{"id":3451,"date":"2026-06-11T13:02:04","date_gmt":"2026-06-11T13:02:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/?post_type=selezione_antologica&#038;p=3451"},"modified":"2026-06-11T13:02:04","modified_gmt":"2026-06-11T13:02:04","slug":"il-fantasma-nerazzurro","status":"publish","type":"selezione_antologica","link":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/selezione_antologica\/il-fantasma-nerazzurro\/","title":{"rendered":"Il fantasma nerazzurro"},"content":{"rendered":"","protected":false},"excerpt":{"rendered":"","protected":false},"featured_media":3453,"template":"","categories":[],"tags":[18],"class_list":["post-3451","selezione_antologica","type-selezione_antologica","status-publish","has-post-thumbnail","hentry","tag-sport"],"acf":{"edizione":"N\u00b0 5-6, 1964","autore":[{"ID":464,"post_author":"1","post_date":"2019-04-09 10:49:43","post_date_gmt":"2019-04-09 10:49:43","post_content":"Poeta e scrittore (1913-1983). Dopo la laurea con Antonio Banfi, viene arruolato nel 1939 e fatto prigioniero in Nordafrica dal 1943 al 1945. Agli anni di prigionia dedicher\u00e0 la silloge <em>Diario di Algeria<\/em> (1947). Assunto in Pirelli dall\u2019Ufficio stampa e propaganda, collabora alla Rivista Pirelli con l\u2019amico Leonardo Sinisgalli. Nel 1958 assume la direzione editoriale di Mondadori, per cui diriger\u00e0 anche la prestigiosa collana I Meridiani. Traduttore di Ren\u00e9 Char, William Carlos Williams e Paul Val\u00e9ry, nel 1982 vince il premio Bagutta per <em>Il musicante di Saint-Merry<\/em>. \u00c8 autore di diversi libri di prosa e contributi apparsi su testate e riviste letterarie come \u00abNuovi Argomenti\u00bb, \u00abaut aut\u00bb, \u00abIl Menab\u00f2\u00bb.","post_title":"Vittorio Sereni","post_excerpt":"","post_status":"publish","comment_status":"closed","ping_status":"closed","post_password":"","post_name":"vittorio-sereni","to_ping":"","pinged":"","post_modified":"2019-04-09 10:49:43","post_modified_gmt":"2019-04-09 10:49:43","post_content_filtered":"","post_parent":0,"guid":"http:\/\/internal-pcons-be-fondazione-fr-dev-elb-1449244171.eu-west-1.elb.amazonaws.com\/?post_type=autori&#038;p=464","menu_order":0,"post_type":"autori","post_mime_type":"","comment_count":"0","filter":"raw"}],"custom_sticky":false,"riassunto":"","composizione_articolo":[{"acf_fc_layout":"composizione_articolo_testo","composizione_articolo_testo_testo":"<p><strong>Come fa uno che scrive, che ha letto certi libri, un \u00abintellettuale\u00bb, ad appassionarsi, a prendere sul serio la partita della domenica e il campionato e i campioni del pallone? Abbiamo posto questa domanda a Vittorio Sereni. Ecco la sua risposta<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>Io qui sarei dunque incaricato di prendere le parti dell\u2019Inter o piuttosto di giustificare la coloritura nerazzurra di una parte dei miei pensieri e sentimenti. \u00c8 un discorso non dir\u00f2 pi\u00f9 difficile, ma certo pi\u00f9 complesso che non si creda. Mi accorgo che \u00e8 diverso da quello che si sarebbe potuto fare nel \u201936 o nel \u201954 o ancora nel \u201960; e non solo perch\u00e9 io sono cambiato e la squadra \u00e8 cambiata e i1 gioco, in generale, \u00e8 cambiato; ma, pi\u00f9 generalmente ancora, perch\u00e9 \u00e8 cambiato il rapporto del fenomeno con noi, pubblico e nazione. [&#8230;]<\/p>\n<p>Oggi mi pare di poter osservare in me uno sdoppiamento tra considerazioni obiettive sulle vicende calcistiche \u2013 e su quelle della squadra del cuore in particolare: con un senso di distacco progressivo che in certi momenti sfiora la totale indifferenza \u2013 e il fantasma nerazzurro che mi accompagna dai tempi in cui non avevo occhi