetto scenografico sottoposto all\u2019approvazione di un regista di teatro o di cinema: ma bisogna essere dei veri esperti, dei costruttori, degli architetti, per giudicarle.<\/p>\n<p>Infine, la molteplicit\u00e0 degli enti interessati alla mostra. In questo caso, era la Mostra delle Regioni. Era una manifestazione pensata nel clima delle autonomie regionali. Sarebbe stato ridicolo non lasciare che ciascuna regione facesse, in definitiva, quello che meglio credeva. Il compito di un direttore era limitato a suggerire, sorvegliare, aiutare, evitare che avvenissero raddoppi, e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>A questo proposito, \u00e8 parso strano a qualcuno che il primo centenario dell\u2019Unit\u00e0 italiana fosse celebrato anche con una Mostra delle Regioni: con la esaltazione, cio\u00e8, di forme di vita associata, di tradizioni, di ricordi, di residui tecnici e culturali la cui funzione precipua sarebbe, invece, quella di negare l\u2019unit\u00e0, o, comunque, di contraddire all\u2019unit\u00e0.<\/p>\n<p>Niente di pi\u00f9 sbagliato.<\/p>\n<p>Ma, perch\u00e9 questo sbaglio sia chiaro a tutti, \u00e8 necessario, prima, stabilire che cosa significhi una \u00abunit\u00e0 nazionale\u00bb; o, meglio, quale genere di unit\u00e0 sia veramente profittevole alle nazioni.<\/p>\n<p>Facciamo un paragone. Pensiamo alla famiglia. Ogni nazione non \u00e8, forse, un\u2019immensa famiglia?<\/p>\n<p>Del resto, noi non possiamo figurarci una nazione se non cos\u00ec. Il numero degli individui singoli che compongono, tutti insieme, una grande nazione, supera qualunque nostra possibilit\u00e0 di conoscenza concreta, la trascende infinitamente: nessun francese pu\u00f2 conoscere tutti gli altri francesi; nessun inglese tutti gli altri inglesi; nessun italiano tutti gli altri italiani.<\/p>\n<p>L\u2019unico modo, quindi, di sfuggire a una facile falsit\u00e0 e di rifiutare una immagine astratta della propria nazione \u00e8 quella di paragonarla, come dicevamo, a una famiglia: a una famiglia estesissima, innumerevole.<\/p>\n<p>E allora riflettiamo. Fra le famiglie di nostra conoscenza, noi ne contiamo alcune che, apparentemente, sono molto unite: i loro membri si assomigliano, vanno d\u2019accordo, fanno lo stesso mestiere, hanno lo stesso carattere, gli stessi interessi, ecc. Non litigano mai. Una pace mortale, una noiosissima requie; una desolata e grigia obbedienza ai medesimi principi; la freddezza di un affetto obbligato; e, magari, un sordo odio nascosto.<\/p>\n<p>Famiglie unite, certo: ma antipatiche; ma, soprattutto, senza vita e senza avvenire.<\/p>\n<p>All\u2019opposto, conosciamo famiglie dove padre e madre, figli e figlie tra di loro e verso i genitori, sono in perpetuo contrasto, in una guerra senza tregua: nessuno assomiglia all\u2019altro, ciascuno ha le proprie idee su ogni argomento, ciascuno la propria libert\u00e0, ciascuno la propria vita. Discussioni, dunque, contraddizioni, emulazioni, esasperate affermazioni di individualit\u00e0, lotte continue: che per\u00f2, stranamente, sottintendono uno strabocchevole e vicendevole affetto, tanto pi\u00f9 sincero ed efficace quanto pi\u00f9 inconscio e, a volte, perfino scambiato per avversione.<\/p>\n<p>Queste, le famiglie che noi amiamo: le famiglie i cui membri possono essere chiamati a grandi imprese: le famiglie veramente unite: unite in un\u2019unit\u00e0 operante e viva, profonda, amorosa, e cos\u00ec forte che pu\u00f2 permettersi lo sfogo e la civetteria di qualunque contrasto e di qualunque differenza.<\/p>\n<p>Ed ecco, infatti, la Gran Bretagna e la Svizzera: senza dubbio alcuno, le nazioni pi\u00f9 unitarie del mondo; ma, allo stesso tempo, le nazioni dove la libert\u00e0, le particolarit\u00e0, le tradizioni regionali, cantonali e individuali sono maggiormente, vorrei dire pi\u00f9 spavaldamente, difese.