{"id":1023,"date":"1971-04-10T17:12:25","date_gmt":"1971-04-10T17:12:25","guid":{"rendered":"http:\/\/internal-pcons-be-fondazione-fr-dev-elb-1449244171.eu-west-1.elb.amazonaws.com\/?post_type=selezione_antologica&#038;p=1023"},"modified":"2019-05-13T08:51:34","modified_gmt":"2019-05-13T08:51:34","slug":"listruzione-musicale-in-italia","status":"publish","type":"selezione_antologica","link":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/selezione_antologica\/listruzione-musicale-in-italia\/","title":{"rendered":"L\u2019istruzione musicale in Italia"},"content":{"rendered":"","protected":false},"excerpt":{"rendered":"","protected":false},"featured_media":2519,"template":"","categories":[],"tags":[24],"class_list":["post-1023","selezione_antologica","type-selezione_antologica","status-publish","has-post-thumbnail","hentry","tag-societa-costumi-e-stili-di-vita"],"acf":{"edizione":"N.5-6-7-8, 1971","autore":[{"ID":29,"post_author":"0","post_date":"2019-04-08 13:05:50","post_date_gmt":"2019-04-08 13:05:50","post_content":"<!-- wp:paragraph -->\n<p>Giornalista, scrittore e conduttore televisivo (1935). \u00c8 stato redattore capo e corrispondente da New York per il settimanale \u00abL\u2019Espresso\u00bb e il quotidiano \u00abla Repubblica\u00bb, con la quale collabora ancora oggi. Come autore di teatro, negli anni Sessanta prende parte all\u2019avanguardia romana del Teatro del 101, firmando <em>Direzione Memorie e Riflessi di conoscenza<\/em>, interpretati da Gigi Proietti. Ha ideato e condotto vari programmi televisivi di divulgazione culturale: \u00abTelefono giallo\u00bb, \u00abBabele\u00bb, \u00abEnigma\u00bb, \u00abLe storie. Diario Italiano\u00bb. \u00c8 scrittore di narrativa e di romanzi gialli. Di grande successo i suoi libri dedicati ai segreti delle capitali: Istanbul, Londra, New York, Parigi, Roma, il Vaticano.<\/p>\n<!-- \/wp:paragraph -->","post_title":"Corrado Augias","post_excerpt":"","post_status":"publish","comment_status":"closed","ping_status":"closed","post_password":"","post_name":"corrado-augias","to_ping":"","pinged":"","post_modified":"2019-04-08 13:05:55","post_modified_gmt":"2019-04-08 13:05:55","post_content_filtered":"","post_parent":0,"guid":"http:\/\/internal-pcons-be-fondazione-fr-dev-elb-1449244171.eu-west-1.elb.amazonaws.com\/?post_type=autori&#038;p=29","menu_order":0,"post_type":"autori","post_mime_type":"","comment_count":"0","filter":"raw"}],"riassunto":"","composizione_articolo":[{"acf_fc_layout":"composizione_articolo_testo","composizione_articolo_testo_testo":"<p><em><strong>L\u2019Italia, nota come \u00abil paese del bel canto\u00bb, \u00e8 in realt\u00e0 il paese dove la musica viene quasi totalmente ignorata. Cosa si fa, nelle scuole specializzate e non, per la cultura musicale dei ragazzi italiani? Poco o niente. L\u2019educazione musicale \u00e8 un obbiettivo da perseguire con decisione e immediatezza. Occorre riformare le strutture tradizionali dei conservatori e portare l\u2019insegnamento della musica in tutte le scuole, dalle elementari all\u2019universit\u00e0<\/strong><\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-1293 alignleft\" src=\"\/\/d2snyq93qb0udd.cloudfront.net\/FondazionePirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11163843\/istruzione_musicale_002.jpg\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"450\" srcset=\"https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11163843\/istruzione_musicale_002.jpg 700w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11163843\/istruzione_musicale_002-300x193.