che per il \u00abPeppino nazionale\u00bb \u2013 al secolo Giuseppe Meazza. (In quanto a Ziz\u00ec o Cevenini iii, quello appartiene alla mia preistoria calcistica; del resto a quei tempi il mio cuore era per il Genoa e, in esso, per De Pr\u00e0, portiere anche della nazionale \u2013 da notare l\u2019identit\u00e0 delle due predilezioni, allora fondate quasi esclusivamente su un uomo, la qual cosa oggi non si ripete per me, tolto un debole, spiccato ma non determinante, per Giuliano Sarti, l\u2019odierno portiere dell\u2019Inter). Lo sdoppiamento di cui parlo s\u2019\u00e8 accentuato con gli anni, ma per carit\u00e0 non \u00e8 il caso di prenderlo come un segno di saggezza, tant\u2019\u00e8 vero che il fantasma mi accompagna sempre e io continuo a penare o gioire per lui proprio come una volta e magari peggio di una volta. Dico \u00abpeggio\u00bb come quando si allude ai sintomi e agli effetti di una \u00abpassione\u00bb, e questa continua ad essere per me una passione reale e a portarne tutti i segni. Solo, a chi si rivolge, chi ha veramente per oggetto, quella passione?<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-3452 alignleft\" src=\"https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/11130113\/RP_1964_05_Il-fantasma-neroazzurro_001.webp\" alt=\"\" width=\"362\" height=\"500\" srcset=\"https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/11130113\/RP_1964_05_Il-fantasma-neroazzurro_001.webp 362w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/11130113\/RP_1964_05_Il-fantasma-neroazzurro_001-217x300.webp 217w\" sizes=\"auto, (max-width: 362px) 100vw, 362px\" \/><\/p>\n<p>Mi \u00e8 capitato spesso di sentirmi rivolgere una domanda come questa: \u00abMa dica un po\u2019, uno come lei, con un certo tipo di interessi, uno che scrive, che ha letto e legge certi libri, un \u201cintellettuale\u201d, come fa ad appassionarsi, a prendere sul serio certe cose? Non ci sar\u00e0 mica un po\u2019 di posa, un vezzo, appunto, da intellettuale? Un\u2019ostentazione, una voglia di differenziarsi dagli altri del suo solito ambiente?\u00bb. So di essere in buona fede rispondendo che queste sono malattie che si prendono da ragazzi: magari passano, e se non passano com\u2019\u00e8 nel mio caso, non c\u2019\u00e8 che da prenderne atto, davvero non \u00e8 un problema e non \u00e8 nemmeno una vergogna.<\/p>\n<p>L\u2019interlocutore di solito scuote il capo, non ci crede, o almeno il dubbio gli rimane. Si capisce, lui quella malattia, da ragazzo, non l\u2019ha presa. C\u2019\u00e8 da sperare che non tiri in ballo la psicanalisi, la sociologia, la civilt\u00e0 di massa, eccetera. Magari io legger\u00f2 con deferenza il saggio che quello eventualmente scriver\u00e0 su questa aberrazione e continuer\u00f2 a fare il tifo, disposto, magari, a tenere per buona la sua diagnosi un\u2019altra volta che sar\u00f2 chiamato a render conto della mia malattia. Come si vede, il discorso sul cosiddetto tifo non si disgiunge da quello pi\u00f9 generale per l\u2019interesse al gioco. Sono di quelli che ritengono che senza tifo non si d\u00e0 reale interesse per il gioco, il tifo essendo essenziale ingrediente dell\u2019interesse. Ma parlando di quello sdoppiamento volevo per caso dire, in parole povere, che l\u2019interesse \u00e8 calato e il tifo \u00e8 rimasto? Come si spiega tutto questo?