<\/p>\n<p>S\u00ec, noi crediamo che, dopo un secolo di necessaria unificazione burocratica, e senza pi\u00f9 paura, ormai, di assurdi e impensabili separatismi, il segreto dell\u2019avvenire italiano sia proprio nella forza delle autonomie regionali: autonomie a cui ci destina naturalmente la grande variet\u00e0 di tutto ci\u00f2 che ci concerne: clima, paesaggio, formazioni etniche, vicende storiche.<\/p>\n<p>Dicono che l\u2019Italia sia il paese pi\u00f9 bello del mondo. Se ci\u00f2 \u00e8 vero, il merito \u00e8 della sua enorme variet\u00e0 in rapporto alle dimensioni dell\u2019area. C\u2019\u00e8 pi\u00f9 diversit\u00e0 tra Bologna e Ferrara a 50 chilometri l\u2019una dall\u2019altra, che non tra Boston e San Francisco, a 5000.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 vari, e quindi pi\u00f9 vivi: a patto, naturalmente, che si vada d\u2019accordo su alcuni motivi fondamentali: che si sia liberi e indipendenti: e che non permettiamo a nessuno, n\u00e9 forestiero n\u00e9 italiano, di sfruttare questa nostra meravigliosa variet\u00e0 per indebolirci e per opprimerci.<\/p>\n<p>In altre parole, ormai che la nostra unit\u00e0 politica \u00e8 fatta, dobbiamo dedicarci a sanare le piaghe dei nostri squilibri: risolvere i problemi del Mezzogiorno; compiere davvero la trasformazione della nostra economia, da agricola ad industriale; creare davvero una scuola per tutti almeno fino a 14 anni.<\/p>\n<p>Sono questioni una connessa con l\u2019altra, e certamente devono essere affrontate \u00abunitariamente\u00bb. Ma un\u2019unit\u00e0 vera e viva, abbiamo visto, non soltanto non \u00e8 contraria all\u2019autonomia delle parti che la compongono: anzi, giova all\u2019autonomia e dell\u2019autonomia si giova.<\/p>\n<p>Soltanto nell\u2019autonomia, e cio\u00e8 nella conoscenza e nel rispetto reciproco di regione e regione, e nel vicendevole aiuto di ciascuna per tutte, sar\u00e0 raggiunta la vera unit\u00e0 italiana e saranno risolti tutti i problemi.<\/p>\n<p>Cos\u00ec l\u2019affetto e l\u2019unione di quelle famiglie, che dicevamo, nasce proprio dalle differenze, dalle libert\u00e0, e perfino dai contrasti dei singoli individui.<\/p>\n<p>Quanto amore, e quanti matrimoni tra meridionali e settentrionali, in Italia, sono la conseguenza della diversit\u00e0 etnica e la fatale, inevitabile conclusione di un contrasto, perfino di un odio iniziale!<\/p>\n<p>Mogli e buoi, dei paesi tuoi: un proverbio, come molti altri proverbi, volto pi\u00f9 al passato e alla morte che non all\u2019avvenire e alla vita. L\u2019istinto amoroso ci dice il contrario: ci spinge verso creature ignote e straniere, comunque diverse da noi.<\/p>\n<p>E non posso, qui, fare a meno di ricordare una frase&#8230; una frase, una delle infinite verit\u00e0 che il padre Teilhard de Chardin ha scoperto e pubblicato nel suo volume <em>Il fenomeno umano<\/em>, volume che non \u00e8 ancora stato pubblicato in Italia, in italiano, ma che \u00e8 la nuova Summa del nostro nuovo Aquinate.<\/p>\n<p>Ecco la frase del P. Teilhard, che ci riguarda, e che ho voluto usare come motto in ogni pubblicazione della Mostra: \u00abIn tutti i campi \u2013 si tratti delle cellule di un corpo, o delle parti di una societ\u00e0, o degli elementi di una sintesi spirituale \u2013 l\u2019unione favorisce ed esalta le variet\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p>Il P. Teilhard \u00e8 il filosofo del giorno d\u2019oggi. Tanto \u00e8 vero che, prima di essere filosofo, egli fu uno scienziato. Grande biologo, paleontologo, naturalista. Anzi, la sua filosofia non \u00e8 che scienza portata alle estreme conseguenze. Questa \u00e8 la grande novit\u00e0 del P. Teilhard. Dopo Copernico, fino a lui, scienza e fede erano sempre divise: in contrasto o in accordo, secondo le teorie e gli uomini, ma sempre divise. Col Teilhard, scienza e fede, finalmente, tornano a essere, di nuovo, come prima di Copernico, una cosa sola.