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px\" \/><\/p>\n<p>Quando si parla dei rapporti difficili, ambigui o mancati, tra gli italiani e la musica, c\u2019\u00e8 una querelle vecchia di sei secoli che porta subito al centro dell\u2019argomento. Tra la fine del secolo xiii e la met\u00e0 del successivo si verifica infatti un fenomeno impressionante: muore la monodia. Fino ad allora la musica era stata non solo canto ma soprattutto canto monodico, cio\u00e8 una sola pura linea vocale. Dopo di allora la musica sar\u00e0 quasi completamente diversa: intreccio di parti, ricerca di amalgama sonori, ardimento armonico. Perch\u00e9 la cosa ci riguarda? Perch\u00e9 questo nuovo tipo di musica, cio\u00e8 la polifonia, \u00e8 nato nell\u2019Europa nord-occidentale, cos\u00ec che mentre francesi e inglesi avviavano le prime costruzioni armoniche e contrappuntistiche, gli italiani per un paio di secoli ancora, secondo gli storici, continuarono a cantare monodicamente come rapiti dall\u2019incanto della \u00abvox sola\u00bb. Basta questa sfasatura perch\u00e9 alcuni ne facciano derivare una conseguenza capitale. Da una parte, essi dicono, al Nord (in Francia, in Inghilterra, ma poi in Germania soprattutto) la polifonia, il sinfonismo, la strumentalit\u00e0, in una parola la riflessione e il pensiero. Da noi invece la vocalit\u00e0, l\u2019ispirazione, il sentimento, l\u2019emotivit\u00e0, il teatro, cio\u00e8 il primato di una linea che, appena con qualche sforzatura, parte dal canto gregoriano e attraverso l\u2019\u00abars nova\u00bb, il dramma in musica del Seicento, l\u2019opera settecentesca composta di arie e cavatine, arriva al melodramma ottocentesco a base di tenori e prime donne e approda finalmente alla cantante di oggi incapace di mettere insieme tre note ma abilmente amplificata dai juke-boxes. Naturalmente non tutti gli storici della musica sono d\u2019accordo con questa tesi il cui limite \u00e8 forse un certo schematismo. C\u2019\u00e8 per\u00f2 chi obietta: vorr\u00e0 anche dire qualcosa il fatto che la grande musica sinfonica sia prevalentemente tedesca e la grande musica lirica prevalentemente italiana. Da questo punto di vista rintracciare l\u2019origine di questa frattura nella divisione tra monodia e polifonia serve se non altro a fissare un punto d\u2019inizio.<\/p>\n<p class=\"Testoafilo\">In una recente polemica tra Franco Cordero, antropologo, e Fedele D\u2019Amico, critico musicale, sono emerse per\u00f2 anche opinioni pi\u00f9 radicali che vale la pena di riassumere. Aveva sostenuto Cordero: \u00abLa maggior cultura musicale dei paesi tedeschi e anglosassoni si spiega in gran parte con la riforma protestante. [&#8230;] La piet\u00e0 religiosa diventa ricerca di un canale affettivo alla divinit\u00e0 che si pu\u00f2 eccellentemente esprimere con la musica. Nella religiosit\u00e0 cattolica invece manca questo senso del dramma e dell\u2019irrazionale. Gli italiani sono privi di senso tragico e direi che apprezzano poco la musica perch\u00e9 sono poco religiosi, se per \u201creligione\u201d si intende spiccare un balzo fuori della pelle, lasciarsi tentare dall\u2019avventura che fa rabbrividire\u00bb. Di parere assai diverso Fedele D\u2019Amico che diceva invece: \u00abLa base del pubblico musicale \u00e8 sempre stata fornita da persone capaci di praticare, in qualche modo, la musica; e queste per secoli sono state dappertutto molto poche. Perci\u00f2 il pubblico \u00e8 aumentato l\u00e0 dove e nella misura in cui la pratica musicale si \u00e8 diffusa, culminando nell\u2019istruzione musicale per tutti\u00bb. La differenza \u00e8 evidente. Per Cordero sono in ballo qualit\u00e0 nazionali e di stirpe; per D\u2019Amico si tratta esclusivamente di una legislazione inadeguata. [&#8230;]<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-1292 alignleft\" src=\"\/\/d2snyq93qb0udd.cloudfront.net\/FondazionePirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11163742\/istruzione_musicale_001.jpg\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"450\" srcset=\"https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11163742\/istruzione_musicale_001.jpg 700w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11163742\/istruzione_musicale_001-300x193.