<\/p>\n<p>A pensarci bene ho continuato per anni a sperare nell\u2019avvento, tra le schiere dell\u2019Inter, di un nuovo Meazza. Questo grandissimo giocatore ha avuto, come si sa, una lunga parabola nella quale c\u2019\u00e8 stato posto per alcune eclissi temporanee pi\u00f9 o meno lunghe, metamorfosi, reincarnazioni, eccetera. Da solo lui era, come si dice, l\u2019Inter. Lo era, naturalmente, nell\u2019immaginazione; e, se poi si dovesse parlare con rigore, questo \u00e8, calcisticamente e tecnicamente parlando, un nonsenso. Del resto si potrebbe fare un ritratto, fino ai peculiari somatici del giocatore interista degli anni trenta: ci si \u00e8 provato il mio amico Giansiro \u2013 milanista, ahim\u00e8, e talmente milanista da coinvolgere nella propria trepidante attenzione anche un po\u2019 della parte avversa: non ci sarebbe il Milan se non ci fosse l\u2019Inter (e reciprocamente, \u00e8 ovvio) e l\u2019amore viscerale per una delle due parti assorbe anche un po\u2019 del suo opposto.<\/p>\n<p>Dunque il tipico esponente interista di allora sarebbe longilineo, biondo con qualche tendenza al fulvo, razionale (cio\u00e8 tanto tecnico da sembrare veloce anche giocando al piccolo trotto), freddo e corretto, cattivo: che non vuol dire soltanto capace di cattiverie vere e proprie dissimulate, in barba all\u2019arbitro, sotto la correttezza apparente, ma soprattutto di soluzioni impreviste, di colpi di mano a gioco ormai spento, di prodezze tanto spietate quanto inattese, esplose a freddo, di quelle che trasformano in dato di fatto inoppugnabile, che fanno <em>essere<\/em> in modo allucinante \u2013 un\u00a0 attimo prima che lo stadio impazzisca \u2013 ci\u00f2 che una determinata fase del gioco pareva escludere come incredibile. Vedo che con queste ultime caratteristiche sto sconfinando in zona Meazza, mentre volevo dire che il ritratto della bella e tipica media interista di allora era da cercare altrove, nei Castellazzi, nei Campatelli, negli Olmi \u2013 biondi e longilinei, la qual cosa non era affatto Meazza: portatori d\u2019acqua di gran livello, dunque, rispetto al mio divo, al quale era riservata la parte dell\u2019invenzione, della punta di diamante, della cattiveria abbagliante e risolutiva rispetto alla cattiveria razionale e funzionale degli altri? \u00c8 cos\u00ec e non \u00e8 cos\u00ec, anche perch\u00e9 Meazza, per via di una di quelle tali metamorfosi ridimensionanti, a un certo punto della sua carriera ha operato una conversione delle sue qualit\u00e0 proprio nel senso dell\u2019aurea media sopra evocata, biondezza e longilineit\u00e0 a parte.<\/p>\n<p>Ma il ricordo ha continuato a filmare nella immaginazione tre o quattro momenti emblematici del Peppino, il repentino cambio di marcia su un allungo in diagonale, la schioppettata da fuori area con la palla che acquista velocit\u00e0 a un certo punto della traiettoria, la \u00abpunizione\u00bb parabolica che sembra alta e si curva improvvisamente (oggi direbbero \u00aba foglia secca\u00bb, ma forse non \u00e8 la stessa cosa) quel tanto che basta per azzeccare l\u2019angolino all\u2019incrocio dei pali (e tutti immobili, giocatori e pubblico, come davanti all\u2019ineluttabile che arriva), la finta che fa sbattere l\u2019uno contro l\u2019altro i due difensori avversari, la palla filtrata in mezzo, ritrovata pi\u00f9 in l\u00e0, il portiere a terra, aggirato, l\u2019entrata in porta quasi al passo, palla al piede&#8230;; e persino certe civetterie di contorno, il doppio salto mortale di gioia \u2013 mi dicono, perch\u00e9 non c\u2019ero \u2013 dopo una rete segnata all\u2019Austria nel \u201931, a San Siro; un ritardo calcolato al Littoriale di Bologna, con le squadre gi\u00e0 quasi schierate, il pubblico inquieto (non c\u2019\u00e8 Meazza, manca Meazza) e lui che sbuca finalmente dal sottopassaggio trotterellando e si ferma ad allacciarsi le stringhe sotto i colpi di fischietto dell\u2019arbitro spazientito&#8230; o ancora, la mischia sotto porta, una palla che spiove alta dal corner, tutti saltano e ricadono, meno lui che sembra