<\/p>\n<p>Questo non c\u2019entra con la Mostra delle Regioni, e con quello che ho imparato lavorando alla Mostra delle Regioni?<\/p>\n<p>C\u2019entra, e come. Posso dire che, facendo tre volte il giro d\u2019Italia e visitando tre volte tutte le regioni italiane, oltre a confortarmi nelle mie idee autonomistiche, ho toccato con mano la grande verit\u00e0 autonomistica del Teilhard: verit\u00e0 che si riferisce alle regioni, ma anche agli uomini, a ogni singolo individuo: e che risolve (risolve teoricamente, si capisce: per la soluzione pratica, il Teilhard stesso prevede qualche secolo: \u00e8 necessario parlare di secoli, appena non si scinde pi\u00f9 tra scienza e fede), risolve teoricamente il dissidio, che a molti pare insanabile, e che comunque \u00e8 terribile, forse il pi\u00f9 grave problema del mondo moderno, il dissidio tra giustizia e libert\u00e0: tra l\u2019eguaglianza delle possibilit\u00e0 e del benessere per tutti gli uomini della Terra, e la libert\u00e0, per ciascuno di essi, di fare ci\u00f2 che vuole. E si capisce che l\u2019autonomia regionale sia, con l\u2019occhio a questo problema, importantissima: l\u2019autonomia regionale \u00e8, semplicemente, il primo gradino verso questa immensa e infinita libert\u00e0 individuale, il primo passo di questa marcia. L\u2019unit\u00e0, nel caso nostro l\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia, non si discute pi\u00f9: \u00e8, per adoperare una parola di moda, una forza di convergenza: \u00e8 il minimo comune denominatore di tutte le autonomie, le quali non si sentono menomate, o almeno non dovrebbero sentirsi menomate per il fatto di appartenere all\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia: anzi, presto le autonomie capiranno e constateranno che questa unit\u00e0 \u00e8 la loro massima garanzia (pensiamo, di nuovo, alla Confederazione Elvetica e alla Gran Bretagna) ed \u00e8, al tempo stesso, l\u2019unico campo, l\u2019unico modo che esse hanno per prosperare. Immaginatevi una Svizzera smembrata tra Italia, Francia e Germania, secondo le lingue: ebbene, dove finirebbero le autonomie? le antiche tradizioni? gli usi, i costumi, le libert\u00e0 spicciole e innumerevoli e variatissime, di cui godono i cittadini di ogni cantone?<\/p>\n<p>Cos\u00ec per tutte le nazioni, e per le regioni di tutte le nazioni nell\u2019unit\u00e0 degli Stati Uniti d\u2019Europa: anch\u2019essa, speriamo, non troppo lontana.<\/p>\n<p>E cos\u00ec, per tutti gli uomini, per tutti gli individui uomini, in questo grande stato unitario della Terra intera: a cui gradatamente, ma fatalmente, e con una velocit\u00e0 forse molto pi\u00f9 grande di quanto molti non credano, ci avviciniamo. Non vedete che tutto concorda? Che tutto va in questo senso? Oggi, si pu\u00f2 dire che tutti gli uomini comunicano gli uni con gli altri.<\/p>\n<p>E le grandi divisioni in blocchi contrapposti? Anche questo \u00e8 un segno che camminiamo verso l\u2019unit\u00e0 dei popoli della terra: \u00e8 pi\u00f9 facile unire due parti gi\u00e0 unite che mille parti frazionate, disperse, anarchiche, una ignota all\u2019altra.<\/p>\n<p>Infine, sarebbe qui troppo lungo, e anche troppo difficile per me, spiegare la stupenda e consolante nuova teoria di Teilhard de Chardin: ma posso ripetere un paragone, che ricordo bene, e che, spero, risulter\u00e0 chiarissimo.