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px\" \/><\/p>\n<p>Questa lunga premessa fa da sfondo alle domande centrali di ogni inchiesta che si voglia condurre sull\u2019educazione e la cultura musicali degli italiani. Cifre, statistiche, diagrammi, servono a poco se ci si lasciano sfuggire da una parte i temi del dibattito culturale che il fenomeno della nostra ignoranza coinvolge; dall\u2019altra i fatti minuti della cronaca quotidiana che quello stesso fenomeno confermano. Facciamo subito due esempi. Nel corso della discussione alla Camera sul \u00abdecretone\u00bb \u00e8 accaduto che uno stenografo abbia trascritto Luigi Nono cos\u00ec: \u00abLuigi ix\u00bb, scambiando evidentemente il musicista veneziano con un re di Francia. Durante lo stesso dibattito il deputato del <em>Manifesto<\/em> Luigi Pintor si \u00e8 a lungo intrattenuto sulle qualit\u00e0 musicali di <em>Bandiera rossa<\/em> che ha definito povere.<\/p>\n<p>\u00c8 vero: da un punto di vista melodico <em>Bandiera rossa<\/em> \u00e8 bruttissima. Non ha niente a che vedere con la gagliarda forza trascinatrice di una <em>Marsigliese<\/em> o di una <em>Internazionale<\/em>. La monotonia di <em>Bandiera rossa<\/em> si rompe un po\u2019 solo nell\u2019ultimo versetto del ritornello dove si proclama \u00abevviva il socialismo (o il comunismo, secondo le versioni) e la libert\u00e0\u00bb e dove in poco pi\u00f9 di tre sillabe il motivo risolve sull\u2019ottava superiore. Ma, ecco il punto, \u00e8 anche l\u00ec che il coro, invariabilmente, si trasforma. Da coro diventa grido, urlo, versaccio. Dopo venticinque anni di esecuzioni pubbliche da parte di cortei, assemblee e congressi di ogni tipo, pochi hanno capito che per non trasformare il finale del popolare inno in un urlio strozzato \u00e8 necessario attaccarlo pi\u00f9 basso \u00abquasi murmure indistinto\u00bb. Non \u00e8 un esempio da poco. Anzi il caso di <em>Bandiera rossa<\/em> illustra subito e fa quasi toccare con mano quella verit\u00e0 clamorosa che \u00e8 il nostro analfabetismo musicale del quale, del resto, si possono raccogliere esempi insigni ad ogni livello sociale e sotto ogni regime politico. Durante il fascismo, quando i delegati nazionali dovevano eseguire insieme e col dovuto impeto guerresco gli inni della rivoluzione, si usava \u00abimbottire\u00bb l\u2019aula dell\u2019assemblea con coristi di mestiere. Infatti solo quegli onesti professionisti incastrati sotto i gradini, tra le colonne, dietro i pannelli delle boiseries, erano in grado di assicurare al canto una tenuta decente per tutta l\u2019esecuzione. [&#8230;]<\/p>\n<p>La lista degli esempi potrebbe continuare ovviamente. Quello che conta \u00e8 per\u00f2 diverso: mettere subito in chiaro che voler definire ancora il nostro come \u00abil paese del bel canto\u00bb (come del resto \u00abil giardino d\u2019Europa\u00bb o \u00abla patria del diritto\u00bb) \u00e8 una pura ingenuit\u00e0. Non solo questo non \u00e8 il paese del bel canto, ma \u00e8, al contrario, il paese dove la musica \u00e8 ignorata con tale indifferenza massiccia da destar meraviglia che sopravvivano dei musicisti, dei direttori di orchestra, degli esecutori, delle orchestre talvolta di ottimo livello. Se nel XVI secolo Baldassarre Castiglione poteva includere tra gli obblighi mondani della persona colta \u00abl\u2019esser musico\u00bb, \u00abl\u2019intendere ed essere sicuro a libro\u00bb e il sapere \u00abdi vari strumenti\u00bb, oggi sono diventate rare e preziose da noi perfino quelle signorine di buona famiglia in grado di eseguire al pianoforte tra mille incertezze e rossori un minuetto di Mozart.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-1296\" src=\"\/\/d2snyq93qb0udd.cloudfront.net\/FondazionePirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11164441\/istruzione_musicale_000.jpg\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"450\" srcset=\"https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11164441\/istruzione_musicale_000.jpg 700w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11164441\/istruzione_musicale_000-300x193.