sommerso tra le maglie e infine, all\u2019ultimissimo istante utile, lass\u00f9 nel punto pi\u00f9 alto, la testolina fulgida che sbuca dal mucchio e colpisce di taglio, con la fronte, inesorabilmente&#8230;<\/p>\n<p>C\u2019era intorno a Meazza la luce della nazionale o piuttosto era la nazionale a prendere luce da lui? In certe domeniche un po\u2019 morte, all\u2019Arena, quando i vuoti delle gradinate permettevano di spostarsi comodamente gi\u00f9 alle inferriate e di l\u00ec guardare i giocatori fino a coglierne le brevi voci scambiate nel corso del gioco, esortazioni, imprecazioni e altro, e di individuarne la fisionomia vera \u2013 meno vera, di fatto, dal punto di vista normale dello spettatore, per il quale la faccia reale del giocatore \u00e8 quella che si \u00e8 abituati a vedere a distanza, dall\u2019alto delle gradinate \u2013 Meazza era il solo \u2013 cos\u00ec mi pareva \u2013 la cui identit\u00e0 ottica non subiva modifiche sostanziali; e per quanto incolore, a livello \u00abprovinciale\u00bb, risultasse quel giorno la partita, era il solo, qualunque cosa facesse, fosse o no in giorno di vena, a conservare l\u2019impronta evocatrice di altre partite, ad avere su s\u00e9, nel suo gioco, la sigla di ben altri confronti qualitativi, altri campi di gioco, stadio di Colombes, Prater di Vienna o che altro fosse&#8230; Non saprei spiegarmi meglio su questo punto, ma il fascino della nazionale non fu avvertito allora da una buona parte di noi nella direzione che si potrebbe legittimamente pensare, di uno strumento cio\u00e8 di prestigio all\u2019estero e all\u2019insegna dell\u2019orgoglio nazionale, ma piuttosto come uno dei pochi tramiti concessi verso l\u2019esterno, verso il mondo, come uno spiraglio d\u2019aria continentale sul chiuso mondo della penisola.<\/p>\n<p>Allo stesso modo si potrebbe osservare come sia reversibile un\u2019altra opinione corrente: che la passione sportiva e pi\u00f9 propriamente calcistica fosse una specie di oppio propinato o largito dal regime di allora, consapevolmente o meno, per distogliere le folle da altre ben pi\u00f9 serie passioni. Esisteva cio\u00e8 un altro impulso, che veniva per cos\u00ec dire dal basso e faceva cercare energia, vitalit\u00e0 e freschezza l\u00e0 dove ancora ci si illudeva di trovarle \u2013 e gi\u00e0 di tipo diverso da quelle che venivano predicate e dunque in antagonismo, consapevole o meno, con l\u2019atmosfera ufficiale. Che poi tutto questo assorbisse troppo di noi, tanto da perdurare sin qui, in tutt\u2019altra atmosfera e con altri caratteri, \u00e8 un altro discorso. Altro discorso ancora che il fenomeno non solo abbia ripreso vigore ma si sia dilatato fino alle forme odierne oltre il Ventennio e nonostante il marchio impressogli dal Ventennio; questa non \u00e8 del tutto una prova che esso vada esente da quello stampo, che non abbia in s\u00e9 qualche germe della mentalit\u00e0 di allora, ma ricordo il modo con cui in tanti, dal fronte, dalle zone d\u2019occupazione, dai campi di concentramento pensassimo a questa come a una delle tre o quattro cose cui non avremmo saputo rinunziare tornando, come a una delle immagini pi\u00f9 semplici e dirette del tempo di pace:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8230;fioche larve senza impronta si schieravano sulla \u00ab<em>pelouse<\/em>\u00bb ombreggiata della reviviscenza: le squadre di calcio pi\u00f9 acclamate, nella loro stesura a ventaglio, senza profili precisi di atleti evocati soltanto nel segno assente del loro nome. Una girandola; e nessuno si fermava pi\u00f9 del tempo necessario al suo transito: diventava importante quel nome che rifiutava di dispiegarsi per essere inserito ordinatamente al