<\/p>\n<p>Gli individui, e i gruppi di individui, che si uniscono in un solo unico organismo, non devono temere per la loro libert\u00e0: non devono credere che la loro libert\u00e0 abbia mai a soffrire di questa progressiva unione con altri individui e gruppi di individui simili a loro: allo stesso modo, dice Teilhard, che le varie circonvoluzioni e le molecole e le cellule nervose che costituiscono, in una unit\u00e0 inscindibile, il cervello umano, non potranno mai, ciascuna per suo conto, lagnarsi di questa avvenuta unione, non potranno mai pensare che questa unione abbia, in qualche modo, diminuito la loro libert\u00e0: perch\u00e9 il massimo, il pi\u00f9 alto, il pi\u00f9 sfrenato possibile impiego della libert\u00e0 di ogni circonvoluzione, di ogni molecola, di ogni cellula, la massima possibile utilizzazione della forza e della libert\u00e0 vitale di ognuna, consisteva appunto nel fatto di appartenere a un unico cervello umano.<\/p>\n<p>Perci\u00f2, dice Teilhard, nulla di pi\u00f9 sbagliato che immaginare l\u2019avvenire, a forza di eguaglianza e di pianificazione, come un Gran Tutto dove gocce d\u2019acqua e grani di sale si sciolgono come in un mare. Al contrario. \u00c8 ormai provato, e ammesso da tutti gli scienziati, anche dai pi\u00f9 materialisti e dai pi\u00f9 agnostici, che il mondo va verso un continuo aumento della coscienza individuale: un continuo aumento, cio\u00e8, della personalit\u00e0. Ma, nel mondo, tutto \u00e8 <em>centrato<\/em>: tutto si muove e tutto gira intorno a un centro: e una coscienza, ogni coscienza, \u00e8 tanto pi\u00f9 se stessa, si muove tanto di pi\u00f9, si sente tanto pi\u00f9 libera, quanto pi\u00f9 \u00e8 <em>centrata<\/em>: cio\u00e8 quanto pi\u00f9 converge verso un solo centro, operazione che \u00e8 compiuta, nel frattempo, da tutte le altre coscienze.<\/p>\n<p>I grani di coscienza, insomma, le coscienze degli individui e dei gruppi di individui, convergendo intorno a questo centro progressivamente, non tendono mai a perdere i propri contorni e a mescolarsi: al contrario, accentuano la profondit\u00e0 e l\u2019incomunicabilit\u00e0 del loro <em>ego<\/em>. Pi\u00f9 diventano, tutti insieme, un solo organismo, e pi\u00f9 trovano se stessi.<\/p>\n<p>In qualunque insieme organizzato, le parti si perfezionano e si finiscono. Non potrebbe avvenire diversamente: perch\u00e9 un centro \u2013 un CENTRO \u2013 non dissolve mai. E la sola immagine, sono parole del Padre Teilhard: \u00ab&#8230;la sola immagine con cui noi possiamo figurarci, e cercare di esprimere esattamente lo stato finale di un mondo, che \u00e8 sulla strada di concentrarsi psichicamente, \u00e8 un sistema la cui unit\u00e0 coincida con un parossismo di complessit\u00e0 armonizzata\u00bb.<\/p>\n<p>E la direzione di questa evoluzione, il moto della civilt\u00e0 e della storia, che cos\u2019\u00e8?<\/p>\n<p>\u00c8 la cosa pi\u00f9 essenziale, fisicamente, nell\u2019astro che ci porta. \u00c8 lo spirito stesso. \u00c8 la vita. Basta studiare la zoologia per comprenderlo: da un genere zoologico all\u2019altro, <em>qualche cosa passa e cresce, a grandi scatti, a grandi ondate, senza mai fermarsi, sempre nella stessa direzione<\/em>.<\/p>\n<p>Allo stesso modo che, viaggiando in tutta l\u2019Italia per organizzare l\u2019esposizione dei diciannove padiglioni regionali, mi sono reso conto sempre pi\u00f9 e sempre meglio di queste supreme verit\u00e0 a cui \u00e8 giunto il genio di Teilhard, paragonabili soltanto alle verit\u00e0 scoperte da Copernico e da Galileo, ma superiori perch\u00e9, come dicevo, identificano la scienza con la fede, le leggi fisiche con un principio spirituale: allo stesso modo, nell\u2019organizzare un \u00abpadiglione unitario \u00bb che illustrasse al pubblico i primi cento anni della nostra unit\u00e0 politica, posso dire di aver fatto, in me stesso, la profonda esperienza dell\u2019insegnamento di Henri Bergson, il filosofo francese che, senza dubbio, \u00e8 il maestro di Teilhard, o almeno di Teilhard filosofo.