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px\" \/><\/p>\n<p>[&#8230;] Per convincercene cominciamo a vedere qualche cifra. Il primo dato impressionante che si presenta \u00e8 quello del consumo di dischi, che sono il mezzo pi\u00f9 diffuso di fruizione musicale \u00abvolontaria\u00bb (cio\u00e8 non obbligata dai programmi messi in onda alla radio o alla televisione e neanche dai repertori delle esecuzioni pubbliche). Tra i paesi europei l\u2019Italia occupa, nella vendita dei dischi, il quarto posto dopo Inghilterra, Germania occidentale, Francia [&#8230;]. Bisogna tener conto del fatto che mentre i dischi \u00absingoli\u00bb sono convenzionalmente i supporti della musica leggera, i microsolco contengono in genere musica classica e pi\u00f9 di rado musica leggera, jazz, folklore. In percentuale [&#8230;] le preferenze discografiche degli italiani sono andate per il 90,7% alla musica leggera contro il 9,3% della musica classica; negli altri tre paesi europei ai quali amiamo confrontarci nei momenti di ottimismo, si hanno invece queste percentuali: Inghilterra 60,8% (musica leggera) contro 39,2%; Germania occidentale 62% contro 38%; Francia 72% contro 28%.<\/p>\n<p>[&#8230;] C\u2019\u00e8 del resto un altro dato che si pu\u00f2 aggiungere ai precedenti, la vendita in edicola che i dischi dei Fratelli Fabbri avrebbero raggiunto (secondo dati non ufficiali) con le loro collane a dispense: <em>Storia della musica<\/em> (80 mila copie settimanali); <em>Grandi<\/em> <em>musicisti<\/em> (120 mila copie); <em>Musica moderna<\/em> (25 mila copie). Ma a parte il loro peso numerico cosa significano queste cifre riferite all\u2019educazione musicale? Qui i partiti sono nettamente divisi nella risposta. Da un lato gli ottimisti sostengono che qualunque strumento in grado di sottrarre all\u2019ascolto abbrutito delle canzonette va accolto con esultanza e appoggiato. Dall\u2019altro i pi\u00f9 rigorosi dicono che ascoltare musica in dischi, cio\u00e8 musica consegnata per sempre a una singola scelta interpretativa, serve a poco, anzi, al limite, pu\u00f2 risultare dannoso.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 in questa posizione l\u2019eco delle parole di Adorno che per primo aveva intravisto il pericolo della musica meccanizzata e la consapevolezza che il disco sopprime in parte quella ragione di fascino della musica che \u00e8 l\u2019interpretazione. Ascoltare una sinfonia di Beethoven sempre sullo stesso disco equivale a vedere <em>Il giardino dei ciliegi <\/em>di \u010cechov sempre nell\u2019allestimento di Luchino Visconti. In ogni caso, da qualunque parte ci si schieri, \u00e8 chiaro che l\u2019ascolto dei dischi resta un compromesso, una fase di passaggio, simile a quella di un bambino che si faccia leggere storie dalla propria mamma in attesa di poter egli stesso prendere un libro tra le mani.<\/p>\n<p>Ha scritto il musicologo Giorgio Pestelli: \u00abLa musica bisogna farla: l\u2019infamata signorina di buona famiglia che \u201cpianotait\u201d la sinfonia del <em>Barbiere<\/em> a quattro mani, aveva pur sempre qualcosa da insegnare al moderno maniaco dell\u2019alta fedelt\u00e0 che non legge una nota e per il quale le musiche ascoltate hanno il volto delle copertine dei suoi dischi\u00bb.