suo posto a saldare la disposizione degli undici occupando un punto nel triangolo steso a vertice verso il bianco limite della porta spalancata. La ricerca cresceva fin quasi all\u2019affanno, servendosi di suggerimenti provocati dall\u2019accostamento di vocali e consonanti: oppure speravo che un nome richiamasse quello del compagno ancora renitente, quando si trattava di accoppiamenti famosi, accaparrati a centinaia di migliaia di lire per il tumulto domenicale delle folle. Quel buco nella stesura quasi compiuta come accentuava su di s\u00e9 i tentativi caparbi con l\u2019incubo del suo vuoto! ma infine anche l\u2019atleta pi\u00f9 riottoso compiva la sua galoppata sul campo ridisteso della memoria riconquistata a brani.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Questo, da una prosa inedita dell\u2019amico Giosue, e un momento di recupero della coscienza e della memoria dopo un tifo purtroppo non calcistico ma petecchiale contratto durante la segregazione in terra tedesca. \u00c8 anche un segno di come le immagini dello spettacolo prediletto avessero lavorato in profondit\u00e0 dentro di noi, di come stessero annidate tra gli spigoli dell\u2019inconscio.<\/p>\n<p>Dicevo dunque che per anni ho aspettato un Meazza redivivo o qualcuno che in qualche modo prendesse il suo posto. Nel frattempo non potevo che continuare a parteggiare per l\u2019Inter, sede naturale del grande ritorno qualora si fosse verificato. Venne Lorenzi e mi parve di ravvisarlo in lui, tanto pi\u00f9 che alla sua prima \u2013 o seconda? \u2013 partita di campionato, giocata nell\u2019Inter contro la Juventus, a met\u00e0 circa del primo tempo il futuro \u00abVeleno\u00bb aveva gi\u00e0 segnato due reti a Sentimenti iv bruciando sullo scatto niente meno che Parola. Chi c\u2019era a consigliarlo lungo la linea laterale e a chi il nuovo astro faceva osservare, in modo per la verit\u00e0 alquanto teatrale, la maglia strappata da un avversario che non riusciva a fermarlo altrimenti? Meazza, proprio lui, passato in quel periodo ad allenatore dell\u2019Inter. Non ci volle molto a capire che Lorenzi non era Meazza, senza togliere niente a quello che poi fu Veleno, certe sue prodezze e stranezze, alcune reti strabilianti, ma insomma una altra cosa, tutta un\u2019altra cosa. Le volte \u2013 non molte \u2013 che Lorenzi ricordava Meazza, ci\u00f2 era dovuto a un\u2019eccezionale carica nervosa, laddove nell\u2019altro, nel maestro, s\u2019era trattato semplicemente di un profondo istinto del gioco tradotto in uno stile.<\/p>\n<p>Queste attese messianiche accentuano l\u2019aspetto dell\u2019infatuazione e il vero competente le rifiuta, le vede addirittura come una degenerazione: gente cos\u00ec comincia col guardare a un solo uomo e finisce, nel migliore dei casi, col vedere soltanto il gioco della \u00abpropria\u00bb squadra. Per essa i giocatori vengono e vanno, per non parlare degli allenatori, passa Nyers, passa Skoglund, passa Angelillo, si rinnovano le formazioni, cambiano tecniche e moduli di gioco e quelli sono ancora l\u00ec ad aspettare l\u2019avvento, a godere o a rattristarsi per una squadra che con la squadra del cuore ha in comune nient\u2019altro che il colore delle maglie.<\/p>\n<p>Sono come quel tifoso bolognese, poveretto, che venendo gi\u00f9 in treno da Lugano dopo un nefando Svizzera-Italia finito uno a uno, rimpiangeva i tempi in cui un Biavati, un Sansone \u2013 visti da lui, in allenamento, con questi occhi, caro il mio signore \u2013 riuscivano a tenere la palla in aria settanta, ottanta volte di seguito col collo del piede, col tacco, con la fronte, con la nuca, passandosela e ripassandosela con assoluta naturalezza dall\u2019avanti al dietro e viceversa. Avresti voluto dirgli che la questione non era questa, non questa la differenza, non era detto che i giocatori di adesso non sappiano, volendo, fare le stesse cose, ma preferivi tacere \u2013 perch\u00e9 \u00e8 vero o non \u00e8 vero che lui era vittima, come te, di una infatuazione?