<\/p>\n<p>Anche qui, ho imparato, facendo la mostra, molto pi\u00f9 che leggendo nei libri. Perch\u00e9 ho messo alla prova la bont\u00e0 di quelle teorie. E se, per i diciannove padiglioni, \u00e8 stato un viaggio, anzi sono stati tre viaggi in tutta Italia, per il padiglione unitario \u00e8 stato un viaggio attraverso il tempo: da oggi fino al 1861, un viaggio attraverso un secolo: e attraverso tutto ci\u00f2 che poteva documentare un secolo di storia italiana: scritti, libri, ricordi, cimeli, relazioni, studi, immagini, pitture, disegni, architetture, tutto.<\/p>\n<p>Che cos\u2019\u00e8, infatti, la civilt\u00e0, se non un fenomeno della memoria? Che cos\u2019\u00e8 l\u2019educazione di un uomo, se non il ricordo dell\u2019esperienza dei padri, degli avi, di tutti coloro che l\u2019hanno preceduto su questa Terra? E che cos\u2019\u00e8 una nazione, dunque, se non la sua storia?<\/p>\n<p>Queste domande, prima di qualunque altra, ci siamo posti, naturalmente, quando abbiamo accettato il compito di commemorare il primo centenario dell\u2019Unit\u00e0 politica italiana: e di commemorarlo non soltanto con la Mostra delle Regioni in 19 padiglioni regionali, ma anche con un padiglione che doveva, in qualche modo, rappresentare al visitatore questi primi cento anni, e che perci\u00f2 \u00e8 stato detto \u00abunitario\u00bb.<\/p>\n<p>Infinite soluzioni erano davanti a noi. Ma fu subito chiaro che potevamo ridurle a due grandi gruppi: il primo gruppo comprendeva tutti i sistemi di divisione <em>secondo gli<\/em> <em>argomenti<\/em>, cio\u00e8 politica, arte, forze armate, sport, e via dicendo; il secondo gruppo, invece, comprendeva qualunque metodo di divisione <em>secondo il tempo<\/em>, cio\u00e8 anni, lustri, decenni, ventenni, o anche periodi, pi\u00f9 o meno lunghi, delimitati, pi\u00f9 o meno artificialmente, da alcuni fondamentali eventi.<\/p>\n<p>Dopo lungo esitare, ci rendemmo conto che sarebbe stato uno sbaglio volere assolutamente scegliere per l\u2019uno o per l\u2019altro sistema: perch\u00e9 la realt\u00e0 della storia consisteva appunto nell\u2019intrecciarsi continuo del tempo e delle idee; nel peso crescente, di ogni anno e di ogni giorno di questo secolo, su ciascuna idea; nel ricordo sempre meno esiguo, nella coscienza sempre meno superficiale, dal 1861 al 1961, che gli italiani ebbero dell\u2019Italia.<\/p>\n<p>In altre parole, capimmo che se non volevamo contentarci di una cronaca spicciola, minuta, miope, e rinunciare perci\u00f2 a qualsiasi giudizio, bisognava affrontare una divisione della materia in argomenti: ma che bisognava anche, ad ogni costo, evitare che il visitatore rifacesse il percorso del secolo quindici o venti volte, quanti sono gli argomenti: bisognava costringere queste gabbie in una gabbia pi\u00f9 grande: bisognava sovrapporre in qualche modo la presenza del tempo a tutte le altre presenze.<\/p>\n<p>Trovammo, allora, che anche gli argomenti potevano essere divisi in due grandi classi.<\/p>\n<p>Da una parte, i fenomeni della <em>vita istituzionale<\/em>, come la scuola, il giornalismo, le forze armate, la politica, la formazione della citt\u00e0 capitale: tutti i fenomeni, cio\u00e8, che strettamente dipendevano dall\u2019unit\u00e0 politica e che, quindi, prima del 1861, non potevano essere studiati insieme.<\/p>\n<p>Dall\u2019altra parte, invece, i fenomeni della <em>vita tecnica e culturale<\/em>: arte, spettacolo, sport, economia, comunicazioni, ecc.; campi nei quali l\u2019Italia era unita, o tendeva all\u2019unit\u00e0, da secoli, cio\u00e8 almeno dall\u2019epoca dei Comuni.