<\/p>\n<p>E allora: quanta musica fanno gli italiani? Il solo dato al quale ci si dovrebbe attenere per rispondere \u00e8 la vendita degli strumenti musicali. Ma sono anche queste cifre difficili da mettere insieme perch\u00e9 non esistono statistiche ufficiali. Ne esistono invece per gli Stati Uniti d\u2019America e confermano quello che tutti sanno: che gli Stati Uniti sono un paese preda di una sorta di frenesia musicale dove un americano su cinque suona o studia uno o pi\u00f9 strumenti [&#8230;]. Vediamo ora sulla base dei dati disponibili cosa succede in Italia. Nel 1966 si sono vendute da noi 20-25 mila chitarre, 2 mila e 500 organi elettronici da casa, 5 mila pianoforti per limitarsi agli strumenti pi\u00f9 indicativi. Sono cifre striminzite che si riducono ancor di pi\u00f9 per gli strumenti ad arco (violino, viola, violoncello, contrabbasso) che quasi nessuno studia pi\u00f9. [&#8230;]<\/p>\n<p class=\"Testo\">Lasciati da parte dischi e strumenti musicali vediamo ora quanti sono e come vivono gli enti che avrebbero il compito di diffondere alla base la cultura musicale, cio\u00e8 le \u00absociet\u00e0 dei concerti\u00bb. Per queste attivit\u00e0 lo Stato stanzia ogni anno 700 milioni che devono dividersi tra le circa 200 \u00absociet\u00e0 dei concerti\u00bb esistenti nel paese. 200 istituzioni di questo tipo in un paese non grande sembrerebbero a prima vista sufficienti ad animare una decorosa vita musicale.<br \/>\nInvece non \u00e8 cos\u00ec. Se si scorrono i dati ufficiali del 1969 subito si vede che anche questa attivit\u00e0 \u00e8 afflitta da mali diffusi. Ad esempio a Roma (dove ha sede il Ministero dello spettacolo) ci sono 24 associazioni musicali sovvenzionate con cifre che variano dai 36 milioni della benemerita Accademia filarmonica romana fino alle 500 mila lire del Centro romano giovani artisti lirici. Inoltre ci sono altre 12 societ\u00e0 che finanziate non sono ma che ambirebbero ad esserlo. [&#8230;]<\/p>\n<p>La verit\u00e0 \u00e8 che anche se s\u2019include nell\u2019analisi l\u2019opera lirica, il quadro si movimenta ma non perde i suoi toni di mestizia. L\u2019opera costa annualmente in pubblico denaro 20 miliardi di lire [&#8230;].<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-1294 alignleft\" src=\"\/\/d2snyq93qb0udd.cloudfront.net\/FondazionePirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11163909\/istruzione_musicale_003.jpg\" alt=\"\" width=\"700\" height=\"450\" srcset=\"https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11163909\/istruzione_musicale_003.jpg 700w, https:\/\/assets.fondazionepirelli.org\/rivista-pirelli\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/11163909\/istruzione_musicale_003-300x193.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px\" \/><\/p>\n<p>Nonostante questo, ognuno degli 11 teatri lirici si adopera ogni anno a mettere in scena dieci, quindici allestimenti nuovi che finiranno in magazzino dopo le poche repliche previste [&#8230;]. Ma la situazione complessiva di disagio della cultura musicale degli italiani, ha un punto di partenza preciso: i conservatori. Su questo argomento Andrea Mascagni \u2013 che insegna composizione al conservatorio di Bolzano \u2013 ha svolto per la <em>Nuova rivista musicale <\/em>una inchiesta molto vasta. Dai dati raccolti si capisce che gli allievi di conservatorio sono considerati, all\u2019interno del nostro ordinamento scolastico, poco meno che degli stravaganti ai quali vanno riservate nelle relazioni ufficiali poche frasi distratte. [&#8230;] In trent\u2019anni gli allievi di conservatorio sono rimasti pi\u00f9 o meno gli stessi. Non solo. Il numero degli iscritti non \u00e8 neanche un dato attendibile dal momento che, come anche scrive Mascagni, \u00absi pu\u00f2 valutare che non pi\u00f9 del 50% (forse meno) di coloro che si iscrivono a una scuola musicale di tipo professionale giunga alla conclusione degli studi\u00bb. [&#8230;] Il difetto \u00e8 alla base, dicono gli esperti: i nostri conservatori sono organizzati per diplomare nel migliore dei casi dei \u00abvirtuosi\u00bb, non dei musicisti n\u00e9 tanto meno dei musicologi, insegnamento che esiste, in via semi-sperimentale, solo a Bologna e da poco tempo. Ha detto Riccardo Allorto: \u00abIl conservatorio \u00e8 il centro pi\u00f9 nefasto della vita musicale