<\/p>\n<p>Meno male, eri un po\u2019 pi\u00f9 smaliziato, il buon senso ti diceva che la nazionale non ha senso, che non riflette in alcun modo la fisionomia reale del campionato, e ti auguravi che le buscasse all\u2019infinito, che diventasse addirittura una squadra materasso, cos\u00ec un giorno o l\u2019altro la finiranno di disturbare le societ\u00e0 \u2013 per conto loro sempre pi\u00f9 riluttanti a cedere uomini, sempre meno sensibili all\u2019onore della convocazione \u2013, guarda invece come riescono bene certe partite, anche amichevoli, magari in notturna, tra una squadra di Amburgo e una di Barcellona, di Mosca e di Losanna, Milano e Stoccolma: squadre di gente abituata a giocare insieme, con una organizzazione di gioco non imposta dall\u2019esterno, ma sperimentata tanto da diventare naturale. Viene dunque un giorno in cui, distolti per un momento gli occhi dal fantasma nerazzurro, verifichi in te il mutamento e l\u2019evoluzione, il tempo degli assi \u00e8 passato, per questo Meazza non ritorna, sei maturo anche tu, come spettatore, per la Coppa dei Campioni.<\/p>\n<p>Il gioco del calcio, il campionato di calcio sono oggi a questo punto: che se appena lo sguardo si spinge oltre il campo di gioco, fruga negli spogliatoi e nei sottopassaggi, nelle sedi sociali, nei ritrovi pi\u00f9 battuti dalla gente che ci vive sopra, sempre pi\u00f9 a stento, sempre pi\u00f9 di malavoglia torna al campo di gioco. Bisognerebbe che la vicenda che una partita rappresenta si spegnesse veramente, senza strascico o residuo, nel fischio finale dell\u2019arbitro cos\u00ec come sul video nelle parole ultime dell\u2019annunziatore. Sarebbe in tal caso legittima ogni pretesa, come e pi\u00f9 che per un qualunque altro spettacolo, pena la diserzione degli stadi e l\u2019abolizione dai programmi televisivi. L\u2019esperienza compiuta e l\u2019evoluzione del fenomeno porterebbero a una distaccata, non vincolante, non eterna, convertibile predilezione per la squadra che con pazienza, razionalmente, senza puntare all\u2019acquisto clamoroso, o puntando ad esso solo in armonia con le proprie <em>reali<\/em> necessit\u00e0, mirando a un equilibrio tra le qualit\u00e0 degli uomini a disposizione e una chiara, in parte precostituita, visione del gioco, si costruisce pezzo per pezzo nel giro di qualche stagione e, anzich\u00e9 formarsi con i campioni, forma essa i campioni nella misura in cui si costruisce come squadra. La Fiorentina di Bernardini, dunque? Oppure il Bologna di adesso? O il Milan di due o tre anni or sono? E perch\u00e9 no l\u2019Inter di Herrera (e di Moratti)?<\/p>\n<p>Nessuna delle nominate prende o prendeva luce dalla nazionale, in grave travaglio da tempo per le note ragioni (ricostruirla \u00e8 sempre pi\u00f9 un\u2019astrazione, un tentativo artificioso, un doppione, una sovrapposizione, in questa fase che \u00e8 molto pi\u00f9 di competizioni tra squadre di club che non tra rappresentative o selezioni), le ragioni del campanile vivono solo, in tanta intercambiabilit\u00e0 dei \u00abpezzi\u00bb utili, al livello dell\u2019assurdo e del selvaggiume tifoideo, un buon presidente non pu\u00f2 avere altra faccia che quella dell\u2019amministratore capace, dell\u2019impresario che ci sa fare \u2013 altrimenti \u00e8 uno scellerato pasticcione \u2013, un giocatore non lo si tollera se non sia anzitutto un serio professionista. Con queste sagge considerazioni sarei io dunque avviato a diventare un competente vero?