<\/p>\n<p>Fu cos\u00ec immaginato un doppio percorso. E, perch\u00e9 nemmeno questo raddoppio generasse fastidio, fu immaginato che la direzione di ciascuna delle due parti fosse inversa; risalendo la vita istituzionale dal presente verso il passato, e dal passato verso il presente quella tecnica e culturale: e convergendo cos\u00ec, tutte e due, verso l\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia cantata da Dante e Petrarca e profetata da Machiavelli, unit\u00e0 antichissima e profonda, che doveva pure avere il suo spazio e la sua rappresentazione oltre la storia di questi ultimi cento anni, perch\u00e9 ne \u00e8 la causa e ne \u00e8 la condizione.<\/p>\n<p>In ogni caso, dunque, si cominciava a risalire dal presente verso il passato.<\/p>\n<p>Ma non \u00e8 forse questa, proprio questa e non l\u2019opposta, la maniera pi\u00f9 naturale di sfogliare un pacco di vecchie lettere e fotografie, che abbiamo accumulato, a poco a poco, l\u2019una sull\u2019altra, stagione per stagione, anno per anno, in una scatola inutile, o in fondo al cassetto pi\u00f9 lontano della scrivania?<\/p>\n<p>Fotografie, fotografie: come un vecchio album di famiglia, appunto. Fotografie; piatte e scolorite, ormai, come i nostri ricordi. Ma che, a gran torto, noi crediamo inutili; mentre sono, invece, tutta la nostra ricchezza: il simbolo di ci\u00f2 che ci fa vivi, oggi.<\/p>\n<p>\u00c8 proprio per prendere coscienza della nostra vita attuale, che noi abbiamo sfogliato questo vecchio e immenso album di famiglia.<\/p>\n<p>Quanti nomi, perduti o quasi perduti, sono tornati a noi! Quanti di questi nomi hanno preso una figura, una fisionomia! E i visitatori pi\u00f9 giovani, possibile che non si siano fermati, non si siano incuriositi, non abbiano riflettuto che la vita di ieri non era meno vigorosa della nostra n\u00e9 meno degna di essere vissuta, se non altro perch\u00e9 senza di lei la nostra non sarebbe stata? Possibile che non abbiano capito, come i problemi degli italiani di oggi, quei problemi che, molte volte, sembrano misteriosi e lontani da ogni soluzione, sono, identici, i problemi degli italiani di ieri e di ieri l\u2019altro?<\/p>\n<p>Oh, ma certo: abbiamo pensato, soprattutto e contro tutto, di commemorare i primi cento anni di unit\u00e0 con una esposizione <em>istruttiva<\/em>: perch\u00e9 noi siamo sicuri che i giovani vogliono, contro tutto e soprattutto, <em>sapere<\/em>: e che il nostro primo dovere \u00e8 quello di informarli.<\/p>\n<p>Infatti, il mondo cambia e progredisce soltanto perch\u00e9 il cervello umano \u00e8 <em>capace di<\/em> <em>ricordare<\/em>.<\/p>\n<p>Il tempo non \u00e8 una quantit\u00e0 omogenea, come tanti chicchi di riso o tanti grani di un rosario. Questa \u00e8 la grande lezione di Bergson: l\u2019esame qualitativo del tempo. Un anno, un giorno, un\u2019ora, un minuto, un secondo non sono mai identici al secondo, al minuto, all\u2019ora, al giorno, all\u2019anno precedenti. Ogni attimo che passa \u00e8 sempre pi\u00f9 ricco, pi\u00f9 vivo, pi\u00f9 forte, pi\u00f9 pesante dell\u2019attimo precedente: perch\u00e9 contiene, racchiude non soltanto se stesso, ma anche la memoria, tutta la memoria possibile, dell\u2019attimo precedente e di tutti gli attimi passati, fino a quello, lontanissimo, in cui cominci\u00f2 il tempo, ossia la memoria.