italiana. II diploma di pianoforte non serve n\u00e9 a fare il concertista n\u00e9 a insegnare il pianoforte. In pratica non serve a niente\u00bb. Anche Mascagni \u00e8 dello stesso parere: \u00abIl piano al conservatorio serve solo a preparare l\u2019esame, cio\u00e8 a imparare a memoria un certo numero di brani. Non \u00e8 uno strumento per \u201cleggere\u201d, per improvvisare, per conoscere [&#8230;]\u00bb. Ma a questo punto viene fuori una considerazione di fondo propugnata in modo particolare da Fedele D\u2019Amico: \u00abRiformare i conservatori senza riformare tutto l\u2019insegnamento musicale significa fare un buco nell\u2019acqua. Perch\u00e9? Perch\u00e9 nei paesi in cui la musica s\u2019insegna sul serio nelle scuole, al conservatorio ci vanno quelli che hanno gi\u00e0 saggiato la propria vocazione e infatti gli esami d\u2019ammissione sono difficilissimi. [&#8230;] Cosa sa fare invece uno dei nostri diplomati?\u00bb. La risposta l\u2019ha data il musicista Carlo Frajese che insegna musica da camera a Perugia: \u00abNon sa fare niente. Non sa suggerire, non sa accompagnare la danza, non sa insegnare musica, non sa dirigere un\u2019orchestra, non sa mettere insieme una compagnia di canto, non sa fare la colonna sonora di un film, non sa scrivere quattro battute di jazz e non solo non conosce il jazz ma non sa neanche come si lavora in teatro, per il cinema, in una moviola, in una sala di prove. Sono i risultati di un sistema educativo che non prevede per tutta la durata dei corsi l\u2019analisi di un solo testo lirico o sinfonico, ma solo l\u2019applicazione ripetitiva per mesi interi allo stesso brano\u00bb.<\/p>\n<p>[&#8230;] Alla riforma dei conservatori sono stati dedicati numerosi convegni, relazioni e incontri; anche se non hanno raggiunto finora alcun risultato pratico queste manifestazioni sono servite in compenso a chiarire le idee di coloro che vi hanno partecipato. Tra i progetti presentati riscuote i maggiori consensi quello fatto proprio dal \u00absindacato musicisti italiani\u00bb e presentato anche come proposta di legge alla Camera. I due concetti principali sui quali si articola sono quello dell\u2019insegnamento della musica in tutte le scuole (dalle elementari all\u2019universit\u00e0) e quello della riforma totale delle scuole di musica.<\/p>\n<p>Tutto male dunque? Quasi tutto. [&#8230;] Non c\u2019\u00e8 tempo da perdere. Ha scritto di recente Arturo Carlo Jemolo che il nostro tempo \u00e8 caratterizzato pi\u00f9 che altro dalla pigrizia; tra tutte le espressioni artistiche la musica \u00e8 quella pi\u00f9 danneggiata da una dote negativa di questo genere. Un gruppo di giovanotti pu\u00f2 mettere insieme una compagnia teatrale anche senza aver mai visto l\u2019accademia di recitazione o fare un film o tentare una scultura collettiva senza aver frequentato le rispettive scuole. Ma nessun giovanotto potr\u00e0 mai neanche intonare una scala di \u00abla maggiore\u00bb se non sa che tre note devono essere diesizzate. Nella musica la frequenza amorosa con i modelli correnti serve a poco. \u00c8 facile che essendo familiari con Bach si finisca per apprezzare anche i Beatles; \u00e8 quasi impossibile il contrario. Per questo approvare l\u2019insegnamento della musica in tutte le scuole sarebbe quasi la sola cosa da fare.<\/p>\n"}]},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/selezione_antologica\/1023","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/selezione_antologica"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/selezione_antologica"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/2519"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1023"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1023"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rivistapirelli.org\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1023"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}