<\/p>\n<p>Vediamo un po\u2019. L\u2019Inter di adesso non ha pi\u00f9 niente della squadra \u00abstramba\u00bb ed elegante di cui aveva fama una volta. Si distingue semmai per una certa regolarit\u00e0 di tenuta. Si fonda \u2013 dicono \u2013 su un \u00abpacchetto\u00bb difensivo organizzatissimo e articolatissimo, su una retrovia dal gioco manovrato ma estremamente energico; e in pi\u00f9 \u2013 sono sempre parole altrui \u2013 su un contropiede micidiale (quando gira; e a volte non gira, ma il bello \u00e8 qui, che la squadra oggi regge anche quando non gira). Semmai l\u2019Inter d\u2019una volta \u2013 biondi e longilinei compresi \u2013 \u00e8 pi\u00f9 facile che si specchi nel Milan di oggi, nel suo gioco di due o tre anni or sono, nei suoi stessi alti e bassi. E allora? Oh, non \u00e8 tutto. Ci sono partite in cui le cose si mettono decisamente male, a partire da un certo momento scuoto la testa, quasi non guardo pi\u00f9, per mio conto sono gi\u00e0 seduto e arreso, disposto ad accettare il meno peggio, a mollare per paura del peggio assoluto e del ludibrio (del resto, in un lontano Milan-Inter finito poi bene per me, non ero arrivato a distogliere gli occhi dal campo, per pura vigliaccheria, nei primi minuti di gioco?)&#8230; \u00c8 qui che salta fuori l\u2019Inter di oggi e una parte del suo pubblico, quello delle trombe multiple e dello striscione con la scritta: \u00ab<em>Sia la sorte azzurra o nera<\/em> <em>\u2013 viva l\u2019Inter viva Herrera<\/em>\u00bb: non si siede e non molla; e spesso, non sedendosi e non mollando, ce la fa a rovesciare le sorti della gara.<\/p>\n<p>La radice del tifo \u00e8 reperibile qui: nel punto in cui avverti il nesso tra il tuo carattere e la sembianza, la cifra che la squadra assume ai tuoi occhi, per analogia ma anche per contrasto o semplicemente per complementarit\u00e0 rispetto all\u2019immagine che hai di te stesso. Diventa una metafora della tua esistenza, la sorte della squadra \u2013 senza per questo diventare la tua stessa sorte, che sarebbe davvero troppo \u2013 \u00e8 un possibile diagramma del tuo destino: o, con parole meno solenni, di come vanno o possono andarti, nel bene e nel male, le cose. Certi momenti prima che l\u2019incontro cominci, tra la fine di una partita d\u2019avanspettacolo e il brusco silenzio che accompagna l\u2019annunzio per altoparlante delle formazioni \u2013 certi momenti per niente rasserenati dal disco che diffonde sulle gradinate musiche che ti sembrano di morte o di preannuncio di duello all\u2019ultimo sangue o di corrida o di epilogo western, dove siano in ballo onore e coraggio, sono crepacci subitanei che si aprono nella coscienza, frane silenziose nel paesaggio interiore, presagio di una resa di conti che ti coinvolge oscuramente come rami, arbusti e foglie toccati dalle avvisaglie dell\u2019uragano: come l\u2019attesa d\u2019un esame impegnativo o come in guerra i sintomi dell\u2019attacco imminente.<\/p>\n<p>Si assume d\u2019istinto un atteggiamento difensivo, e, mentre i primi giocatori sbucati all\u2019aperto saltellano sul campo e fanno qualche tiro di prova, \u00e8 normale il confronto tra il tuo e il loro stato d\u2019animo, ci si domanda se anche in loro passi quel colpo di vento, se anche su di loro cali quella vertigine, se dentro di loro si apra lo stesso trauma. \u00c8 cosa tua, che ti riguarda incredibilmente da vicino \u2013 la vicenda che sta per iniziare; e non vale prendersi idealmente per le spalle, obbligarsi a ragionare, cercare di convincersi che sei a uno spettacolo e che dunque tanto vale goderselo pi\u00f9 o meno comodamente seduti sperando che sia buono. Questa