<\/p>\n<p>Se tutto questo \u00e8 vero, nessun contributo al progresso civile della nostra Patria \u00e8 pi\u00f9 forte e pi\u00f9 proficuo degli studi storici, di una documentazione storica spicciola e viva, di una educazione storica estesa a tutti i cittadini senza distinzione, di un\u2019istruzione storica che non si lasci sfuggire nessuna occasione larghissimamente informativa e divulgativa, come pu\u00f2 essere stata questa della Mostra di Torino. Abbiamo un esempio, a questo proposito: un esempio doloroso, ma che sembra quasi inventato apposta affinch\u00e9 noi comprendiamo, senza pi\u00f9 dubbi, e con una chiarezza folgorante, l\u2019importanza della storia e della memoria: abbiamo l\u2019esempio degli zingari.<\/p>\n<p>Questo popolo strano, fermo, immobile attraverso i secoli e il suo vagabondare: quasi atrofizzato: questo popolo senza memoria e senza storia, o con una memoria e una storia cos\u00ec lontane, e cos\u00ec immobili, che sono diventate una religione, un complesso di superstizioni e di riti il cui significato \u00e8 incomprensibile agli zingari stessi; questo popolo che non evolve perch\u00e9 non ricorda, ma soltanto venera ed esorcizza, questo popolo, immagine spaventosa di involuzione e di morte; questo popolo, che pur amiamo e che vorremmo recuperare alla vita, alla storia, e che un giorno, certamente, recupereremo: ma che, intanto, non possiamo non prendere ad esempio di tutto quanto dobbiamo evitare.<\/p>\n<p>Questo popolo non crede nella storia e non crede nella societ\u00e0. Non crede negli altri, si pensa staccato e dannato, o staccato e benedetto, ma comunque diverso e staccato, non partecipe: e considera gli altri, il mondo, semplicemente come dei mezzi da sfruttare, con cinica disinvoltura.<\/p>\n<p>Questo popolo non crede nella cultura: se non, eventualmente, come uno strumento per far quattrini.<\/p>\n<p>Questo popolo disperato e chiuso meriterebbe di essere studiato a fondo, con seriet\u00e0 scientifica, con indagine implacabile. Sono sicuro che vi troveremmo, esemplati, indicati con infallibile precisione, tutti i difetti, le storture, le pigrizie, le compiacenze, i guai che ritardano i popoli della Terra, anche i pi\u00f9 moderni, anche il nostro, sul cammino dell\u2019evoluzione.<\/p>\n<p>Troveremmo negli zingari l\u2019esempio, e quasi il paradigma, di quell\u2019egoismo, di quella chiusura in clan e in se stessi, di quell\u2019immobilismo, di quel rifuggire dal moto naturale dell\u2019evoluzione: moto che converge verso un centro unitario, e, cos\u00ec facendo, esalta la personalit\u00e0 di ogni punto proprio nella ricerca continua e sempre pi\u00f9 viva di quel centro.<\/p>\n<p>Ecco che la memoria, come la vera unit\u00e0 e la vera autonomia, rientrano in questo concetto dell\u2019evoluzione illustrato dal Bergson e dal Teilhard.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-3526 aligncenter\" src=\"https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/12125509\/RP_1961_6_Promemoria-italiano_001.webp\" alt=\"\" width=\"788\" height=\"500\" srcset=\"https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/12125509\/RP_1961_6_Promemoria-italiano_001.webp 788w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/12125509\/RP_1961_6_Promemoria-italiano_001-300x190.webp 300w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/12125509\/RP_1961_6_Promemoria-italiano_001-768x487.webp 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 788px) 100vw, 788px\" \/><\/p>\n"}]},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/selezione_antologica\/3525","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/selezione_antologica"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/selezione_antologica"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/3527"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3525"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=3525"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=3525"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}