esortazione non serve, non pi\u00f9 di quanto serva nell\u2019assistere a un ben congegnato film del terrore, la riflessione che \u00e8 tutta una faccenda di celluloide che non cambier\u00e0 niente della tua vita. In momenti come questi la tua fede nerazzurra la senti come una colpa d\u2019origine, come un marchio che non puoi cancellare \u2013 e farebbe tanto comodo, adesso \u2013, daresti qualcosa per liberartene, per assumere modi indifferenti, toni divertiti&#8230;<\/p>\n<p>Esiste, naturalmente, l\u2019altra faccia, quella della piega favorevole, dell\u2019euforia, della concessione al vicino anche se di parte avversa \u2013 e tanto pi\u00f9 se di parte avversa, quando la cosa va per il meglio. Ed esiste ancora lo spettacolo sbalorditivo della folla compatta attorno a una squadra, sbalorditivo perch\u00e9 in quanti altri casi \u00e8 dato trovare tanta gente unanime attorno a qualcosa in uno spazio relativamente ristretto, tanto da illuderti che l\u00ec si riveli e ti si apra il cuore autentico di un\u2019intera, sterminata citt\u00e0 (la partita notturna col Borussia quest\u2019anno \u2013 e la muraglia ininterrotta di facce, dentro la quale \u00e8 come se si sommassero tutte le folle passate di tanti anni di gioco)? Ma il quadro non sarebbe completo se tralasciassi l\u2019istantaneit\u00e0 con cui tutta questa febbre \u2013 almeno per quanto mi riguarda \u2013 si spegne per far posto a un senso amaro di vacuit\u00e0 e quasi di rimorso non appena le gradinate si svuotano e l\u2019enorme catino ormai silenzioso \u00e8 l\u2019immagine stessa dello sperpero del tempo.<\/p>\n<p>[&#8230;] Placato l\u2019antico fantasma nerazzurro, mettiamoci calmi anche noi a guardare le cose dall\u2019alto mentre un ragazzo che assomiglia a quello che noi eravamo si beve con gli occhi il suo Su\u00e1rez o il suo Rivera n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno che noi il nostro Meazza trent\u2019anni fa. Macch\u00e9, tutto \u00e8 gi\u00e0 ricominciato, tutto \u00e8 da rifare.<\/p>\n<p>E anche questo assomiglia stranamente alla vita, al lavoro, all\u2019arte stessa. All\u2019origine c\u2019\u00e8 un oscuro fatto personale, o piuttosto una predilezione, la scelta di un colore fatta una volta per tutte e non veramente motivabile, che si \u00e8 oscuramente mutato in fatto personale, con tutto l\u2019orgoglio e le ansie e le vilt\u00e0 piccole e grosse di questo. Lo sanno bene quelli che ci vivono sopra. E lo sanno, in un modo diverso, i tecnici, i competenti veri, i quali hanno \u2013 beati loro \u2013 la forza di obiettivare tutto ci\u00f2 dentro la visione dell\u2019intero fenomeno, di questa fornace che si alimenta delle nostre frenesie, dell\u2019identit\u00e0 tra queste e gli episodi del gioco. Detto questo, \u00e8 del tutto irrilevante, almeno agli effetti di un discorso fatto in pubblico, che uno sia per un colore o per un altro. Non potremo mai dire di intendercene veramente noi che ancora, dopo tanti anni, non sappiamo vedere tempestivamente se un\u2019azione \u00e8 viziata o no da fuorigioco e che non abbiamo nessuna difficolt\u00e0 ad ammettere che il gioco del Bologna, oggi come oggi, ci diverte di pi\u00f9.<\/p>\n"}]},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/selezione_antologica\/3451","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/selezione_antologica"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/selezione_antologica"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/3453"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3451"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=3451"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=3451"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}